Trent’anni fa Dio era morto, oggi è vivo. Ma preferiscono rinchiuderlo nell’iperuranio
Trent’anni fa si diceva che Dio era morto. Ponderosi saggi sulla “morte di Dio” si sono moltiplicati nelle librerie, fino a quando è arrivato il contrordine. Forse la diagnosi era stata troppo sbrigativa? In ogni caso, da un decennio si parla di “ritorno di religiosità”, di “riscoperta di dio”. Va bene qualsiasi tipo di Dio, purché possibilmente non quello cristiano e tantomeno cattolico.
A fronte, tuttavia, di alcuni fenomeni difficilmente negabili, come le conseguenze del papato di Wojtyla o la immensa partecipazione popolare alla sua morte, o la facoltà di parola che Benedetto XVI si prende sui temi etici senza domandare permesso a nessuno, pare si faccia strada un’altra via italiana a Dio. È l’accorato «amo una Chiesa che si occupi delle cose di Dio» di Rosy Bindi, a fronte delle polemiche sui Dico. O il sondaggio Eurisko-Repubblica che – dopo avere constatato con rammarico che l’88 per cento degli italiani ritiene ancora importante educare i figli nella tradizione cattolica – afferma che per un italiano su quattro la Chiesa oggi «è di destra», e conclude con un commento di Ilvo Diamanti: nostalgico di quando la Chiesa italiana non era né a destra né a sinistra, e, «nei momenti migliori, in alto». Se poi si aggiunge che per Gian Enrico Rusconi «Dio è una cosa troppo importante per inficiarlo con le nostre bazzecole», si può ipotizzare una nouvelle vague del “religiosamente corretto”: Dio non è più morto, ma deve starsene in cielo, in alto, dove vuole – comunque fuori dai piedi.
Che «Dio, se c’è, non c’entra» lo aveva già sintetizzato Cornelio Fabro, come principio aureo del laicismo. Ma una cosa sono le parole dei filosofi, altro è quando quelle stesse parole attraverso la politica e gli intellettuali e i titoli dei giornali “giusti” diventano parola d’ordine, Verbo corretto cui allinearsi. Dalle cattedre delle università ai bar allora passa la nuova Weltanschauung: Dio deve rimanere lassù, nel più alto dei cieli, e la Chiesa pure non scenda da quelle altezze, pensi al paradiso e all’inferno, all’aldilà, all’anima, a queste faccende immateriali (e forse inesistenti, comunque concretamente irrilevanti, par di capire), e non si immischi nel nostro aldiquà.
Sospirano, i nostalgici della “scelta religiosa”, gli spiritualisti per cui Dio è “troppo grande” per guardare quaggiù, desolati dall’impurità di un cristianesimo che si abbassi ad abitare la realtà degli uomini. Ma il tradimento vero è in questa pretesa di astrazione dalla vita quotidiana, è l’ansia di mantenere le mani pulite dal fango della fatica e degli sbagli per elevarle, nette e candide, verso le sfere eccelse. Mentre ai cristiani è stato detto chiaro: che Cristo è qui, qui da basso, per strada – che Cristo è “tutto in tutti”.
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