Talebani d’Italia
Sì, d’accordo, in Afghanistan non stiamo difendendo esattamente le libertà della Magna Charta. Abbiamo reso possibili per la prima volta nella storia del paese elezioni parlamentari e presidenziali democratiche, ma molti parlamentari e molti governatori delle province, nominati dal presidente Karzai, sono ex signori della guerra che si sono macchiati di orribili delitti nel periodo fra la ritirata dell’Armata Rossa e l’avvento del regime dei talebani e che oggi sono sul punto di ottenere un’amnistia completa. Abbiamo reso possibile la scolarizzazione di 1 milione e 200 mila bambine e ragazze, mentre sotto i talebani il numero era uguale a zero, e la creazione di un ministero per gli Affari femminili con dipartimenti in ogni provincia, ma ancora oggi l’Afghanistan è un paese dove, secondo quel che racconta l’Afghanistan Human Rights Independent Commission, il 38 per cento delle donne sposate dichiara di essere vittima di un matrimonio forzato e il 50 per cento di subire violenze fisiche dal marito, realtà che spiegano gli oltre 200 suicidi e tentati suicidi col fuoco di donne sposate (molte fra i 15 e i 17 anni) all’anno. Abbiamo tirato su un rispettabile esercito nazionale multietnico di 34 mila uomini, ma la polizia con le sue 65.500 buste paga (in buona parte fittizie) fa decisamente schifo trattandosi per lo più di milizie dei signori della guerra fornite di divisa, verso la quali la popolazione nutre timore e sfiducia. Abbiamo promosso i Provincial Reconstruction Team, unità tecnico-militar-amministrative per la ricostruzione del paese, ma solo il 44 per cento del budget statale per lo sviluppo è stato effettivamente speso nel 2005 e l’Afghanistan continua a veleggiare all’ultimo posto della classifica della Banca Mondiale per tasso di corruzione e mancata applicazione della legge nell’Asia meridionale. Abbiamo finanziato l’eradicazione del papavero da oppio con un fondo da 100 milioni di dollari, ma solo l’1 per cento della cifra a disposizione è stata sborsata e l’anno scorso 6.100 tonnellate di oppio afghano (pari al 92 per cento del totale mondiale) hanno invaso il mercato. Abbiamo permesso la nascita di una dozzina di radio e tv locali indipendenti, ma alla libertà di espressione non corrisponde la libertà di coscienza: in Afghanistan chi volesse lasciare la religione musulmana per un’altra rischierebbe la condanna a morte, come dimostra il caso di Abdul Rahman, ora profugo in Italia. Qualche luce e molte ombre, dunque. Ma se qualcuno farnetica di conferenze di pace coi talebani, di colpevolizzazione dell’offensiva della Nato che sarebbe la vera causa delle violenze crescenti, ovvero di ritiro puro e semplice dei 40 mila soldati sotto comando Nato e mandato Onu, questo qualcuno o è un ladro o una spia (dei talebani). Vediamo perché.
Ha scritto Giuliana Sgrena nell’editoriale del Manifesto del 7 marzo: «Urge un’iniziativa politica che metta fine alle operazioni militari che colpendo soprattutto civili stanno innescando una reazione popolare che sta incendiando tutto il sud dell’Afghanistan. l’Italia deve chiedere immediatamente una tregua». Le ha fatto eco un comunicato dell’Arci: «La situazione in Afghanistan si è drammaticamente aggravata con la offensiva lanciata dalla Nato. Le popolazioni civili stanno pagando drammaticamente il prezzo dei bombardamenti. Chiediamo che il governo italiano si impegni perché la Nato interrompa l’offensiva e promuova una tregua dei combattimenti». Menzogne, sanguinose menzogne condite con una proposta politica da quinte colonne dei talebani. L’escalation della violenza e del numero delle vittime in Afghanistan è opera dei talebani, non della Nato, e un’eventuale tregua andrebbe solo a loro vantaggio.
Una lunga scia di sangue
Nel corso del 2006 gli attentati con bombe telecomandate sono raddoppiati, gli attacchi alle forze della coalizione con armi da fuoco sono triplicati e gli attentati suicidi sono sestuplicati. Al 22 ottobre scorso erano stati censiti 106 attentati e mancati attentati suicidi per l’anno in corso, contro 17 in tutto il 2005. Le vittime afghane nel 2006 sono state 4.400, il doppio di quelle dell’anno precedente, e di esse mille sono civili rimasti uccisi in attacchi dei talebani e dei loro alleati. I quali si dedicano alacremente e in misura crescente alle aggressioni contro insegnanti, studenti, impiegati pubblici, personale delle Ong. Il ministero dell’Educazione ha registrato 202 attacchi a istituti scolastici in 27 province con l’uccisione di 41 fra studenti, insegnanti ed elementi del personale non docente fra il gennaio e il luglio 2006. Gli attacchi erano stati 123 in tutto il 2005 e appena 47 nel 2004. Il risultato è stato che fra aprile e luglio 208 scuole hanno dovuto chiudere i battenti in 6 province e centinaia di migliaia di minori sono rimasti senza lezioni. L’Afghanistan è da almeno tre anni il paese col più alto numero di operatori umanitari (quasi tutti locali) assassinati da ribelli armati: 30 nel 2006, 31 nel 2005, 24 l’anno precedente. Se proprio si vuole collegare l’aumento della violenza alle dinamiche delle forze della coalizione, diciamo piuttosto che i talebani si sono scatenati soprattutto dopo che, all’inizio del 2006, truppe britanniche e canadesi sono scese nel sud del paese ad affiancare gli americani. Per la prima volta dalla caduta del regime talebano l’Isaf (la forza a guida Nato) ha reso presente lo Stato nel sud, e questo ha innescato la reazione dei talebani e delle forze anti-sistema locali. Il punto è che in questi anni l’assenza dello Stato e delle forze della coalizione nelle province del Sud e i santuari sul versante pakistano della frontiera nei quali i talebani si sono potuti riorganizzare indisturbati hanno permesso di accumulare la massa critica adeguata a un progetto di destabilizzazione del governo di Kabul e della presenza dell’Isaf. In questo momento in Pakistan operano cinque comandi generali talebani incaricati di destabilizzare altrettante regioni dell’Afghanistan. Dopo che il governo di Musharraf ha firmato nel 2004 e nel 2006 accordi di non aggressione con gli estremisti islamici locali che li proteggono e sostengono, i talebani hanno fatto del Balucistan e del Nord e Sud Waziristan la loro retrovia logistica pakistana.
Barbieri, attenti a voi
In questo contesto la richiesta di fermare l’offensiva Nato e di offrire una tregua ai terroristi va definita come merita: intelligenza col nemico. Lasciare l’iniziativa ai talebani è esattamente quello che loro vogliono. La Sgrena e l’Arci vadano a riascoltarsi l’intervista del mullah Dadullah ad al Jazeera del luglio 2005: «La nostra tattica è: mordi e fuggi. Attacchiamo certi insediamenti, uccidiamo i nemici di Allah e ci ritiriamo in basi sicure sulle montagne per preservare i nostri mujaheddin. Questa tattica disorganizza e indebolisce i nemici di Allah e allo stesso tempo ci permette di restare all’offensiva. Decidiamo noi il momento e il luogo dei nostri attacchi; in questo modo il nemico non può mai fare previsioni».
Quanto alla mitica conferenza di pace evocata da molti nella sinistra italiana, siamo curiosi di sapere quali compromessi ci si prefigge di raggiungere su materie controverse come la scolarizzazione femminile e in generale la condizione della donna, i rapporti coi non musulmani e, perdonate l’accostamento, i servizi dei parrucchieri. Nelle regioni pakistane sotto il loro controllo i talebani hanno già rinnovato il vecchio divieto per i barbieri di tagliare barbe: «I barbieri implicati in attività anti-islamiche come la rasatura di barbe – è scritto in un manifestino diffuso in tutti i villaggi – sono avvisati che si assumono la responsabilità per ogni danneggiamento ai loro negozi e alle loro case». In Afghanistan succede di molto peggio. Nell’ottobre scorso a Kandahar è stata assassinata Safia Amajan, 63enne leader storica dell’emancipazione delle donne pashtun e a quel tempo responsabile dipartimentale del ministero degli Affari femminili: il primo caso di assassinio politico di una donna. In realtà c’è poco da stupirsi. Dal luglio 2005 nella provincia di Kandahar circola una lettera talebana del seguente tenore: «Coloro che lavorano con gli stranieri non sono dei veri musulmani e devono smettere quel lavoro. A nessuno è permesso di lavorare coi non musulmani. Conosciamo quei religiosi che pregano coi versi del Corano durante le conferenze e i meeting degli stranieri: queste persone debbono dimettersi dai loro incarichi. Non glielo stiamo chiedendo, li stiamo obbligando a farlo. Se non si dimettono li giustizieremo». Durante il Ramadan del 2005 un manifestino fu affisso alle moschee di Kandahar. Vi si leggeva: «Le ragazze che vanno a scuola e le persone che lavorano con le Ong devono stare attente alla propria sicurezza. Se gettiamo dell’acido sui loro volti o le assassiniamo, la responsabilità è dei loro genitori». A Kandahar, in occasione delle elezioni del 2005, solo il 20 per cento degli aventi diritto si è registrato. Motivo: le intimidazioni dei talebani, che vicino ai seggi hanno fatto trovare manifestini con immagini di donne malmenate, mani di ladri mozzate e i Buddha di Bamiyan distrutti. Lo ha scritto pure l’Independent, che è l’equivalente britannico del Manifesto. Chi vuole negoziare con queste bestie si accomodi.
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