Ma questa insolita aria tiepida non sa di primavera, perché prima non c’è stato il ghiaccio
A metà febbraio l’erba nel giardino è già verde e alta una spanna. Una improvvisa gelata notturna ha colto i soffioni bianchi spuntati anzitempo: rigidi come cristalli stanno dritti nel prato. Non hai mai visto i soffioni a febbraio, e mai ghiacciati, colti di sorpresa da un’improvvisa notte d’inverno e impietriti nelle loro lievi geometrie. Li osservi con una leggera inquietudine, come il piccolo segno di un ordine violato.
Anche i peschi per le strade di Milano sono già fioriti. Sembrano strani, come invitati arrivati prima del tempo a una festa, con gli abiti buoni, e spaesati. I passanti scivolano accanto distratti. Quel rosa che a marzo o ad aprile commuove, nel grigiore dell’inverno appare fasullo. Non è l’eterno rinnovarsi di una silenziosa promessa, è come un sorriso ambiguo, di cui non ci si può fidare.
Sugli alberi dei viali sono rimaste, secche, molte foglie morte. Penzolano inerti dai rami, mentre già si intravede il verde chiaro dei primi germogli. Anche questo non hai mai visto: la vita morta e quella nuova insieme. In un’aria inerte che non è inverno e nemmeno primavera, senza vento e senza alcun odore.
E non credi alle apocalissi annunciate, ai poli che si scioglieranno inondando di mare la terra a punizione dei nostri buchi nell’ozono, delle nostre auto turbodiesel. Nel Seicento, testimoniano i metereologi non schierati con l’ambientalismo militante, ci furono decenni tanto miti che in Inghilterra cresceva e dava frutto la vite. I cicli della Terra sono troppo lunghi per la memoria dell’uomo, ed è semplicemente un inverno non come gli altri. Tuttavia c’è qualcosa che turba in quest’aria ferma e mite già al mattino presto, quando si fa giorno. Non ci si bada, perché si ha fretta a quell’ora e non siamo più gente di campagna, attenta all’erba e alle nuvole nella speranza del raccolto. Eppure qualcosa dentro di te registra che il freddo non morde come dovrebbe, e annota inquieto quegli strani alberi di foglie morte e germogli assieme.
Come una nota di fondo stonata, un disordine nei tempi e nei colori e negli odori che sappiamo da sempre. Se fossimo uccelli impazziremmo, nidificheremmo anzitempo su quei rami. Ma siamo uomini, e non vogliamo badare a questo sottile incrinarsi del ciclo del cielo. Ce ne andiamo per le strade coi cappotti spalancati, eppure l’aria tiepida non dà la stessa allegria degli altri anni, quando si cercano negli armadi gli abiti leggeri; né è la stessa cosa il ritorno delle rondini, se non sono mai partite. I germogli accanto alle foglie morte comunicano una inquietudine sottile, come qualcosa di storto, di infranto in un ordine antico. Perché non è la stessa la primavera, se prima non c’è stato il buio e il ghiaccio, e il freddo a illividire le mani. Perché – intuisci il segno nascosto sotto ai segni cui non vuoi fare caso – non è possibile rinascere, se prima non si è morti davvero.
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