Time to go

Di Bottarelli Mauro
22 Marzo 2007
Nella democrazia liberale per eccellenza si parla di dietrofront senza complessi. Il Regno Unito vede in Bruxelles solo statalismo e burocrazia. Daniel Hannan, l'eurodeputato che all'Unione preferisce l'Efta

«Ormai siamo tornati al metodo Monnet di integrazione dietro le quinte. Ovvero, gli eurocrati agiscono in base ai loro piani e poi, a tempo debito e con stratagemmi ad arte, rendono edotti anche i cittadini su decisioni che graveranno per sempre sul loro stile di vita». Daniel Hannan è eurodeputato conservatore per l’Inghilterra sud-orientale, enfant prodige dell’élite liberale d’Oltremanica e apprezzato editorialista del Wall Street Journal. Per uno nato nel 1971 non è male. Ma il nostro, occorre essere sinceri, non fa molto per ricondurre a ragione i maître-à-penser della Commissione: la sua principale occupazione è quella di convincere i propri compatrioti della necessità di dire addio a questa Unione Europea, prima che burocrazia e statalismo ingabbino anche una delle poche democrazie liberali d’Europa. Ma come? A questa opzione Hannan ha dedicato uno studio approfondito conclusosi con una provocazione sul Wall Street Journal, che la pubblicò con tutti gli onori sotto forma di editoriale dal titolo “Time to go?”.
In cosa consiste questa ipotesi? Per Hannan Londra dovrebbe abbandonare l’Ue e rientrare nell’Efta (European Free Trade Association), da cui uscì nel 1972 per entrare a far parte della Cee e che dal 1° gennaio 1994 interagisce con l’Ue a livello commerciale attraverso uno Spazio Economico Europeo. «Sono i numeri dei quattro paesi dell’Efta a parlare – racconta Hannan a Tempi dagli Stati Uniti. L’indicatore del pil pro capite espresso in dollari per il 2003 vede la Norvegia attestata a 48.600 dollari, la Svizzera a 43.900, l’Islanda a 36.300 e il Liechtenstein a 30 mila. La media dell’Ue a 15 è di 27.500 mentre quella dell’Europa allargata a 27 paesi crolla addirittura a meno di 21 mila dollari l’anno. Inoltre la loro disoccupazione è inferiore, il tasso di crescita decisamente maggiore, i loro mercati più forti e i loro tassi di interesse più bassi di quelli dell’eurozona».
Ma anche i paesi dell’Efta devono sottostare ai regolamenti comunitari e pagare una quota al bilancio della Ue senza di fatto ottenere nulla in cambio: «Certo, la Norvegia deve sottostare alla regolamentazione europea per l’etichettatura delle bottiglie di ketchup, in compenso è fuori dalla politica agricola comune, gestisce direttamente la pesca e le riserve energetiche e continua a controllare le proprie frontiere e a regolare in autonomia le politiche dell’immigrazione. Se poi una legge europea non le piace, il parlamento può respingerla, cosa che noi non possiamo fare poiché i nostri giudici ce lo vietano, come accadde al Merchant Fishing Act del 1991. Inoltre sempre la Norvegia ha deciso di pagare una quota al bilancio perché ha deciso di legarsi all’Europa per una serie molto ampia di iniziative, cosa che non fa l’Islanda. Ognuno dei quattro paesi dell’Efta, poi, esporta verso i paesi dell’Unione più di quanto faccia la Gran Bretagna. Tutti, a partire dalla Svizzera, i cui dati parlano in proporzione di vendite doppie dall’esterno dell’Ue verso i vicini europei rispetto a noi che operiamo dall’interno della Ue. Questo volendo dimenticare il terrificante deficit commerciale, 30 milioni di sterline al giorno, che la Gran Bretagna condivide con gli altri paesi dell’Unione».
Una disamina spietata, che induce quasi a chiudere la discussione con la prospettiva di riaprirla, forse, tra un decennio. Ma Daniel Hannan preferisce guardare alle situazioni che si prospettano per i prossimi mesi. «Chi pensava che i referendum tenutisi in Francia e Olanda avessero bloccato il cammino della costituzione Ue e dell’integrazione si sbagliava di grosso. Basti partire dalle recenti dichiarazioni di molti leader europei. Per Angela Merkel, a capo del paese che sta gestendo la presidenza di turno, “la Costituzione è ancora necessaria”, per Romano Prodi il no ai referendum “rappresenta tuttora una richiesta di più Europa e non di meno”, per il primo ministro del Lussemburgo, Jean-Claude Juncker, “olandesi e francesi non hanno votato davvero contro la Costituzione”. Siamo al paradosso. E in Francia, la nazione che per prima ha sommerso il progetto europeista con il voto? Nicolas Sarkozy si è detto favorevole a un “mini trattato” mentre Ségolène Royal ha dichiarato che “se la Gran Bretagna ha problemi con la Costituzione il resto dei paesi europei deve andare avanti comunque, anche senza Londra”. Ciò che i cittadini hanno cacciato dalla porta sta rientrando dalla finestra. Anzi, dalla porta di servizio».

Tony Blair pensa ad altro
Eppure il governo britannico, forse troppo occupato dal passaggio di consegne tra Tony Blair e Gordon Brown, non sembra particolarmente attivo su questo fronte. «Tony Blair è sostanzialmente d’accordo con Nicolas Sarkozy sull’adozione di un mini trattato. Alain Lamassoure, braccio destro del candidato all’Eliseo, ha avuto l’onestà di presentare l’agenda nascosta degli euroentusiasti senza troppi giri di parole: “Noi abbiamo la risposta a questa crisi. Dobbiamo andare avanti con questo testo ma dobbiamo munirci di una gomma piuttosto che di una matita. Molte delle clausole in esso contenute sono inutili poiché non fanno che ripetere quanto già contenuto nei vari trattati. E di solito questa è la parte che fa maggiormente arrabbiare la gente: quindi, eliminando ciò di cui non abbiamo bisogno perché già contenuto possiamo evitare tranquillamente qualsiasi referendum”. Loro ragionano così, il “no” delle urne è stato soltanto un incidente dovuto all’ignoranza del popolo. Basti ricordare cosa disse Valery Giscard d’Estaing dopo la valanga di voti contrari registrati nel suo paese: “Non è stata la Francia a dire no alla Costituzione ma il 55 per cento dei francesi”».
Scenari che fanno pensare a una sorta di golpe. «Tolga pure “una sorta”. Posso elencare le istituzioni europee che non dovrebbero esistere senza una Costituzione vigente e ratificata da tutti i membri che le autorizzi e che invece operano ugualmente o sono in via di creazione. Come il Codice penale europeo; la politica europea sul diritto di asilo; l’Agenzia delle frontiere esterne; il “Centro di controllo del razzismo e della xenofobia”, cui è stato cambiato il nome in “Agenzia dei diritti fondamentali” in nome del politically correct; l’ufficio del Procuratore europeo; il corpo diplomatico europeo che si chiama “Servizio europeo per l’azione esterna”; la Carta dei diritti fondamentali. Senza autorizzazione della Costituzione tutto questo non dovrebbe esistere. L’Unione Europea, invece, ha sempre proceduto così fin dalla sua nascita: prima ha esteso il suo potere a questa e a quell’area di competenza degli stati, poi – anche dopo anni – si è data un trattato che legalizzava a posteriori il furto di sovranità. Un po’ difficile pensare di scendere a patti».

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