Il capriccio al potere
«Nessuno ha capito niente. Questa è una tragedia nazionale. Una generazione intera è cresciuta senza punti di riferimento. È il fallimento di una classe dirigente e di un sistema scolastico. Come diceva Antonio Gramsci, che amo leggere anche se questa sinistra lo ha dimenticato: “Quando la scuola diventerà di massa se gli studenti penseranno che lo studio sia un inganno borghese ci ritroveremo nelle mani dei barbari”. Non si possono distruggere la famiglia e la scuola e pensare che tutto vada bene». Pietro Barcellona insegna Filosofia del diritto all’università di Catania, è nato e cresciuto nella città etnea. All’indomani della tragedia del Cibali, è inevitabile che la conversazione parta da lì. Ma lo sguardo di Barcellona è uno sguardo che non si accontenta della superficie delle cose: da anni è impegnato in una Critica della ragion laica (è il titolo del suo penultimo libro, ma insieme la cifra della sua intera opera) che riafferma il valore della laicità come luogo della domanda sull’Altro che costituisce il cuore irriducibile – “sacro” scrive lui, vecchio comunista e laico impenitente – dell’umano. Tempi lo ha cercato per una chiacchierata sulla sua ultima fatica, La parola perduta, da poco in libreria.
Professore, proprio all’inizio del suo libro lei scrive che «il fallimento della parola è alla base dello scatenarsi della violenza».
Certo. Perché la parola vera è lo strumento per elaborare le emozioni. Se le emozioni non sono più elaborate si scatenano al loro stato selvaggio.
Il Manifesto, però, citando proprio Gramsci, sostiene che «gli ultras sono anche intelligenza collettiva, sono un sentire e un sapere diffusi. Sono leone e volpe insieme».
Ma quale intelligenza. C’è solo un regresso al narcisismo primario, un’affermazione di sé che si esprime direttamente, in qualsiasi forma, come nei bambini. Io ho militato nel Pci da giovane. Quella sì che era una “intelligenza collettiva”, un tentativo di analizzare insieme i problemi, di trovare soluzioni. Non si aiutano i giovani giustificando, falsificando quello che fanno. Qui siamo davanti al trionfo della società consumista che distrugge tutto, che riduce tutto a merce, a consumo immediato, a un corto circuito consumo/violenza che non lascia più spazio per pensare, per inventare racconti, per elaborare le proprie emozioni. A scuola non c’è più alcun nesso fra l’apprendimento e le emozioni, l’affettività dello studente. E, come ho scritto, «non si può immaginare un pensiero senza affetti. Senza affetto si può avere solo un’intelligenza calcolante, cioè quella di un computer». La verità è che la società non si prende più la responsabilità di educare le giovani generazioni, se ne lava le mani. E se ne lava le mani la classe dirigente.
Cosa significa che la classe dirigente se ne lava le mani?
Ma sì, è la classe dirigente la prima a non credere più nel valore dello studio. La situazione attuale della scuola non è mica colpa dei ragazzi: è colpa degli adulti. Se la classe dirigente credesse alla scuola selezionerebbe gli insegnanti in base alle capacità e al merito, non li avrebbe fatti entrare tutti a suon di sanatorie. Abbiamo una classe dirigente pessima, e non solo nella politica, ma nelle industrie, nelle banche. Una classe dirigente che ha abdicato alla sua responsabilità, che è far sì che le pulsioni che vengono dal basso diventino spinte propositive per tutti.
Insomma, una classe dirigente incapace di trasmettere un’ipotesi di vita, figlia dell’antica profezia di Augusto Del Noce, secondo cui l’Italia sarebbe stata dominata da «cattolici senza fede e comunisti senza speranza, uniti solo dal potere»?
Ho letto a lungo Del Noce, ha capito una cosa fondamentale: che il dominio del mercato e della tecnica rendono gli uomini omologati, cinici, amorali, apatici. Cioè senza passioni, senza gusto del vivere, perché solo quando si incontra una resistenza della realtà si mette in moto una passione. Ma il problema non è il rapporto fra i cattolici e i comunisti. I comunisti non sono mai stati anticlericali, semmai lo erano i socialisti. I comunisti invece hanno sempre avuto un grande rispetto per la tradizione religiosa. Il problema è che se non si esce dalla riduzione del mondo a consumo e a tecnica l’Occidente non si salva.
Un “rispetto per la tradizione religiosa” che non emergeva dall’editoriale di Ezio Mauro su Repubblica del 7 febbraio, dove il direttore del quotidiano, commentando il netto no della Conferenza episcopale italiana alla legge sulle coppie di fatto, denunciava addirittura l’intenzione della Chiesa di preparare l’avvento di «un Dio di destra». Dio che, naturalmente, escluderebbe dalla comunità cristiana chi sostiene la sinistra.
Quell’articolo è un errore di grammatica. Intanto perché non si tratta il Papa con quel tono lì, lo si tratta per lo meno con il rispetto dovuto al capo di uno Stato straniero. Ma soprattutto è un intervento non all’altezza del problema. Secondo me la Chiesa sbaglia a scegliere i Pacs (che in Italia sono diventati i Dico) come terreno di verifica dello schieramento cattolico: una qualche forma di regolamentazione delle unioni anche omosessuali va trovata. Ma senza nessuna confusione con la famiglia. Oggi il problema del disastro italiano, e non solo italiano, non sono i Dico, è che non si fanno più figli, è che due matrimoni su tre finiscono dopo pochi anni, è che si è perduto il senso di cos’è la famiglia. Allora il Papa fa benissimo a resistere in questa posizione a difesa della famiglia. Che va difesa non sul terreno religioso, del sacramento, ma dell’antropologia sociale.
Dunque la difesa della famiglia per lei non è roba da preti.
Tutte le società umane si sono sempre preoccupate di come uomini e donne stanno insieme e fanno figli. La famiglia non è un rapporto privato, è un’istituzione sociale, ha a che fare con la responsabilità che una società si prende nei confronti delle giovani generazioni. La famiglia è fiducia di una civiltà nel tempo, è rapporto con il futuro. Oggi il nemico della famiglia, e perciò della società e del suo futuro, è l’ideologia del desiderio. Anzi, dell’appagamento immediato del desiderio, che è tipico del bambino; mentre l’adulto è capace di differire l’appagamento nel tempo, di farne un principio di costruzione. Viviamo in una società di eterni bambini, che non sanno più parlare perché le madri non si prendono cura di loro, e non sanno affrontare il mondo perché non hanno padri che permettano di staccarsi dalle madri.
“Madre”, “padre”: che senso hanno queste parole in un’epoca in cui la riproduzione è ridotta a tecnica e si afferma che il genere biologico dei genitori non ha importanza?
Oggi si progetta la fine dell’uomo come lo abbiamo conosciuto finora: un essere mortale, segnato da una parte oscura, sulla quale deve lavorare, dalla quale nascono tutti i discorsi («Ciò di cui non si può parlare, è questo che bisogna dire», scrive una studiosa francese, ribaltando il celebre aforisma di Wittgenstein: «Su ciò di cui non si può parlare bisogna tacere»). Tutto questo non è più: siamo davanti alla fine dell’umanità. Non ci stiamo giocando il Papa, ci stiamo giocando noi stessi. Non è questione di religione: chiunque può capire la differenza tra un figlio concepito all’interno di un rapporto amoroso e uno prodotto come risultato di una fredda manipolazione tecnologica.
Non sembra di vedere, al fondo di questo tentativo di riplasmare l’uomo, l’antica tentazione “sarete come Dio”?
Oggi il filtro del nostro rapporto col mondo è la tecnica, il nostro mondo non è più fatto di carne e sangue, terra e alberi, ma di schermi e strumenti. Quindi viene rimosso il problema del mondo come luogo di differenze irriducibili, del necessario rapporto con l’altro e con gli altri: la tecnica pensa tutto il mondo come padroneggiabile da un’unica forza onnipotente. Se scompaiono il padre e la madre non si riconosce più l’altro; l’altro diventa qualcosa che si può ridurre a sé, padroneggiare, manipolare. La tecnica ha un rapporto sadico col mondo, lo vuole totalmente sottomettere, in ultima analisi lo vuole distruggere.
Una visione da brividi. Vede vie d’uscita?
C’è un fondo irriducibile nell’umano, che probabilmente nemmeno la civiltà più disumana riuscirà a distruggere. Bisogna ripartire da quello. Oggi non credo più, come un tempo, in cambiamenti radicali, ho abbandonato l’utopia; ma non la speranza. Come diceva Gramsci, la rivoluzione è un fatto molecolare. Avviene nelle situazioni concrete, nei fatti umani, che hanno una loro logica che non si lascia irretire, nei rapporti quotidiani fra le persone più che nei libri. Un facile ottimismo sarebbe stupido; ma un cieco pessimismo non terrebbe conto del fondo irriducibile dell’uomo.
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