Anche alla Nigeria serve una sana ingerenza vaticana
I vescovi non solo possono, ma devono parlare. Anzi dovrebbero farlo di più dall’Italia alla Nigeria. In Italia dicono che i rappresentanti della Chiesa dovrebbero stare zitti, altrimenti si metterebbe in crisi la laicità dello Stato. Messe da parte le clausole del Concordato, questa argomentazione sembra proprio debole. Il problema, se di problema si tratta, non sono le opinioni dei cardinali, ma l’automatica risonanza che queste hanno nel ditino dei parlamentari al momento del voto. Quanto clamore infatti per i sessanta deputati della Margherita che hanno detto che non obbediranno alle richieste della Chiesa sui Dico, “le unioni civili per le coppie di fatto”, cioè il matrimonio di serie B per gli omosessuali. Il dibattito e le indicazioni dei vescovi alla luce del sole consentono ai cittadini di conoscere meglio i propri deputati e senatori.
In Nigeria, nel frattempo, stanno per varare una legge che riguarda sempre gli omosessuali, ma in questo caso si tratta di una norma che li condannerebbe al carcere per cinque anni. Ora, i vescovi potrebbero e dovrebbero far sentire la loro voce anche da quelle parti. La Chiesa infatti intende “difendere la famiglia”, ma non vuole certo contribuire a portare l’inferno sulla terra. Non solo, la Nigeria è terra contesa all’avanzata fondamentalista islamica e la Chiesa ha occasione di mostrare la differenza tra la sua proposta e quella della sharia. E quando i vescovi e i cardinali avranno difeso i diritti degli omosessuali nigeriani a vivere in libertà, parleremo ancora di ingerenza vaticana?
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