Evelyne Sullerot
La prima volta che Tempi interrogò la sociologa francese Evelyne Sullerot a proposito dei Pacs, la signora rispose perentoria con un «io di un’assurdità come i Pacs non voglio parlare». In Italia la discussione sui Patti civili di solidarietà (era l’ottobre 2005) iniziava a entrare nel vivo, ma per questa originale femminista protestante, il tema della discussione non poteva essere ridotto a una disputa sul bilanciamento fra diritti e doveri. Occorreva invece affrontare il problema della «lotta tra la coppia e la famiglia. Nel corso dei secoli, sia in Italia sia in Francia, le famiglie sono state organizzate per crescere i bambini, e gli sposi s’impegnavano con il matrimonio a crescerli. A partire dalla fine della guerra si è cominciato a parlare molto meno della famiglia, mentre si è dato, nel dibattito pubblico, molto più spazio alla coppia. In quell’epoca, quando il comunismo era estremamente potente, in Francia la coppia di cui si parlava era quella di Elsa Triolet e del poeta Louis Aragon (entrambi legati al Partito comunista, ndr). Erano un simbolo magico. Tra il 1945 e il 1950 divenne celebre la coppia formata da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Da allora la coppia ha completamente inghiottito la famiglia». La digressione storica serve alla Sullerot per affermare che «la coppia è certamente qualche cosa di positivo, perché senza coppia non c’è incontro o separazione, ma essa in sé non è un progetto, mentre lo è il matrimonio al quale, almeno nelle intenzioni, segue la famiglia. La coppia cerca l’immediatezza e l’intensità, ma non la durata. La rivoluzione sessuale della fine degli anni Sessanta ha dato alla sessualità uno spazio assolutamente straordinario. Il problema è che ora si va sempre di più verso l’idea che è la sessualità a dare l’identità alla persona».
Ma dov’è la discriminazione?
I ministri italiani Rosy Bindi e Barbara Pollastrini, mentre presentavano un disegno di legge sulle coppie di fatto, hanno detto che non bisogna più parlare di Pacs, ma di Dico (diritti e doveri delle coppie conviventi). Per la Sullerot, comunque li si voglia denominare, «sono cose che non hanno nulla a che fare con la famiglia. Rappresentano piuttosto l’agonia della coppia. Nel mio ultimo libro, (Pilule, sexe, Adn: Trois révolutions qui ont bouleversé la famille, Fayard, 2006) affronto questi problemi. Nei secoli la famiglia si è fondata sul matrimonio fino a quando, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha cominciato ad affermarsi sempre di più il valore “coppia”, anche al di fuori del matrimonio. Così sono state sempre di più le coppie che non si sono sposate. L’anno scorso, per esempio, in Francia, il 50 per cento dei bambini sono nati da coppie non sposate». Questo per dire che «come è avvenuto in Francia si è passati da una famiglia fondata sulla coppia sposata a una famiglia che ha come fondamento la filiazione, che è il legame per sua natura indissolubile tra un bambino e i suoi genitori biologici». In questo quadro il matrimonio perde d’importanza rispetto alla filiazione. «Chi sostiene – prosegue Sullerot – che, per evitare le discriminazioni, una coppia omosessuale e una eterosessuale devono avere gli stessi diritti, cerca di arrivare al matrimonio passando dalla coppia. Ma questo è evidentemente impossibile per gli omosessuali: non possono pretendere la filiazione biologica perché, per sua natura, una coppia di donne o di uomini non può avere figli. Un’ideologia non può nulla contro la realtà, in questo caso biologica». Secondo la sociologa ci stiamo avviando verso un destino tragico che ci consegnerà nelle mani dello Stato. «La famiglia è oggi vilipesa. Ma finora essa è stata una specie di assicurazione contro gli incidenti della vita. Era il luogo nel quale si facevano dei bambini e li si educava. Una famiglia svalutata dà allo Stato un ruolo protettivo di sostituzione. Uno potrà sentirsi anche più libero, ma certamente sarà anche più vulnerabile».
Se è solo “un’altra forma d’amore”
Nel disegno di legge presentato dalle due ministre dell’Unione spicca la parola «affettività». Da questo punto di vista chi potrebbe negare che l’affetto possa essere la discriminante tra omo ed eterosessuali? Insomma, è “un’altra forma dell’amore”. Quindi una coppia omosessuale e una eterosessuale sono la stessa cosa? «Assolutamente no!», sbotta la Sullerot. «In una coppia omosessuale ci può essere dell’affetto, dell’amore, della sessualità, ma tutte queste belle cose non possono rimpiazzare la trasmissione della vita. Per trasmettere la vita ci vuole “l’altro”, uomo o donna, perché noi siamo una specie animale. Abbiamo ricevuto da Dio la capacità di dare la vita grazie proprio alla nostra differenza sessuale». Eppure questa “alterità”, questa differenza, è proprio il nocciolo della questione che oggi viene, contro ogni evidenza, negato. Infatti si parla di “genere” e di “orientamento”. «L’omosessualità, se nega l’alterità, nega la realtà. Perché la realtà è appunto l’alterità biologica dell’uomo e della donna, che sono complementari, fatti per accoppiarsi e per dare la vita. Nel momento, invece, in cui l’atto sessuale si esercita con qualcuno uguale a sé si limita a una forma di narcisismo».
Per la Sullerot occorre, alla fine, farsi una e una sola domanda: «Si va verso la vita? Se gli uomini e le donne accettano il dono di vita che hanno ricevuto donandolo a loro volta, possiamo dire che tutta la creazione è in cammino. Se invece ci si vuole guardare l’un l’altro godere, si va verso il disastro. Se non c’è trasmissione di vita, la vita scompare». è, anche, banalmente, un problema di pura sopravvivenza. «Un paese attento più alla sessualità che alla trasmissione della vita finisce con lo scomparire. Mi chiedo se non è la via imboccata dall’Italia che ha un tasso di natalità disastroso e che, alla metà di questo secolo, dovrà aprire completamente le proprie frontiere all’immigrazione per mantenere il numero attuale di abitanti».
Lesbismo progressista
Al tempo del primo colloquio, la sociologa concordò sul fatto che le istanze omosessuali fossero ritenute “progressiste”. Stranamente, perché «in tutto questo di progressista non c’è niente. Semplicemente, quello che desiderano gli omosessuali non c’entra niente con quella che si può definire famiglia. Quello che vedo è che gli omosessuali cercano un riconoscimento simbolico, istituzionale, della loro sessualità, e per questo le loro rivendicazioni mi sembrano venire da una scelta ideologica. Se c’è stato un sostegno della sinistra è perché si era convinti di una cosa: che la sessualità è qualcosa di sinistra. E c’è di che farsi quattro risate! è assurdo avere un giudizio politico sulla sessualità. La sessualità in sé non è un’ideologia o, meglio, non dovrebbe essere un’ideologia. Lo diventa quando si pretende di farne un’identità». Come, gettando uno sguardo sugli ultimi avvenimenti, accade per «la lobby degli omosessuali. Fa molto rumore, grazie anche al sostegno di alcune parti politiche». E sul perché le femministe storiche – da sempre in prima linea nel difendere l’irriducibile diversità fra uomo e donna – non si pronuncino, alla Sullerot non pare un fatto difficile da capire. «Le femministe più “arrabbiate” sono lesbiche. Nel 1968, in Francia i giovani erano convinti che con “l’amore libero” la società sarebbe stata più democratica perché meno frustrata. Rapidamente ci si è accorti che questa libertà sessuale senza limiti contribuiva a degli abusi sessuali sui più deboli, cioè i bambini e le donne. In questo senso la rivoluzione sessuale ha reso più vulnerabile la donna. Più la rivoluzione sessuale si è sviluppata meno si è capito cos’è la sessualità. E non sono state di grande aiuto le teorie contraddittorie di quelli che si fanno chiamare sessuologi».
Cosa accadrà in Italia
Sui giornali di scienze sociali si scrive che esistono tre tipi di sessualità: eterosessualità, omosessualità, bisessualità. «Sono cose che ormai si insegnano nelle scuole» chiosa la Sullerot. «Se si mette insieme la fortuna formidabile della coppia e l’altrettanto formidabile fortuna della sessualità si arriva agli omosessuali che affermano di essere delle coppie, perché nel loro rapporto c’è intensità, godimento sessuale e affettività. è attraverso quest’idea di coppia che hanno rivendicato delle facilità economiche». Come in Francia dove «una lobby molto ricca, potente e politica ha approfittato del momento in cui al comando c’era un governo socialista. L’iniziativa non viene da una massa di cittadini ma da alcune personalità che con il loro coming-out rivelano la propria omosessualità. Poi si reclama una uguaglianza di diritti». Assomiglia molto a quello che è accaduto in Italia. Qual è il passo successivo? «Che domanda! Ma il matrimonio, no?»
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