Perché la sinistra non è ancora riuscita a deporre le armi una volta per tutte

Di Cominelli Giovanni
22 Febbraio 2007

Il partito armato continua ad affiorare nella storia italiana degli ultimi vent’anni in forma episodica e carsica. Dunque esiste. È soltanto il detrito di passate stagioni sanguinose? È un fatto. Si tratta di comprenderne la “razionalità” allo scopo di eliminarlo dalla vita sociale e politica del paese. Il partito armato non è semplicemente il prodotto di una teoria insurrezionalista delle forme di lotta sociali. Non è una teoria della violenza: è una visione/progetto di liberazione della storia, dell’uomo, della società che incorpora la violenza come levatrice del progetto stesso. Affonda le sue radici nel giacobinismo/leninismo: la natura umana si può integralmente (ri)costruire, la storia si può condurre al guinzaglio, il regno di Dio in terra è possibile e coincide con il regno dell’uomo. Al momento, tuttavia, solo una minoranza intellettuale ha accesso a questa verità essenziale. Per conquistare le masse occorre perciò produrre gesti esemplari, che scuotano il potere e le coscienze e comunichino l’esistenza nel presente di un progetto alternativo e lo spingano in avanti. La lotta armata non ha mai avuto come scopo principale, neppure nel caso Moro, quello di cambiare i rapporti di forza con lo Stato sul piano militare, quanto piuttosto quello di comunicare propaganda, ancorché armata, nella prospettiva di dilatare il consenso alla propria visione.
Ora, questo progetto appartiene alla storia della sinistra. Anzi si può ricostruire la storia della sinistra italiana, già a partire da Antonio Gramsci, come il tentativo di staccarsi da una visione giacobina e primitiva – quella di uno dei fondatori del Pcd’I, Amedeo Bordiga – per attingere a un progetto più rispettoso della realtà storica e umana. È evidente che questo itinerario di “purificazione” non ha ancora investito né in profondità né in estensione tutta la sinistra. Perché lo slancio verso la liberazione umana dal male, dal dolore, dall’ingiustizia qui in Italia si tinge di sangue? È una domanda che interpella le ragioni costitutive della sinistra in relazione alla sua visione dell’uomo. Per ora, si può solo constatare che a volte il discorso sulla violenza è rifiutato per ragioni politiche, ma non se queste ragioni mettono in discussione i fondamenti culturali. O, viceversa, si approda alla teoria della non-violenza – è il caso recente di Fausto Bertinotti – ma sul piano politico si intrattengono rapporti con un’area ambigua e contigua culturalmente al partito armato.

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