E’ fatta. Trionfa la legge (194)

Di Berlicche
22 Febbraio 2007

Mio caro Malacoda, i miei più sinceri complimenti, non ti credevo così bravo, così diabolico. Con quello che sei riuscito a fare a Torino la perversione della coscienza morale è ormai completata. C’è voluto del tempo, ma il risultato questa volta sembra acquisito. Provo a riassumere la tua strategia, dimmi se ho ben capito. Prima si tratta di svuotare di senso la parola e la nozione di dovere, facendola coincidere con il formalismo e il moralismo. Cosa non difficile. In un secondo tempo l’attenzione va posta sui diritti. Qui ci vuole un po’ d’attenzione in più: non tutti i diritti e i diritti di tutti (quello alla vita, ad esempio, meglio non citarlo se non come diritto a rinunciare alla vita), ma solo quelli riconducibili alla libertà soggettiva, ai mutevoli desideri del singolo, svincolati da ogni rapporto oggettivo, indifferenti rispetto alla realtà delle cose. A questo punto il processo di disgregazione dell’umano procedeva a gonfie vele, troppo forse. E infatti è arrivata puntuale, da parte dei tifosi del Nemico, l’accusa di nichilismo e relativismo etico. Non che ci faccia dispiacere, ma rischiava di rovinare tutto. Bisognava accettare la sfida sul terreno dei valori, solo cambiandoli di segno. Era il momento di reintrodurre il concetto di responsabilità e di dovere. Svuotati di un punto di paragone assoluto, cioè esterno, vengono buoni per qualsiasi morale. E così è stato.
L’aborto era un omicidio, poi è diventato un dramma, poi un male minore se fatto legalmente e non clandestinamente, un atto di legittima difesa, quindi un diritto. Adesso è un dovere. Un trionfo della legge. «Alla fine ha vinto la legge», ha scritto la giornalista della Stampa che ha seguito il caso della tredicenne di Torino, Valentina, obbligata ad abortire dai suoi genitori contro la sua volontà. Una vittoria della legge, che ha riconosciuto le ragioni dell’amore responsabile dei suoi genitori – «Sei troppo piccola, non puoi rovinarti la vita così» – contro la volontà e il desiderio (se questa parola ha ancora un senso) di una minorenne. «A tredici anni no. Quello deve restare il tempo della beata incoscienza», ha commentato l’intellettuale di turno. Solo una cosa non avevi messo in conto, la ragazzina adesso vuole uccidersi. Aveva implorato: «Non posso buttare questo bambino, cercate di capirmi». Non l’hanno neanche sentita, non lei, quella parola che ha pronunciato, “bambino”. Infatti non la citano mai, una pagina intera di giornale e compare soltanto in questa dichiarazione. La madre (che poi sarebbe stata la nonna) adesso si tormenta «per aver violato il desiderio della figlia». Solo che il desiderio della figlia non era più solo un desiderio (se ha ancora senso usare questa parola). È meravigliosa per noi questa incoscienza (beata?) che si prolunga ben oltre i tredici anni. Perfette, infine, le argomentazioni di chi prende le difese di Valentina. Ad esempio il neuropsichiatra infantile che l’ha in cura per guarirla dal manifestato desiderio di morire (ti ricorda qualcosa?): «Valentina ha chiaramente subìto una violazione terribile perché l’aggressione che ti condanna all’aborto è la stessa di quella che ti vieta di farlo. Si tratta sempre di una violazione della libertà personale».
Pare non sia questo il problema di Valentina, che continua a ripetere: «Voi me l’avete ucciso». Ma non importa, per imparare a fare i coperchi abbiamo tempo. Ciao
Tuo affezionatissimo zio Berlicche

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