La diplomazia dei dilettanti

Di Bottarelli Mauro
29 Marzo 2007
Appaltata l'intelligence a Gino Strada, liberati i tagliagole di Dadullah, sfiorata la crisi con la Nato, l'Italia celebra l'atteso ritorno di Daniele. Rimane solo qualche domandina

Le parole, a volte, vanno interpretate. E Massimo D’Alema lo sa bene. Al termine dell’incontro con Condoleezza Rice il 19 marzo il ministro degli Esteri italiano aveva parlato di «comprensione americana» per la vicenda di Daniele Mastrogiacomo, il cronista di Repubblica rapito dai terroristi in Afghanistan e liberato dopo la scarcerazione di cinque capi talebani. Un brutto misunderstanding, quello di D’Alema, visto che il 21 marzo una fonte anonima del Dipartimento di Stato americano ha condannato l’intera operazione poiché questo metodo di trattativa può condurre su una strada pericolosa. E il giorno dopo anche il portavoce del Dipartimento Sean McCormack ha voluto specificare che la Rice, in verità, nemmeno sapeva delle trattative in corso tra Roma e Kabul.
In un altro paese, la Farnesina avrebbe già un nuovo inquilino. Difficile dar torto agli Stati Uniti, almeno dopo aver letto il curriculum vitae dei galantuomini che il governo Karzai è stato costretto a liberare per salvare la vita a Daniele Mastrogiacomo. Ustad Yasser era il titolare della Cultura sotto il regime talebano, ovvero l’uomo che autorizzò la distruzione dei Buddha giganti di Bamyan; Mofti Latifollah Hakimi è uno dei portavoce del mullah Omar; Hamdullah e Abdol Ghaffar sono due comandanti di prima linea mentre Mansur Ahmad è il fratello del mullah Dadullah, noto per la crudeltà, rapitore di Mastrogiacomo nonché comandante dei talebani nel sud-est del paese, area sotto controllo britannico in cui da settimane sono in atto durissimi scontri. Ed è per questo che alla rabbia americana si è presto unita quella di Londra con una nota del Foreign Office nella quale si esprime «preoccupazione per le implicazioni della liberazione dei talebani poiché questo potrebbe inviare il messaggio sbagliato a chi intende proseguire con la politica dei rapimenti». Il tutto aggravato dal fatto che da giorni Londra sta cercando di salvare la vita a un reporter della Bbc rapito a Gaza ma non sognandosi nemmeno di avviare trattative con i terroristi.
All’asse Usa-Gb, poi, si è unita anche la Germania di Angela Merkel, principale alleata di Prodi a livello europeo: per la cancelliera «la Germania non tratta e non tratterà mai con i terroristi», mentre per il settimanale Der Spiegel «lo scambio è un enorme errore. L’Italia si rallegra, il giornalista si rallegra ma a rallegrarsi più di tutti sono i talebani. Adesso gli stranieri sono quanto mai in pericolo». Insomma, un vero capolavoro diplomatico. Al quale va unito anche un duro attacco a livello operativo. Il Dipartimento di Stato americano, infatti, non solo valuta troppo limitanti le regole d’ingaggio dei nostri soldati in Afghanistan, ma ha anche confessato al governo italiano di considerare «pessima» l’idea di organizzare una conferenza di pace sull’Afghanistan a cui invitare anche i talebani. «Noi non trattiamo con i terroristi», ha detto McCormack.

Ai margini dell’Alleanza atlantica
«C’è qualcosa di politico, più che di operativo, nelle note inviate dal Washington e da Londra. L’Italia rimane un alleato importante della Nato, sia per l’impegno delle nostre truppe sia per la nostra posizione. Ciò che emerge è una reale difficoltà nei rapporti a livello politico tra questo governo e le amministrazioni statunitense e britannica». Il generale Carlo Jean, direttore dell’Istituto di studi e documentazione sull’Europa comunitaria e l’Europa orientale, non ha dubbi nel valutare l’accaduto e nel tracciare quelle che saranno le conseguenze dell’operato italiano: «Oltre a una questione prettamente di rapporti con gli alleati questa vicenda ha avuto anche un pesante contraccolpo a livello di politica interna. Il ministro Parisi è incavolato nero per come è stata gestita l’operazione, un capolavoro di dilettantismo assoluto. Marginalizzare militari e servizi segreti è stato un errore enorme. A questo punto il governo non può che mantenere un basso profilo e sperare nell’aiuto dell’opposizione per quanto riguarda la gestione della missione. Altrimenti si faccia come dice il presidente Cossiga: ritiriamoci. Penso che questo, però, non accadrà, quindi l’unica strategia possibile per l’esecutivo è quella di stare zitti». Ma l’insofferenza anglo-americana verso Roma si tramuterà in una marginalizzazione dell’Italia all’interno della Nato? La discussione sul sistema di difesa missilistico vede l’America in contatto con Polonia e Repubblica Ceca, e la stessa Gran Bretagna preme per ospitare sul proprio suolo una sorta di riedizione dello scudo stellare. «Non vedo il rischio. Sono discussioni tecniche e se devo essere sincero, valutando la prospettiva di un attacco missilistico iraniano contro gli Usa, penso che il sistema di difesa andrebbe fatto ancora più a est, in Moldavia o in Ucraina, due paesi da cui passerebbe l’eventuale missile prima di sorvolare la Svezia».

Ombre su Emergency
Ma se il gelo degli alleati fa riflettere, ancora più inquietante sta rivelandosi il retroscena del rilascio di Mastrogiacomo. Stando a fonti dei nostri servizi segreti il numero di talebani liberati per consentire lo sblocco dell’impasse sarebbe «almeno il doppio» mentre qualcuno azzarda il numero di quindici. Ironia della sorte, gli stessi agenti del Sismi, per ammissione del ministro della Difesa Arturo Parisi, «avevano trovato un canale per liberare Mastrogiacomo ma è stato loro impedito. Ora dovremo fare i conti con le ripercussioni che rischiano di essere pesanti». Pesanti quanto i dubbi che emergono mano a mano che ci si addentra nella vicenda. Il giorno seguente alla liberazione del giornalista i servizi di sicurezza del governo di Kabul hanno arrestato e messo sotto torchio Rahmatullah Hanefi, luogotenente afghano di Gino Strada nell’ospedale di Emergency a Lashkar-Gah. Un atto dovuto da parte del presidente Karzai, il quale, come gli americani (che sono stanchi di doversi guardare le spalle dagli alleati, oltre che dai terroristi) vuole fare luce sugli interrogativi che Prodi e D’Alema non si sono posti. Quali sono i veri rapporti tra Emergency e i talebani? E come mai questi hanno mostrato tanta simpatia verso Strada, al punto da affidargli la loro stessa sicurezza nel corso della trattativa? Forse gli 007 afghani tenteranno anche di capire come mai in pochi mesi, nei pressi dell’ospedale di Emergency, sono stati rapiti ben due giornalisti italiani, entrambi sospettati di collegamenti coi britannici. La stessa accusa che all’autista di Mastrogiacomo peraltro è costata la vita: in suo possesso, nascoste in confezioni di shampoo, sarebbero stati trovati apparecchi per la guida laser dei bombardamenti aerei. Chi era, dunque, in realtà Sayed Agha? E chi avrebbe informato i talebani delle sue supposte attività spionistiche? Tutte domande che noi italiani non sembriamo porci, assorbiti come siamo dalla tv che trasmette e ritrasmette l’arrivo a Ciampino di un reporter «mostrato come una star, come il vincitore di un campionato mondiale, solo un po’ più esausto». Parola dello Spiegel.

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