Pace armata al Congresso
New York
Sono passate poche settimane dacché i democratici hanno conquistato il Congresso americano vincendo le elezioni di metà mandato e già non si contano più le proposte di legge di “sapore liberal” approvate alla Camera e pronte ad approdare in Senato. Proposte di legge che nemmeno avrebbero mai visto la luce con la vecchia maggioranza repubblicana al Congresso. Non per niente alcuni analisti paventano una sorta di paralisi tra il Campidoglio e la Casa Bianca, con il presidente Bush che oppone veti a ripetizione contro tutte (o quasi) le leggi che superano l’iter parlamentare. Eugene J. Dionne, editorialista del quotidiano liberal Washington Post, però è di un’altra idea: «No, non credo finirà in paralisi», dice a Tempi. «Vedo invece che il presidente comincia a riflettere su alcuni argomenti finora ignorati dalla sua amministrazione». E questa sorta di bombardamento a suon di progetti di legge da parte dei democratici, secondo Dionne, altro non è che una specie di sfogo creativo: «Erano diciassette anni che non avevano la maggioranza al Congresso. Hanno voluto subito impostare il dibattito politico sulle questioni che terranno banco nei prossimi cinque anni. In fondo è anche a causa dell’inerzia e dell’assenza di idee che i democratici sono stati sconfitti nel 1994». George W. Bush, illustra Dionne, potrebbe cominciare il ripensamento della propria linea politica, per esempio, con la proposta di legge per elevare il minimo di salario garantito dagli attuali 5,15 a 7,25 dollari l’ora: «L’aumento del minimun wage è un progetto estremamente popolare. Sicuramente il presidente lo approverà». Innovative sono state anche «le aperture al finanziamento della sperimentazione di energie alternative che Bush ha voluto fare durante l’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione», aperture che ammiccano alla proposta democratica di istituire un fondo per sostenere proprio la ricerca sulle nuove fonti energetiche: 14 milioni di dollari provenienti da sgravi fiscali a favore delle compagnie petrolifere. «E in quella stessa occasione – prosegue Dionne – Bush ha anche fatto capire ai democratici che, pur senza spingersi fino ad approvare la regolamentazione che mira a consentire al governo di trattare direttamente con le industrie farmaceutiche il prezzo dei medicinali, è disposto a ragionare con gli avversari su riforme che permettano ai milioni di cittadini americani non assicurati di accedere a una copertura sanitaria».
Su Baghdad non si scherza
Un discorso ben diverso, invece, secondo Dionne, bisogna fare sulla guerra in Iraq. Due settimane fa la Camera ha approvato una risoluzione (non vincolante per il presidente) che esprime dissenso nei confronti del piano elaborato dalla Casa Bianca per il graduale aumento del contingente americano in Iraq. Una risoluzione che però è stata bocciata dal Senato, dove, spiega l’editorialista del Washington Post, il Partito democratico non ha i numeri per pronunciare risoluzioni contro Bush. «Tuttavia la guerra in Iraq è sempre più impopolare tra gli elettori americani, sia di destra sia di sinistra. Perciò, credo, sarà proprio il numero crescente di senatori repubblicani che si oppongono all’invio di nuove truppe in Iraq a costituire un nuovo tipo di opposizione. I senatori repubblicani che fra due anni puntano alla rielezione, infatti, stanno facendo il possibile per allontanare la propria immagine da quella di un presidente Bush in crisi sulla guerra. Anche se in ogni caso, credo, nemmeno questo Congresso a maggioranza democratica arriverà mai ad approvare una presa di posizione contro la guerra che sia vincolante per il presidente Bush. A meno che non si verifichi in futuro un gravissimo peggioramento della situazione nel paese. Nessun senatore a cui interessi la propria carriera politica, infatti, sarebbe disposto a esporsi fino al punto di negare i finanziamenti che il presidente chiede su una questione di sicurezza nazionale».
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