Chi semina terrore raccoglierà morte. Baghdad avverte Damasco
L’interferenza di alcuni stati vicini nella crisi irachena rende la situazione ancora più complicata di quanto lo sia già. La visita effettuata a metà gennaio da Jalal Talabani in Siria (la prima di un presidente iracheno da tre decenni) e la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Baghdad e Damasco sembravano indicare il prevalere del buon senso. Ma si trattava probabilmente di un’illusione. Nei giorni scorsi i leader iracheni sono tornati ad accusare la Siria per le infiltrazioni di terroristi in Iraq. Damasco non controllerebbe il confine tra i due paesi per poter dimostrare agli americani di avere le carte per complicare o risolvere la questione irachena. In una recente intervista alla tv americana Abc, il presidente siriano Bashar al Assad offre infatti agli Stati Uniti la propria mediazione per risolvere la crisi irachena in cambio di negoziati regionali. Se è vero, come affermano vari rapporti neutrali, che almeno la metà dei terroristi entra in Iraq attraverso quel confine, non possiamo non fare nostre le parole del premier iracheno Nouri al Maliki: «Vorremmo che i paesi vicini che esprimono di continuo commenti sulla nostra esperienza si soffermassero sulla propria, su come loro trattano le loro maggioranze e minoranze, su come si adoperano con la volontà del loro popolo». «Questi paesi – ha aggiunto Maliki – si oppongono a noi perché temono il progresso della libertà e della democrazia ed è loro diritto temerle, perché sono regimi clonati dalla dittatura che governava l’Iraq». Più esplicito il portavoce del premier, Ali Dabbagh: «La morte seminata oggi in Iraq potrebbe domani spostarsi in Siria. È un paese laico che combatte i gruppi fondamentalisti, ma le correnti salafite sono come un cancro e già in molte regioni siriane questi gruppi sono presenti».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!