Liberare Cuba

Di Amato Alessandro
29 Marzo 2007
Finito Castro, occorre allenare la nazione alla democrazia. Un compito a cui la Chiesa, in questi decenni di soprusi, non ha mai rinunciato

Pubblichiamo uno stralcio dell’intervista a Dagoberto Valdés Hernández che uscirà nel numero di aprile di Mondo e Missione.

Ingegnere agronomo, giornalista, scrittore e animatore civico d’ispirazione cristiana, Dagoberto Valdés Hernández, 52 anni, tre figli, originario di Pinar del Río (Cuba), è un laico impegnato per la libertà e la fede a Cuba. Segue le orme di Félix Varela, sacerdote, filosofo e politico, padre dell’indipendenza e maestro del liberalismo cattolico. In gioventù non ha potuto compiere studi umanistici o sociologici in università perché per legge i cattolici avevano accesso solo a facoltà scientifiche o tecniche. È diventato ingegnere agronomo e per sedici anni (1980-1996) ha lavorato in ruoli dirigenziali dell’Empresa del Tabaco, iniziando nel frattempo un’intensa opera di animazione civica e di evangelizzazione: nel 1993 ha fondato il Centro de formación cívica y religiosa della diocesi e nel 1994 dà vita alla rivista Vitral. A causa di queste sue iniziative è stato rimosso da direttore e costretto a lavorare come bracciante per dieci anni (1996-2006). Dagoberto Valdés è anche membro dell’Unión Católica de Prensa e, dal 1999, del Pontificio consiglio per la giustizia e la pace.
Che clima si respira a Cuba?
Predominano l’incertezza e un senso di attesa. L’incertezza si deve soprattutto alla mancanza di informazione su tutto ciò che accade e al fatto che il futuro non è nelle mani del popolo sovrano, ma delle più alte sfere del potere politico. All’incertezza si uniscono le conseguenze di un danno antropologico provocato nella maggioranza dei cubani dalla cultura della dipendenza e dal controllo totalitario, che impedisce lo sviluppo della libertà e della responsabilità.
Nei suoi editoriali, lei insiste sulla necessità di sviluppare una «maturità civica» per far uscire il paese dall’«adolescenza socio-politica» in cui vive. Quale ritiene sia il modo migliore per farlo?
Vedo due strade: l’educazione e i piccoli spazi di partecipazione. È vero che esiste un incredibile analfabetismo civico e politico, frutto dell’estremismo ideologico e del blocco sistematico delle informazioni alternative a quelle del governo. Ma questa situazione può essere superata solo rompendo l’isolamento interno, che è peggio dell’embargo esterno. C’è bisogno di più informazione, più apertura, più scambio. Serve un processo sistematico e profondo di educazione etica, civica e politica. Ma non credo possa bastare.
Che intende dire?
Non possiamo fermarci alla teoria: è necessario creare piccoli spazi di partecipazione e dibattito, serve allenamento alla democrazia, perché la teoria, che non è stata sperimentata in mezzo secolo, difficilmente potrà essere messa in pratica se prima non abbiamo provato ad applicarla in piccoli ambiti. Come quelli che cercano di creare la Chiesa, le biblioteche indipendenti, le Damas de blanco, i giornalisti non allineati, le Chiese evangeliche. Questo è quanto cerchiamo di fare da 14 anni nel nostro Centro de formación cívica y religiosa della diocesi di Pinar del Río e con Vitral.
Quali, a suo avvviso, i principali rischi che dovrà affrontare la Cuba di domani?
Se si rafforzano la chiusura e l’isolamento andiamo dritti verso la violenza, l’esplosione sociale incontrollata e il caos politico. È inevitabile. Nessuno lo vuole, ma purtroppo pochi s’impegnano seriamente per scongiurarlo. Se invece Cuba si apre e si democratizza, ci misureremo con i rischi intrinseci alla libertà slegata dalla responsabilità: corruzione, relativismo morale, libertinaggio mediatico, disoccupazione e forse la nascita di nuove mafie. Evitare che questo succeda dipende da noi. Dobbiamo, fin d’ora, ampliare i servizi ecclesiali e sociali di formazione etica, i servizi di educazione civica e politica e promuovere una cultura della responsabilità nella libertà.
Crede possibile che il comunismo, invece di morire, si perpetui sotto forma di quel «socialismo del XXI secolo» di cui Hugo Chávez si sente il profeta?
Il comunismo, così come lo ha vissuto l’umanità, ha fallito ed è scomparso nel modo in cui una volta è esistito. Ciò che resta in alcuni paesi è solo un’ombra di quel passato triste. È stato un errore e non credo che l’umanità sia disposta a pagare il prezzo di ripeterlo.
Vitral è una rivista dissidente o di opposizione?
Vitral è una rivista cattolica, espressione del Centro de formación cívica y religiosa della diocesi di Pinar del Río. È una rivista della Chiesa, anche se il suo profilo è socioculturale e non confessionale. È aperta a tutti gli uomini di buona volontà e il consiglio di redazione controlla che tutto ciò che viene pubblicato si mantenga in un ambito etico-umanista ampio e pluralista. Questo ci identifica e ci colloca nel seno della società civile e non dentro l’opposizione politica. Personalmente mi concepisco come animatore civico dal punto di vista sociologico e come evangelizzatore dell’ambiente della società civile in quanto cristiano.
Circola liberamente?
Vitral circola come può, di mano in mano: non si può vendere per strada, non può essere portata nelle scuole, ma la stessa rete informale della Chiesa e il resto della società civile la fanno arrivare ai diecimila abbonati che abbiamo a Cuba, in alcune comunità della diaspora, in certe università di Stati Uniti, Messico e Spagna e a una rete di amici sparsi nel mondo.
Che ruolo ha giocato e gioca la Chiesa in questa delicata fase di transizione verso un paese «giusto, libero e solidale», per usare le parole del cardinale Ortega Alamino?
La Chiesa è l’unica istituzione che nell’ultimo mezzo secolo ha mantenuto autonomia e indipendenza dallo Stato. Nella Chiesa c’è ancora traccia di quella società civile che, per il resto, è stata minuziosamente disarticolata dal socialismo reale. Negli ultimi anni, l’istituzione ecclesiastica ha giocato un ruolo fondamentale nell’accompagnamento e nella ricostruzione della società civile, offrendo educazione etica, formazione civica, addestramento alla partecipazione e alla responsabilità comunitaria, educazione alla libertà, alla giustizia e alla pace. La Chiesa ha inoltre alleviato la disperazione e fornito motivi per restare nel paese a moltissimi cubani.
Mezzo secolo sotto un regime comunista. C’è qualcosa di speciale che la Chiesa ha appreso durante questo tempo e può servire da insegnamento per tutti?
Credo di sì. Abbiamo imparato a credere nella forza della piccolezza, nell’efficacia del seme, nella potenza del lievito nella massa. Abbiamo imparato che la Chiesa cresce e si purifica nel mezzo delle tribolazioni e che questo è un tempo di gloria crocifissa e resuscitata per noi discepoli di Cristo che viviamo a Cuba.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.