La serietà al mercato
Abu Dhabi, Emirati Arabi. Se nonna Rita Levi Montalcini non s’è persa l’aereo, abbiamo di nuovo in carica il governo più comico degli ultimi cinquant’anni. Complimenti ai titoloni prodian-goderecci dei grandi quotidiani di oggidì, 1 marzo 2007. Complimenti, la barzelletta è da Nobel: lo stesso esecutivo strappalacrime sui Dico adesso ci comunica che «riparte dalla famiglia»; lo stesso governo che ha appena manifestato contro se stesso a Vicenza adesso sostiene che non solo verrà allargata la base a americana, ma che si farà anche la Tav. Complimenti, la commedia è da Oscar. Sarà la consapevolezza scalfariana che se non passava la fiducia «si è perso per altri vent’anni». Sarà che Barbara Spinelli ha trovato la piroetta per proporsi come nuovo portavoce di Romano Prodi al posto del cireneo Silvio Sircana (ci voleva tanto per capire che il tonfo di Massimo D’Alema è colpa dei «dieci anni dominati da Silvio Berlusconi»?). Sarà che pure il deputato medio tiene famiglia e prima del prossimo anno gli eletti nel 2006 non maturano la pensione da parlamentari. Sarà che, oltre ai grandi repubblicones, stampones e corrierones, pure il Messaggero dei caltagirones deve averci avuto qualche buona ragione edile romana per trovare irresistibile l’ottimismo dell’ex professore dell’Iri. Sarà quel che sarà, come cantavano in Prima Repubblica i Ricchi e Poveri, fatto sta che è ripartito un bel “Prodi suk”. Un esecutivo frutto di intense trattative tra il popolo di Vicenza e il mercato del pesce di Valparaiso.
E infatti, il senator Pallaro è atterrato ieri, 28 febbraio, proprio alle prime luci dell’alba capitolina, con volo diretto dal porto di Buenos Aires, per portare il pregiato contributo argentino al voto di fiducia. E Francesco Caruso ha trascorso la vigilia quaresimale dell’alata discussione in Senato nella buona compagnia del pugno chiuso con cui ha stretto la mano di Marco Follini. Uno che s’è ribaltato al caro prezzo del «paese bisognoso di ritrovare l’equilibrio che ha perso lungo i tornanti di questa alternanza piuttosto nevrotica». Già, Harry Potter. Ma che dire di zio Giulio, il senatore che dopo tre giorni di orrido e un po’ mafioso inferno in cui era stato risospinto dopo l’impallinamento del Massimo D., in quattro e quattrotto è stato di nuovo ripulito da Belzebù e accolto in cielo, tra le schiere dei cherubini di lotta e di governo? Non c’è che dire. Appartiene proprio al Dna dell’Unione quello slogan, “la serietà al governo”.
«Se non c’è maggioranza, tutti a casa». L’ultima parola d’onore spesa da Massimo D’Alema è ancora nella mazzetta della settimana appena trascorsa. Stampata a caratteri cubitali sulle prime pagine di tutti giornali del 21 febbraio. Non è propriamente un secolo fa. Eppure con una serie di fantastiche capriole eccoli di nuovo tutti insieme appassionatamente. A celebrare con il pastore reggiano il ritorno all’ovile del gregge romano. Promettevano di andare a casa subito. Hanno subito ripiegato sulla suburra. O, se volete, sul casino. D’altronde, i “Poteri Forti” (denunziati dai corsivisti bertinottiani) da che parte stanno? Beh, a sentire Paolo Mieli, si è capito in fretta. Attenuare. Spiegare la teoria dell’incidente. Abbassare la colossale sberla a livello di una marachella. E così, neanche fosse stato Bin Laden all’indomani delle Torri Gemelle, il direttore del Corriere della Sera non ha voluto aspettare il ritornello a cui il resto dei grandi giornali approderà solo ventiquattrore dopo. No. A cinque minuti dalla caduta di Massimo, Mieli era già in video nel sito del quotidiano di via Solferino a scommettere il suo faccione un po’ bazolianamente corrucciato, su un «ci sarà il Prodi bis». Già, i giornaloni della “Grande Borghesia” (come li chiama il direttore di Liberazione, quotidiano comunista e dunque “riformista” stando all’ultima predica di Eugenio Scalfari su Repubblica, 25 febbraio: «La sinistra radicale rappresenta un riformismo più spinto»), da che parte stanno? E infatti che ti scrive Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, per indorare la pillola al popolo del parco giochi? Scrive, appunto, che «il governo Prodi rappresenta l’equilibrio più avanzato possibile nelle condizioni attuali». Il ragionamento che segue non fa una piega: «Il centro sinistra è quello che è. Provate a cancellare il patrimonio ideale di Rifondazione e immaginatevi cosa resta dell’Unione. Cosa resta? Sigle di partiti, spinte alla liberalizzazione, la Confindustria, un po’ di Chiesa, meccanismo di mediazione. Punto». Sì, punto. Ma intanto incassano il “punto” che li ha cancellati dall’agenda politica. E poi picchiano il povero Rossi. Ma scusate, tra due mesi, quando con l’Afghanistan e l’atomica iraniana sarete di nuovo al punto “di equilibrio più avanzato”, cosa dovrebbe dirvi il buon Rossi? Che se lo prendete ancora a cazzotti vi manda a cercare dai “resistenti” iracheni?
Il patriarca di Palazzo Chigi
Che domenica bestiale dev’essere stata quella del Grande Patriarca raccontato minuto per minuto su Repubblica. Davanti al televisore, nei panni del Braveheart di Spaccanapoli, «pronto al gioco duro» come i nostri rugbisti che hanno battuto gli scozzesi. Mentre dalla finestra mezza aperta della sua residenza romana (un po’ come quel tale vestito di bianco dalla finestra di piazza san Pietro) saluta il fotografo di Ezio Mauro. Per non parlare della Messa vespertina. Dove lo scatto fotografico questa volta è anche più domestico. E più fresco, rilassato e giocondo il sorriso. È vero, ci è mancata un pochino l’ostia della comunione. Però la solfa era quella. Squisitamente laica. Come si conviene a uno che porta i suoi in ritiro al convento di Camaldoli. O al conclave di Caserta. O alle “12 tavole” o ai “12 comandamenti” o, ruinianamente, ai “12 punti non negoziabili”. Adesso che perdona Rossi e mette sulla graticola il vitello più grasso per il ritorno del figliol Turigliatto, stupisce la non previsione in agenda di una bella e – come ha promesso il presidente Napolitano in caso di ulteriore marachella – ultima cena. Per intanto ha messo il cilicio a Rifondazione e la mordacchia a Oliviero Diliberto. Per intanto, ecco il Grande Patriarca incedere baldanzoso a colpi di esternazioni centellinate, ma sostanziose. Tipo che era «sereno» ieri. Che oggi «sarò sereno». E che se non sarà sereno, beh, sarà «un nuovo slancio». Complimenti poi al nuovo ministro degli Esteri alleggerito del suo un po’ troppo “spacchioso”, come dicono in Sicilia, predeccesore. L’onore di D’Alema non è in questione. «È che il nostro statista adesso rischia di rappresentare, in giro per il mondo, più una barzelletta che la Farnesina». Il sarcasmo dell’onorevole azzurro Maurizio Lupi avrà pure un evidente interesse d’ufficio. Però Lupi è uno di quelli che lo scorso maggio, al tempo del pareggio alle urne, si era speso per le larghe intese. Uno di quelli che, coi Casero e gli Alfano da una parte, i Bersani e i Letta dall’altra, chiamano “Intergruppo parlamentare”. Associazione pericolosamente trasversale che sa ancora leggere i saggi di Luca Ricolfi, crede che il riformismo non sia di destra né di sinistra, e che essere realisti in un’Italia immersa fino al collo in quella roba là signififichi semplicemente rispettare il QI medio.
Se comandasse la Lombardia
Scherzando abbiamo sentito il governatore della Lombardia Roberto Formigoni. Presidente cosa ne direbbe se, al prossimo “incidente”, la Lombardia prendesse in affido il governo Prodi? D’altronde, dalla scuola alla sanità, dalla politica estera alle infrastrutture, la Lombardia, dicono gli indici europei, è l’unico carro che tira e che anticipa, in termini di riforme e modernizzazione, il resto d’Italia. «Beh, non sarebbe neanche una provocazione. È un fatto che qui, pur rimanendo ben distinti i ruoli, governo e opposizione si confrontano e, talvolta, si scontrano anche aspramente, non però per salvaguardare ideologie novecentesche o difendere rendite di posizione, ma per rispondere ai problemi concreti della gente». Una profezia sul governo che si rimpannuccia? «Mi pare un po’ difficile che sopravviva alla primavera. È un serrate le righe che lascia tutti i problemi sul tappeto. Hanno messo due dita negli occhi alla sinistra radicale, ma non riesco proprio a immaginare come riusciranno a tenersi insieme. Nei prossimi mesi arriveranno in scadenza diverse cambiali: dall’Afghanistan all’Iran, dalle pensioni alla legge elettorale. Come si fa a tenere insieme Follini e Caruso?». Supponiamo che tra due mesi Prodi bruci l’ultima carta che gli ha concesso il capo dello Stato: cosa succede? «Succede che si va a un governo che puoi chiamare come ti pare – tecnico, del presidente, di larghe intese – ma la sostanza sarà quella: un minuto dopo la caduta di Prodi nasce un governo istituzionale». E le elezioni? «Non prima che venga approvata una nuova legge elettorale e, probabilmente, non prima che si chiuda la prossima finanziaria». Una legge elettorale di che tipo? «A me pare che il modello regionale sia il più interessante». Siamo sul solco del ministro delle Riforme. Un mese fa, su questo giornale, Vannino Chiti si pronunciò esattamente in questa direzione. «Non è una novità, ci stiamo lavorando, il modello è quello: bipolare con premio di maggioranza, ripartizione proporzionale dei seggi, sbarramento al 2 per cento per chi vince, 3 per chi perde». Intanto il bilancio del governo Prodi prima del suk è, agli occhi di Formigoni, quello di Pinocchio: «Giurava di non aumentare le tasse e sarà ricordato, invece, come il governo delle tasse. Prometteva di far piangere i ricchi e ha fatto piangere tutti. Diceva di aspettare a criticarlo, che con le buste paga del 2007 si sarebbe capito quanto è virtuoso. E così, aspettando, la gente ha visto la busta paga e ha capito. Più tasse per tutti e, specialmente, con le addizionali, l’Irpef, i ticket e tutto il resto, più tasse per le famiglie e tagli agli investimenti delle Regioni».
Una Finanziaria tutta da spendere
In compenso sta forse proprio nella Finanziaria il segreto della possibile tenuta del Grande Patriarca. Non lo sospetta un giornale berlusconiano. Lo scrive il compagno torinese al di sopra di ogni sospetto Luca Ricolfi nel suo Le tre società. Prendete nota di questo passaggio a pagina 27: «Per portare l’indebitamento netto dal 3,8 per cento al 2,8 per cento del Pil occorre trovare 15 miliardi. Ma la manovra finanziaria per il 2007 non reperisce risorse per 15 miliardi, bensì per 35-40. Di questi 35-40 miliardi circa il 70 per cento sono di maggiori entrate, e circa il 30 per cento sono di minori spese. Così, tra maggiori entrate e minori spese il governo si ritrova con circa 20 miliardi da spendere, su cui i vari ministri si avventano con comprensibile voracità (il solito D’Alema osserverà che la manovra sembra un “gigantesco suk arabo”)». “Suk”? Ha proprio detto “suk arabo”? Ma pensa te. Chi avrebbe mai immaginato che fosse proprio D’Alema a profetizzare come sarebbe risorta dalle proprie ceneri la fenice del governo Prodi. D’altronde, tanto per cominciare, dice niente il metodo di “concertazione” per mandare altri duemila operai Fiat in mobilità? E l’ex base militare Usa della Maddalena che vogliono dare in cogestione a Lega delle Cooperative e Confindustria?
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