Fascino anticlericale
«Se vi dico che sono stata all’inferno, che cosa ne capite voi?» È a questo punto che alla ragazza che sta leggendo brani dal diario di Etty Hillesum si rompe la voce, inciampa, si ferma. Un applauso la rincuora, la lettura riprende; comincia così l’incontro per celebrare la giornata della memoria organizzato dagli allievi del Falck di Sesto San Giovanni e del Molaschi di Cusano Milanino, capitanati dal loro professore Pippo Emmolo, pizzo candido e spirito che batte in baldanza quello dei suoi ragazzi. La mostra sui totalitarismi che campeggia nell’atrio del Falck, con spiegazione e messinscena finale a cura degli studenti, afferma che non si può ricordare il male se non si fa memoria del bene, dei “giusti” che pur nelle condizioni peggiori non hanno rinunciato all’umanità propria e degli altri.
Il 15 febbraio un convegno ha approfondito la questione. Dopo il vice rabbino capo della comunità ebraica di Milano, Davide Sciunnak, e dopo Antonia Grasselli, insegnante a Bologna, appena rientrata da un seminario allo Yad Vashem, l’istituto per la memoria della Shoah di Gerusalemme, è intervenuta Mirella Bocchini, che ha raccontato di come suo padre mise in salvo decine di ebrei durante la guerra: «Due cose erano fuori discussione a casa mia, la menzogna e la viltà: non si poteva mentire e non si poteva rifiutarsi di affermare la verità pubblicamente. Mio padre era laico, anticlericale; fu per non essere vile, per difendere il laicismo imparato da lui, che al liceo Berchet di Milano decisi di sfidare le lezioni di religione di quell’insopportabile prete, don Luigi Giussani; e fu sempre per l’amore alla verità che avevo imparato da mio padre che dovetti riconoscere che ciò che quel prete diceva era vero».
«Tu vuoi essere felice?»
Le domande dal pubblico sono serie: «Chi sono i giusti, oggi? E come possiamo essere grandi come loro?». E qui comincia il botta e risposta: «Tu vuoi essere felice?», chiede Mirella. «Sì», «Sì, tutti», fa eco qualcuno. «Vuoi essere amata e, per quanto sei capace, amare?». «Sì». «Vuoi dire la verità, conoscere quel che è vero e affermarlo?». «Sì». «Ecco, questo desiderio di felicità, amore, verità e bene che la tradizione ebraica chiama “cuore”, non c’è nessuno che ve lo può strappare, nemmeno la cultura barbara in cui viviamo, che vuole ridurvi a oggetti di consumo come i nazisti volevano ridurre gli ebrei ad animali. Questo desiderio ve lo ha messo dentro Dio. Essere “giusti” vuol dire vivere paragonando momento per momento quel che accade con il vostro cuore». I ragazzi escono pensosi, commentano quel che hanno ascoltato. Per loro la giornata della memoria non è stata una commemorazione. È stata un avvenimento.
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