Professor jihad, Bambini, siete pronti a combattere?
Noi li educhiamo alla mondialità, all’apertura multiculturale, all’amore per la pace che sventola dalle finestre con la bandiera arcobaleno. Loro gli insegnano a odiare, a sognare il martirio e a prepararsi alla battaglia finale fra il bene e il male, da combattersi con grande effusione di sangue. Loro sono i governanti iraniani, e la differenza fra loro e noi per quanto riguarda l’educazione delle nuove generazioni non potrebbe essere più grande, secondo quel che racconta il Centre for monitoring the impact of peace nel suo rapporto L’atteggiamento nei confronti dell'”altro” e della pace nei libri scolastici e nelle guide per insegnanti nelle scuole iraniane. «Il programma scolastico iraniano – conclude il rapporto – instilla negli animi degli studenti, specialmente nei gradi superiori, sentimenti di odio nei confronti dell’Occidente in generale e degli Stati Uniti in particolare, e prepara gli studenti alla partecipazione e al sacrificio di sé in una guerra globale contro questi nemici in quanto missione religiosa affidata da Dio onnipotente all’Iran rivoluzionario al fine di redimere gli oppressi e compiere la vittoria dell’islam in questo mondo». Per arrivare a queste conclusioni sono stati spulciati 95 libri di testo di ogni ordine e grado pubblicati nel 2004 e 20 guide per insegnanti pubblicate a partire dal 2000.
Il programma scolastico pro-guerra in vigore in Iran si può dividere in due parti: la visione del mondo che giustifica la guerra e la preparazione vera e propria dei ragazzi al combattimento. Anzitutto i libri di testo descrivono un mondo diviso fra oppressori e oppressi, dominatori e dominati. La lista storica degli oppressori comprende i califfi sunniti, il colonialismo europeo, il governo dello scià, l’Unione Sovietica, l’Iraq di Saddam Hussein, gli Stati Uniti e Israele. Lo scopo degli oppressori è «saccheggiare la proprietà delle nazioni deboli e schiavizzarle». Degli Usa si dice: «L’America è nota come una potenza imperialista, che si lancia in avventure militari ovunque ritiene che i suoi interessi siano in pericolo. Non si astiene dal massacrare la gente, seppellire vivi i soldati nemici e usare armi di distruzione di massa, come ha fatto in Iraq. Fa uso di bombe atomiche (vedi il bombardamento del Giappone) e usa l’arma dei diritti umani per sopprimere chi cerca la giustizia, come si vede dai suoi abusi nei confronti dell’Iran islamico». Israele, invece, è descritto come «una base dell’America e di altre potenze aggressive che hanno lo scopo di rubare la terra ai musulmani», che ha fatto dei palestinesi dei rifugiati, occupa Gerusalemme e la moschea di al Aqsa, opprime e uccide i palestinesi compresi i bambini, come racconta un libro per la terza elementare: «Allora l’ufficiale israeliano colpì la testa di Muhammad col calcio del fucile e il suo sangue caldo schizzò sulle mani di suo fratello di sei anni Khaled».
La religione obbliga i musulmani non solo a difendersi, ma a prendere l’iniziativa contro tutte le forme di oppressione: «Se le persone sono ignoranti, vivono nella povertà e nella privazione, e gli oppressori e gli Arroganti (gli americani, ndr) saccheggiano il prodotto del loro lavoro, l’esercito dell’islam sa qual è il suo dovere, cioè aiutare gli impoveriti e salvarli dalle grinfie degli Arroganti. Il jihad offensivo, pertanto, è anche una specie di difesa dei diritti degli impoveriti, difesa dell’onore e dei diritti degli oppressi» (Cultura islamica e istruzione religiosa, ottavo anno di istruzione, pp. 69-70).
Da queste premesse discende il compito dei ragazzi di prepararsi psicologicamente e praticamente alla guerra. «Alla luce delle direttive e della guida dell’islam, ogni giovane musulmano deve instillare la paura nel cuore dei nemici di Dio con la sua efficienza nel combattimento e la sua capacità di sparare. Dovrebbe essere sempre pronto a difendere il suo paese. Siete pronti ad acquisire capacità militari nei Basij (la milizia popolare, ndr)?» (Cultura islamica e istruzione religiosa, settimo anno, p. 60). Nelle scuole, a partire dall’ottavo anno, fra le materie di studio c’è “preparazione alla difesa”. Il libro di testo insegna le istruzioni militari di base come il camuffamento, i movimenti durante un combattimento, la familiarità con vari tipi di armi e di esplosivo, i princìpi della difesa civile, il soccorso di emergenza eccetera.
Piccoli kamikaze, modelli da imitare
Segue l’educazione al martirio. «L’alto Dio in molti versetti del Corano ordina ai credenti – si legge in uno dei libri sopra citati – di combattere il jihad per la causa di Dio e di uccidere gli oppressori. Egli reca la lieta novella del perdono e del Paradiso per chiunque diventi un martire della causa di Dio. Egli considera il martirio una grande vittoria». L’accettazione del martirio è presentata come un valore: «Per coloro che credono nella parola eterna, la vita in questo mondo non ha valore in sé. Il suo vero valore dipende dalla vita eterna. Pertanto, se giunge un giorno in cui la conservazione della vita non è altro che una disgrazia, essi restituiscono questo lascito a Dio col più grande entusiasmo e compiono il loro dovere di fronte a Dio» (Punto di vista islamico, undicesimo anno, p. 47). La cultura del martirio trova la sua espressione nella scuola attraverso la presentazione delle storie di alcuni martiri, compresi quelli della rivoluzione islamica e lo studente Hossein Fahmideh, che si fece esplodere contro un carro armato nella guerra contro l’Iraq. Nei libri si leggono poesie che paragonano il martire al sole, a un fiore, a una lampada, o che raccontano il viaggio dell’anima del martire fino al cospetto di Dio. I testamenti dei martiri sono letti in classe, riprodotti su poster e appesi alle pareti. Le loro famiglie vengono visitate o invitate a scuola. Spesso vengono assegnati compiti sull’argomento, come scrivere lettere alla pubblica amministrazione perché una via sia intitolata a un martire, o scrivere una lettera di condoglianze a una famiglia di un soldato caduto martire. Nel libro Lingua persiana, decimo anno, a pagina 64 c’è un esercizio che chiede di completare una storia che inizia così: «Stava morendo, ma non per l’esplosione della mina, o per il colpo di grazia sparato dagli iracheni, ma piuttosto di contentezza». Il culto della morte, insomma, è il vertice dell’educazione iraniana. Le parole dell’ayatollah Khomeini campeggiano nel libro di testo Punto di vista islamico, a pagina 29: «O saremo tutti liberi, o raggiungeremo tutti quella più grande libertà che è il martirio. O ci stringeremo le mani con gioia per la vittoria dell’islam nel mondo, o ci dirigeremo tutti alla vita eterna e al martirio. In entrambi i casi, la vittoria è nostra».
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