Scusate chi è il razzista?
«La politica ha come scopo il bene comune, non l’inseguimento dei desideri». Monsignor Angelo Bagnasco, presidente Conferenza episcopale italiana
«I Dico sono semi di bene». «Nel manifesto del Family Day ci sono idee pericolose». Rosy Bindi, ministro per le Politiche familiari
Una di queste mattine, passeggiando lungo i vialetti alberati che dal Castello Sforzesco all’Arco della Pace attraversano l’unico grande polmone verde di Milano, dobbiamo aver preso solo uno spruzzo della corrente artica di Concita De Gregorio e della sua inchiesta su Repubblica. Titolo: “La famiglia dimezzata che non vuole figli: il futuro? Siamo noi”. Ci sembra logico che se il futuro appartiene a chi non ha discendenza è logico che un uomo e una donna che leggono il quotidiano di Ezio Mauro su una panchina, ripiegato il giornale, comunichino tra loro (e inavvertitamente anche allo sconosciuto viandante) lo stupore: «Ma ti rendi conto che la famiglia è il corpo sociale più violento che c’è?». Ora, siccome Repubblica è maestra di Costituzione, parrebbe bello cominciare con lo stupirci – a proposito dei provvedimenti legislativi che, come i cosiddetti Dico, puntano ad allargare il sistema di tutele oggi previsto per “il corpo sociale più violento che c’è” – del fatto che la Costituzione italiana sia abbastanza chiara su quali siano materia e priorità a cui il legislatore si dovrebbe attenere. All’articolo 29 si legge infatti che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E all’articolo 31 che «la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose».
D’accordo, benché in tutta evidenza si sia fatto e si faccia ben poco per non rendere lettera morta l’articolo 31, ci si dice che i tempi cambiano. Che famiglia tradizionale l’è morta o che è in via di estinzione. Che l’Unione Europea è moderna e dunque caldeggia, come per la misura delle carote, l’assunzione di modelli nuovi di famiglia, peraltro, si dice, “già accolti nelle legislazioni dei paesi più progrediti”. Cominciamo col rispondere: ma siamo uomini o caporali di Bruxelles? E aggiungiamo un’affermazione autoevidente: siamo tutti portatori sani di diritti. Ma anche a voler essere completamente avalutativi sul piano morale, può uno Stato riconoscere a realtà affettive sui generis garanzie di diritto pubblico analoghe, se non addirittura identiche, a quelle riconosciute alla «famiglia come società naturale fondata sul matrimonio»? Certo che può. Come si vede da Madrid a Londra. Ma logicamente si apre una porta che il buon senso consiglierebbe di tenere ben chiusa. Perché? Perché se materia di regolamentazione di diritto pubblico diventano gli orientamenti sessuali, i gusti affettivi e le propensioni sentimentali delle persone, è chiaro, tutto diventa potenzialmente materia di norma pubblica e di tutela giuridica. Infatti, per quale ragione uno Stato dovrebbe riconoscere le unioni gay e non, poniamo, la poligamia o l’incesto?
L’inutilità di surrogare le nozze
Ragionando di Dico e provvedimenti italiani limitrofi per le cosiddette coppie di fatto, non lo vede solo la Chiesa cattolica, lo vede chiunque non ragioni come se abitasse nel giardino dell’erba voglio: sono superflui. Una coppia di fatto è di fatto perché non vuole legami strutturati e istituzionalizzati. Per tutelare i bisogni concreti di una coppia non sposata, lo sanno tutti (e lo hanno scritto in tanti, da Piero Ostellino a Pierluigi Battista), si può ricorrere a provvedimenti di natura privatistica, piuttosto che contribuire a sfibrare il tessuto sociale con leggi che, come i Dico, svalutano l’appetibilità del matrimonio creando surrogati, “quasi matrimoni” sotto il profilo dei diritti, “quasi patti tra single” sotto il profilo dei doveri.
Tutte le leggi europee in materia sono accomunate da una precisa logica di sovversione antropologica e culturale: regolamentano, come per esempio il ddl Bindi-Pollastrini, «i diritti e i doveri delle persone, anche dello stesso sesso». Anche dello stesso sesso. Ecco dove sta il punto della discussione. Da qualche tempo la questione dei cosiddetti diritti gay è in cima all’agenda politica europea. Le persone che hanno fatto del loro orientamento sessuale una questione politica esigono che sia formalmente riconosciuta e giuridicamente tutelata la loro unione. Inoltre – anche se in Italia non lo dicono ancora, ma a Bruxelles hanno già ottenuto una legge ad hoc – esigono di poter adottare bambini, esigono di poter accedere alla fecondazione assistita e ai diritti di “paternità” e di “maternità” così come si accede al mercato capitalistico dei beni di consumo.
In Italia, il Family Day, la mobilitazione “per la famiglia” indetta dai cattolici e rappresentata in un manifesto, simboleggerà il dissenso radicale rispetto a queste prospettive. Stando ai sondaggi (per esempio quelli di Renato Mannheimer sul Corriere della Sera), la manifestazione del 12 maggio a Roma avrà il pregio di dare voce a quei due italiani su tre che sono contrari al riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali. Ma per quale ragione i ministri alla Rosy Bindi e i militanti dell’agenda gay si mostrano preoccupati se i cattolici esprimono, anche in piazza, l’opposizione civile ai Dico? Qualcuno ha forse detto o scritto che vuole leggi razziste? No, nessuno sostiene questo. Si sostengono invece ben altre cose. Per esempio che, a fronte della catastrofe demografica e della crisi in cui versa la famiglia, una classe dirigente che sappia guardare oltre la punta del proprio naso dovrebbe sapere molto bene quali sono i fondamenti di una società e quali, di conseguenza, le priorità in materia di politica familiare. È propaganda di basso conio la mozione Franceschini che giustifica un provvedimento di natura schiettamente ideologica come i Dico con l’altisonante richiamo a «una politica organica per la famiglia che, al tempo stesso, possa riconoscere i diritti inviolabili delle persone che fanno altre scelte di vita». E chi ha mai messo in discussione il diritto delle persone che fanno scelte di vita differenti dalla famiglia? Che c’entrano «i diritti inviolabili delle persone», costituzionalmente garantiti, con la volontà di vedere giuridicamente equiparate la famiglia fondata sull’unione dell’uomo e della donna e la coppia omosessuale?
I multiculturalisti non si preoccupano affatto di sottrarre le qualità e i colori della realtà sensibile alla grigia monotonia dell’astrazione razionale, essi formano l’avanguardia di un mondo dove, essendo la gerarchia sinonimo di oppressione, tutte le forme e tutte le distinzioni ereditate sono attaccate senza posa. In altri termini, gli apostoli contemporanei della diversità servono con zelo l’ideale della omogeneità. Non invocanti il diritto alla differenza che per abbattere le dissimmetrie, essi sono i militanti ostinati dell’indifferenziazione. Si ha ben torto a rimproverare loro di balcanizzare il mondo, perché essi non difendono la pluralità contro l’uniformità, ma l’uguaglianza contro la trascendenza. Essi non sono degli esploratori, sono dei piallatori. Ben lontani dall’introdurre una nuova estetica, essi fanno la morale alla bellezza e questa morale è un alibi. La loro ospitalità scrupolosa camuffa in effetti delle intenzioni velenose. La politica del riconoscimento permette loro di tagliare tutto ciò che li supera. Il loro risentimento prospera all’ombra dell’Altro e dell’omaggio che, giorno dopo giorno, a lui rendono. Nietzsche aveva visto giusto: «Essi somigliano a degli entusiasti, ma ciò che brucia in loro non è il cuore, è la vendetta».
Alain Finkielkraut
L’ingratitude (Gallimard, Parigi 1999)
Il multiculturalismo che sottende proposte di legge come i Dico e che, «all’ombra della politica del riconoscimento dell’Altro», sostiene tutta l’impalcatura ideologica dell’agenda gay, copre tutto e insegue una uguaglianza al ribasso in nome di una giustizia che altro non è che un piallamento di ogni differenza. Secondo questa logica, la domanda di persone che hanno fatto delle proprie tendenze sessuali una bandiera politica non può essere attivamente esaminata. No, può essere solo passivamente accolta. L’intera comunità sociale e politica dovrà piegarsi a una visione culturale, giuridica, antropologica secondo la quale l’esistenza di una diversità di orientamenti sessuali deve tradursi in leggi che contestino, anzi, neghino ogni diversità sessuale. Insomma, il multiculturalismo si appella al discorso democratico per ottenere un obiettivo tendenzialmente totalitario: escludere in linea programmatica ogni disamina delle cose e, di conseguenza, negare, perseguire e punire non Dio, la metafisica, il diritto naturale, ma la persona. La persona che non rinuncia a esaminare, a porre domande, a dubitare, a cercare di capire e valutare razionalmente le cose.
Come definire, infatti, se non tendenzialmente totalitarie, direttive come quella impartita dal Servizio sanitario nazionale della Scozia che vieta alle infermiere e ai medici di usare i termini “papà” e “mamma” all’interno degli ospedali per non offendere le coppie omosessuali? E quando i promotori dell’agenda gay censurano lo psicologo o il cittadino dissenziente sostenendo che la scienza e le commissioni Ue dicono in realtà quello che dicono le associazioni gay (come si vede in certo show mediatico, dove si minaccia chiunque si permetta di dubitare che l’omosessualità non sia quello che racconta la vulgata multiculturalista), cos’è tutto ciò se non intimidazione poliziesca? D’altra parte, si capisce, ci sono ragioni anche molto meno nobili che sorreggono le bislacche e arroganti teorie degli apostoli del mondo indifferenziato. Perbacco, quella del sesso non è forse una delle più floride industrie del pianeta? Perbacco, visto che al mercato capitalistico il brand gay traina consumi e business enormi, volete non sottoscrivere che “i clienti hanno sempre ragione”?
Dove il dissenso diventa reato
In attesa dei manicomi democratici, dissentire dal punto di vista multiculturale già significa essere condannati in qualità di “omofobi”. “Omofobia” sarebbe la malattia culturale da sconfiggere nella società, affermando la normalità della condizione e della coppia omo. Peccato però che l’omofobia sia in realtà una creatura verbale dell’agenda gay. È pura ideologia. Ideologia che in Europa si sta trasformando in un mostro giuridico penale. In ogni caso, tale creatura verbale e le sue conseguenze sul piano della legislazione penale sono il chiaro esempio di come i gruppi politici pro-agenda gay usino lo stesso criterio patologizzante che imputano agli altri. «La mia omosessualità non è un problema per me; come mi guardano gli altri invece mi crea un problema». È questo modo di rappresentarsi a vittime del mondo eterosessuale – “omofobo” nonostante in tutta evidenza oggi non sia diffusa alcuna omofobia, almeno in Occidente, mentre al contrario esiste ed è diffusa una vera e propria fobia di quella vecchia storia di famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna – che è foriero di quel razzismo che troviamo in quelle normative europee (come quella scozzese sopracitata o il recente ddl Mastella) per le quali ogni riferimento a una diversità sessuale, religiosa o politica, se non è convenzionale e conforme all’ideologia multiculturale, è di per sé “discriminatorio”.
Ma se l’operazione razzistica comincia quando qualcuno fa coincidere il proprio essere sociale con un certo modo di godimento, l’agenda gay ha anche altri obiettivi oltre alla rivendicazione di “diritti” che, di fatto, configurano un ideale di comunità in cui non esiste alcuna forma di legame all’infuori delle regole di coabitazione di gruppi radicalmente separati (un modello di società che evoca il campo di concentramento). Uno di questi obiettivi si chiama “padre”, una figura già ampiamente decostruita e disprezzata in Occidente. “Padre”, nel senso stretto “tradizionale”, è una figura eterosessuale, marcata cioè da un desiderio che si definisce come “etero”: si definisce “etero” perché nel suo senso più ristretto essa si basa sul fatto che «un uomo scelga una donna come sua “causa” di desiderio sessuale e le dia dei figli dei quali egli si prenda cura paterna». La definizione, minimalista ma verificabile nell’esperienza, è dello psicoanalista e, diremmo, non proprio un oscurantista, Jacques Lacan: un uomo si lega con una donna, di cui fa la propria “causa” di desiderio nel senso che non la sceglie solo dentro una fantasia di desiderio che stimola un atto erotico, ma sceglie che quella donna esista per lui nella sua differenza, messa in atto e realizzata nei bambini, per i quali pure egli sceglie di esistere come uomo di quella donna (“cura paterna”), uomo il cui atto è all’origine della loro esistenza. In effetti, come ci spiega lo psicoanalista Mario Binasco, «”scelta”, “causa”, “atto”, “cura” eccetera. Si vede benissimo, in questa definizione di Lacan, la decisione etica intrinseca alla funzione paterna e al fatto che il padre sia uno che affronta l’alterità del sesso e la differenza come fondamento della realtà umana. Colui che impedisce di ridurre il desiderio a spunto fantastico qualunque per un soddisfacimento altrettanto qualunque, al limite sempre autoerotico». È il “padre” il nemico. Tanto dell’agenda gay, quanto del nichilismo oggi diffuso.
Che vuol dire nichilismo diffuso? Non la consapevolezza della tragicità del vivere sempre sul baratro dell’insensatezza, della miseria, della finitezza umana. Al contrario, banalmente, significa l’ottuso appagamento immediato di ogni bisogno che il sistema concede a chi dispone di risorse economiche per soddisfare i propri desideri di piacere. Mi colpisce che sul Manifesto (un giornale ancora molto letto da giovani che vorrebbero contestare il presente di questo mondo) si esalti la dissoluzione nichilistica delle “vecchie prigioni” della libertà, la famiglia e la religione, come se la meta da perseguire fosse soltanto sciogliersi da ogni norma e da ogni vincolo morale. Inneggiare all’indeterminazione sessuale come fine dell’oppressione degli statuti tradizionali, fondati sul maschile e sul femminile, e liberare il desiderio sessuale da ogni rapporto con la procreazione naturale è spesso la bandiera della lotta contro il bieco conservatorismo della Chiesa e del Papa. Nessuno dei predicatori di questa nuova laicità, libera dal problema dell’esistenza di Dio e dei limiti della natura, si chiede perché mai la violenza, l’aggressività, l’inimicizia fra gli uomini siano diventati la cifra dei comportamenti quotidiani di donne e uomini. Perché non riconoscere che nella maggior parte dei media (giornali e televisione) si sta sviluppando una vera e propria crociata contro ogni tentativo di affermare la misteriosa sacralità della vita?
Pietro Barcellona
La Sicilia, 19 marzo 2007
Guardiamoci intorno. Se oggi un marziano sbarcasse in Italia di cosa si stupirebbe? Dove sono i bambini? Come crescono i giovani? Ci sono solo vecchi? In effetti un marziano scoprirebbe che un solo periodo di un articolo di Annalena Benini vale parecchie inchieste di Repubblica: «Lo statistico Roberto Volpi ha spiegato al Foglio che l’Italia ha raggiunto negli ultimi trent’anni tre record mondiali: la più bassa proporzione di bambini nella popolazione, il più alto indice di vecchiaia e il più alto tasso di permanenza dei giovani nelle famiglie d’origine».
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