Snob academy
Dice di non avere preparato un discorso, perché porta sfortuna e perché a parlare ci pensa già il suo film, Babel, forte di sette nomination agli Oscar di cui tre “pesanti” (miglior film, regia e sceneggiatura originale). Quarantaquattro anni, originario di Città del Messico e immigrato “regolare” negli intolleranti Stati Uniti come ha sottolineato lui stesso alla cerimonia di consegna dei Golden Globes, esibendo ironicamente il suo permesso di soggiorno, Alejando González Iñárritu è già una stella, liberal e politically correct.
L’ultima e terza fatica del regista di Amores Perros e 21 grammi – Il peso dell’anima, con Brad Pitt protagonista, dovrà vedersela con The Departed di Martin Scorsese, United 93, e l’inossidabile Clint Eastwood con Letters from Iwo Jima. I bookmaker danno vincente Scorsese che ha sempre sfiorato l’Oscar senza mai vincerlo. Speriamo in bene. The Departed è il miglior film della stagione : lo dicono gli incassi e la stampa di tutto il mondo. La penserà così anche l’Academy?
Antonio Autieri, direttore di Box Office, la “Bibbia” per distributori ed esercenti in Italia, non ha dubbi sul successo annunciato di Babel. Il film è destinato a piacere a quegli attori «della generazione di Brad Pitt» che costituiscono la gran parte dell’Academy. Autieri è preoccupato di questa deriva indistinta degli Oscar: «Una volta, nel bene e nel male, gli Oscar indicavano il film dell’anno: poteva essere La mia Africa o Braveheart, ma era il film su cui puntare. Oppure film piccoli, come Shine, per cui l’Oscar rappresentava un vero e proprio detonatore di popolarità. Oggi Titanic farebbe fatica a vincere qualcosa. La sensazione è che ci si vergogna quasi a fare un film di valore per il grande pubblico».
In effetti quest’anno la cinquina per il miglior film vede due film di valore ma confinati in un genere non per tutti (The Departed e Letters from Iwo Jima), un manifesto liberal come Babel, un film politico, The Queen sulla regina d’Inghilterra, e Little Miss Sunshine il classico outsider sulla provincia americana da riscoprire. Idem nelle altre categorie: nessun filmone in grado di fare il pieno di voti e di dollari ma parecchi buoni film capaci di puntare però a pochi premi: La ricerca della felicità, I figli degli uomini e il già citato United 93. Un premio a testa, se va bene. Apocalypto di Mel Gibson è invece ridotto a gareggiare per i premi tecnici (trucco e sonoro).
Armando Fumagalli, docente di Semiotica all’Università Cattolica di Milano e autore del libro Scegliere un film spiega che da qualche anno a questa parte c’è stata una trasformazione degli Oscar. «C’è una nuova generazione di studiosi di cinema, di accademici, c’è il Sundance (il festival liberal e cinefilo ideato da Robert Redford, ndr) e di conseguenza la sensibilità e i gusti dell’Academy sono cambiati». L’Oscar, spiega ancora Fumagalli, «è un premio troppo importante da un punto di vista commerciale. E le case ovviamente ci investono tantissimo con campagne di sponsorizzazione e distribuzioni efficaci. Di solito chi vince è chi ha fatto sì un buon prodotto ma ha lavorato anche meglio dietro le quinte». Una vera e propria lotta all’ultimo schermo, con qualche esempio eclatante: «I pluripremiati Il paziente inglese e Shakespeare in love, film mediocri ma con la potente Miramax alle spalle. Come Benigni. Con La vita è bella vinse tre Oscar ma solo grazie all’aiuto della distribuzione americana e del battage pubblicitario svolto nei mesi precedenti la cerimonia».
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