Il padre, il figlio e lo spirito dei tempi

Di Fortuyn Pim
08 Marzo 2007
Secolarismo, individualismo, femminismo, liberazione sessuale. Così il moderno Fortuyn voleva ridare una Legge alla civiltà in declino Noi sessantottini abbiamo distrutto le evidenze elementari della vita, cioè la società. Ma perché dev'essere questo il prezzo della nostra emancipazione?

Liquidato sbrigativamente come “leader xenofobo” dai media internazionali, Pim Fortuyn è un personaggio di cui si sa poco fuori dall’Olanda. Nato in una famiglia cattolica, omosessuale, Fortuyn ha rivoluzionato il mare quieto e consociativo della politica olandese tra la fine degli anni Novanta e il 2002, quando venne assassinato da un estremista ecologista. Il legame che aveva stabilito con la terra di Pier Paolo Pasolini, dove è sepolto, spiega perché alla Pim Fortuyn Foundation di Provesano e alla Associazione culturale “Carlo Cattaneo” di Pordenone vada il merito di aver pubblicato la prima edizione in lingua straniera di una sua opera, Contro l’islamizzazione della nostra cultura, (2005). Le pagine che seguono sono tratte dal suo libro più importante, La società orfana, nel quale sviluppa una analisi lucida e originale dello sgretolamento della società olandese emersa dal Sessantotto, a cui partecipò attivamente prima di iniziare la carriera universitaria come sociologo. L’edizione italiana sarà disponibile a partire dal mese di maggio e può essere ordinata direttamente presso la Associazione “Carlo Cattaneo” (associazionecattaneo@yahoo.it). Anticipiamo un ampio stralcio del secondo capitolo.
Il massiccio arrivo nelle università, nella seconda metà degli anni Sessanta, dei figli del ceto medio e degli operai scolarizzati segna anche l’inizio della grande rivoluzione culturale che si completerà nel giro di pochi anni, non solo in Olanda ma in tutti i paesi appartenenti al sistema economico e politico-militare dell’Occidente libero e sviluppato. Il fenomeno è particolarmente evidente in Francia, in Germania e negli Stati Uniti, dove per i motivi più svariati la protesta studentesca e giovanile si sviluppa in modo più virulento e a volte dichiaratamente aggressivo. Ma anche la tranquilla Olanda vive la repressione delle manifestazioni sotto la statua del Lieverdje ad Amsterdam, l’università e le aziende occupate. E anche qualcosa che distingue in particolare il nostro paese: l’occupazione ministeriale di una clinica in cui si praticano aborti, ma con questo siamo già agli anni Settanta e all’entusiasmante, illuminato regno del governo Den Uyl.
Ciò che era iniziato con i giovani che inscenano, ai piedi del Lieverdje, una gioiosa protesta contro il sistema di norme e valori consolidato divenne ben presto la contestazione studentesca dell’intero sistema di norme e valori occidentali, compreso l’ordine economico su cui poggia il sistema.
La protesta giovanile e studentesca si rivolge inizialmente contro il padre, com’è ovvio in un classico conflitto generazionale. Attacca il capofamiglia inteso come colui che stabilisce la Legge, ma anche tutti quei padri “figurativi” di cui è costellata la società. In questo modo la protesta si dirige contro l’ordine gerarchico e contro lo stesso sistema di norme e valori della società. Strada facendo la protesta assume un preciso carattere totalitario, si estende all’intero ordine sociale, anche quello economico. Uno dei motivi di questa evoluzione è il modo in cui gli americani conducono la guerra in Vietnam. Traslato a livello di Stati, gli Stati Uniti sono il supremo padre che colpisce un figlio molto più debole, il Vietnam. La guerra viene combattuta senza esclusione di colpi, con il pretesto di difendere il sistema di norme e valori del capitalismo occidentale contro quello dell’arcinemico comunista. Diventa la vetrina della potenza tecnologica occidentale, impiegata contro un popolo da quel punto di vista del tutto indifeso; viene meno qualsiasi etica, è una guerra sporca. Lo scandalo dell’eccidio di Mi Lay e le immagini, così incisivamente fissate su pellicola, della bambina straziata dal napalm che fugge lungo la strada deserta, urlando dal dolore, portano alla svolta determinante dell’opinione pubblica occidentale nei confronti della guerra americana. La foto della bambina, o anche l’immagine dell’ufficiale di polizia di Saigon che a sangue freddo, con la pistola d’ordinanza, spara alla tempia del vietcong prigioniero, sono impresse a vita sulla retina della generazione dei baby boomer. L’ira e l’indignazione di fronte a tanta disumanità sono profonde e sincere, quasi ingenue. Nella manifestazione in cui si dà dell’assassino al presidente degli Stati Uniti marcia compatta anche la nostra associazione studentesca – proprio noi, associazione di bravi ragazzi cattolici della classe media. La casa dello studente è tappezzata di manifesti con lo slogan “Johnson assassino”; la polizia di Amsterdam verbalizza tutti quelli che hanno appeso il manifesto alla finestra, in quanto offendono il capo di Stato di un paese amico. (.)
Lo scontro tra padri e figli è aspro, violento, ma anche profondamente tragico. Le due generazioni semplicemente non si capiscono. Lavorando sodo, i padri avevano creduto di fare il possibile e di aver ottenuto molto per i figli. Grazie al loro lavoro, anche la sera e nel poco tempo libero, i Paesi Bassi erano cresciuti fino a diventare una nazione ricca, nella quale per la prima volta nella storia si poteva contare su un’assistenza dalla culla alla tomba. Avevano consumato la propria giovinezza negli anni della grande depressione e della guerra, e anche in seguito non sempre le cose erano state facili per chi era giovane allora. Avevano lavorato, e duro, davanti agli occhi una sola meta: che i miei figli stiano meglio di me. E i figli stanno meglio. Istruzione migliore, case migliori, più soldi da spendere e soprattutto più possibilità di consumo. E i figli? I figli ridono sprezzanti e chiedono ai genitori “tutto qui? Non si vive di solo pane”. Di fronte a questo i genitori sono impotenti, si apre tra loro e i figli un abisso insormontabile. In tal modo la giustificata critica delle giovani generazioni nei confronti della struttura sociale ed economica del Dopoguerra non viene presa sul serio dai padri. Ma le giovani generazioni sono inventive e studiose: riescono ben presto a mettere alle corde i padri. Comincia allora la lotta impari tra padri e figli, una lotta che finisce senza vincitori, poiché la distruzione della Legge si compie, ma i giovani non sono in grado di farsi nuovi padri e stabilire la nuova Legge. Sono abilissimi nel contrasto, ma restano poi a mani vuote. I vecchi padri si ritirano amareggiati mentre i giovani abbandonano la società al suo destino. Questo il peccato originale dei baby boomer, della mia generazione.
I media ebbero un ruolo decisivo nella diffusione internazionale della contestazione giovanile e studentesca, alimentando la protesta e veicolandola in tutto il mondo, così che per la prima volta ogni cittadino medio poté vederla con i propri occhi dal salotto di casa. La guerra del Vietnam fu la prima guerra che infuriò anche sul piccolo schermo. Anche la protesta degli studenti parigini nel maggio 1968 fu trasmessa, con tanto di fuga in elicottero da parte del presidente De Gaulle dalla sua fortezza assediata. Tutti poterono seguire in diretta la repressione della primavera di Praga. In questo modo la televisione diventa improvvisamente un mezzo interessante, che non si limita a registrare, ma per la propria invadenza e a volte la propria parzialità acquista un ruolo autonomo nella contestazione sociale. La giovane generazione per prima impara a sfruttare il mezzo televisivo per i propri fini sociali e politici. I padri raramente dominano questa tecnica, e dal punto di vista pubblicitario hanno la peggio.

La rivoluzione si fece establishment
All’inizio degli anni Settanta la contestazione giovanile e studentesca perde buona parte della propria forza. Il movimento si fa politico e finisce ben presto nella rete del partito comunista olandese, cioè, ironia della sorte, nella rete dell’ordine costituito. I leader studenteschi diventano amministratori, animali da riunione, perdono lentamente ma inesorabilmente il contatto con la base. Nella seconda metà degli anni Settanta di quel movimento, una volta così vitale, non resta che una misera spoglia: ciascuno va per la propria strada: “ognuno per sé e Dio per tutti”. Una situazione che si protrae tuttora: i giovani, e in particolare gli studenti, non hanno più un peso sociale o politico significativo. I baby boomer passano loro accanto senza nemmeno vederli, mentre preparano sempre nuovi attacchi contro di loro.
Alla fine degli anni Sessanta e per gran parte degli anni Settanta si muovono invece le donne, con quella che viene chiamata la “seconda ondata” – e che ondata – di femminismo. Sono loro a raccogliere il testimone dai giovani mettendo sul tavolo la questione del rapporto uomo-donna. Possono farlo non solo grazie ai grandi passi avanti nel benessere e nell’istruzione, ma anche perché la pillola le ha liberate dalla maternità inevitabile. L’invenzione e la diffusione su vasta scala della pillola contribuiscono notevolmente a cambiare in profondità la morale sessuale e dunque l’interazione tra uomini e donne. Si sperimentano liberamente le possibilità offerte dalla sessualità umana. L’Olanda bacchettona e pruriginosa viene presa d’assalto e diventa il porto franco di ogni forma sessuale: dal sesso prematrimoniale a quello di gruppo, dal sesso etero a quello omosex, dal sesso amorevole al sadomaso. Tutto è possibile, e soprattutto, tutto deve essere ammissibile. La nuova libertà viene goduta con entusiasmo; per la prima volta nella storia il popolo scopre il corpo in ogni sua dimensione e in quanto oggetto, oggetto di piacere estremo. Non serve una trattazione articolata per capire che questa è la pietra dello scandalo per la generazione più anziana; quest’ultima era cresciuta in una realtà in cui sesso e procreazione erano pressoché inscindibili, in cui per limitare il numero di figli occorreva, come si dice, “uscire di chiesa prima di aver cantato”; era stata educata all’idea che il sesso fosse qualcosa di sporco e bestiale, aveva fatto a tempo a sentirsi dire dai medici che il bacio con la lingua era da considerare una perversione sessuale. Nella sua resistenza al nuovo ordine sessuale c’è sì repulsione, ma anche l’invidia e il dolore per aver, loro, mancato qualcosa di così bello che i figli danno così tanto per scontato.

E il femminismo sposò lo Stato
La rottura del legame tra sesso e riproduzione rende la donna più indipendente dal marito e in generale dagli uomini. Inoltre l’ondata di benessere porta ragazze e donne alla scuola superiore e all’università, e questa volta non per trovare marito ma per imparare un mestiere, per poi trovare un lavoro e raggiungere l’indipendenza. Questo a sua volta induce un’inaudita e matura partecipazione della donna nell’ambito pubblico, fino a poco prima riservato all’uomo. Anche lo Stato assistenziale viene in soccorso alla donna che vuole liberarsi del coniuge. Le procedure di divorzio vengono semplificate e se il marito non è in grado o rifiuta di sopperire alle spese per la prole interviene lo Stato, “Babbo Stato”, surrogato di coniuge per la donna non sposata e con figli.
Nel frattempo il successo del movimento femminista ha dato non poco alla testa ad alcuni uomini e donne. Uomini che tengono un atteggiamento del tipo “abbasso noi”, e donne che sapientemente occupano gli spazi lasciati vuoti, anche quando non possiedono le competenze necessarie. La cosiddetta discriminazione positiva, che diversamente dalla discriminazione normale non solo è ammessa ma è incentivata dai poteri pubblici, fa sì che molte donne incapaci si ritrovino in posti chiave.
Ciò non toglie che le donne abbiano avuto successo almeno a livello sociale e culturale. Più nessun uomo affermerebbe seriamente che l’unico diritto della donna è il diritto e rovescio del lavoro a maglia. L’emancipazione è stata assorbita nel tessuto della società e in tutte le classi, almeno per quanto riguarda gli abitanti originari del paese. Ma a livello economico c’è ancora molto lavoro missionario da fare. Le donne si trovano ancora troppo spesso in funzioni subordinate, ancora troppo spesso gli uomini occupano soli le posizioni di vertice, anche in aziende tipicamente dominate dalle donne da entrambi i lati del bancone, come i grandi magazzini. Sono ancora troppo spesso le donne a doversi accontentare del lavoro part-time o peggio remunerato, sia in termini di prestigio e status, sia in termini finanziari diretti e indiretti.

Valori e tradizione, i nuovi tabù
L’emancipazione ha ovviamente intaccato il tradizionale ruolo femminile di madre. Oggi la madre non è più incaricata dell’educazione del figlio piccolo nella sola sfera privata, la affiancano invece qualche volta il padre, più spesso il nido e la scuola. I figli imparano a vivere con madri surrogate. Senza voler fare del moralismo, non si può negare che ciò abbia serie conseguenze sulla prima socializzazione del bambino. Il bambino piccolo è arciconservatore: è insicuro e richiede, nei primi passi nella vita, nei primi tentativi di diventare individuo, la sicurezza di un ambiente stabile. Questo ambiente è formato in prima istanza da padre, madre, fratelli e sorelle. Il padre e la madre sono il porto nella tempesta. Quanto più il bambino potrà farvi affidamento, tanta più energia e audacia metterà nelle sue spedizioni nel mondo esterno, nella vita. Il bambino insomma si arricchisce quanto più i genitori costituiscono, con la presenza e l’azione, un elemento di certezza. Per questo i bambini vogliono che tutto resti com’è, che i genitori non si separino, che le madri dedichino loro attenzione e che i padri stabiliscano la Legge. L’unico a poter cambiare è il bambino stesso. A mio giudizio questo meccanismo fondamentale ha validità pressoché generale e presiede non solo a uno sviluppo il più possibile sano del bambino, bensì anche a un ordine sociale determinato da assistenza e indipendenza, da un senso di direzione e al contempo stabilità.
L’emancipazione in generale, e in particolare la corrispondente individualizzazione hanno eroso in modo inquietante la posizione della famiglia e, al suo interno, quella dei padri e delle madri. Non perché ciò fosse il risultato automatico e obbligato dell’emancipazione e dell’individualizzazione. Anzi. Bensì perché abbiamo permesso che il processo avvenisse in assenza di ogni guida. Non ritengo che possiamo orientare e controllare ogni cosa, tuttavia trovo inestimabile che se ne discuta e si faccia almeno un tentativo. È stato perché non l’abbiamo fatto, è stato perché abbiamo a volte ritenuto abietto anche solo discutere del sistema di norme e valori, della sua attuazione, trasmissione e rinnovo, che abbiamo smarrito la strada. Ed è per questo che devo fare acrobazie per non essere relegato nell’angolo dei neoconservatori.

Autonomia, ma non senza autorità
Quella discussione, la discussione su come stabilire, far rispettare e rinnovare la Legge dovremo comunque aprirla, pena il declino della nostra cultura e del tipo di società che conosciamo. Nel discuterne possiamo sfruttare le conquiste che abbiamo accumulato nei decenni. Il frutto dell’emancipazione e dell’individualizzazione può consistere nel fatto che la funzione materna, di cura, e quella paterna, di legiferazione, non siano necessariamente associate alla situazione biologica di uomini e donne. Si può arrivare dunque a una più ampia libertà nell’esercizio delle funzioni, ma che queste vadano esercitate, preferibilmente in un contesto familiare, è secondo me del tutto indubbio.
Come per padri e madri, per figli e famiglie, così per la società nel suo complesso. Anche qui il branco va tenuto insieme e la Legge va stabilita, anche qui vanno promosse autonomia e autodeterminazione, anche qui va accettata un’autorità e coltivato un senso d’appartenenza. Padri, madri, figli. L’inizio di ogni forma di vivere sociale, fonte sì di disagio e spavento, ma anche di bellezza e pienezza di sé. Fonte di cui è d’obbligo occuparci nel modo più accorto e consapevole. In breve: al lavoro.

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