L’educazione non è un pranzo di gala. Nel Sessantotto ci eravamo sbagliati

Di Cominelli Giovanni
05 Aprile 2007

Opinion maker e genitori, costretti dall’emergenza educativa quotidiana, si interrogano sul senso dell’autorità. Se ne ricava l’impressione che ad aver paura dell’autorità conferita dal ruolo sociale o istituzionale non sono i destinatari, ma i soggetti dell’esercizio dell’autorità, cioè gli adulti. Autorità non significa né autorevolezza né moral suasion. Questa versione light vale per le leadership morali, liberamente scelte e riconosciute. Ma laddove l’autorità derivi da un ruolo pubblico sociale o istituzionale di genitore o insegnante, essa contiene un nocciolo di costrizione e di forza, che limita la libertà assoluta. Che cos’è questo nocciolo? È la realtà stessa. Essa sta di fronte alla nostra libertà come un vincolo, come un limite, come un ostacolo. La libertà non è affatto assoluta come, viceversa, tende a credere e a raccontarsi. Nel caso del rapporto pedagogico asimmetrico tra adulto e ragazzo, l’autorità sta lì per segnalare il confine della realtà, per far sentire la realtà. Introdurre alla realtà totale significa esattamente far percepire l’urto della realtà sulla soggettività. È un urto che fa male. Perché segnala la finitezza della libertà, il limite del possesso del mondo. Fa male, perché l’essere umano tende a ribellarsi alla finitezza.
L’Io infantile tende naturalmente a ritenere che il mondo e gli altri siano soltanto il prolungamento di sé. Il passaggio dall’Io narcisistico all’Io-nel-mondo è un passaggio doloroso. Autorità è ciò che accompagna l’Io nel cammino doloroso verso il mondo che sta fuori, che è più grande dell’Io che lo affronta. Solo così l’Io viene fatto crescere. Per l’adulto educatore è un accompagnare faticoso e doloroso. Nella storia del pensiero pedagogico sono ricorrenti le utopie illuministiche e libertarie che descrivono un itinerario educativo dal quale spariscono il male, il dolore, la resistenza del mondo alla pretesa assoluta dell’Io. Perciò sparisce l’autorità come se fosse un ostacolo alla libera fioritura umana. Così abbiamo pensato nel ’68. Abbiamo pensato male. Oggi se ne vedono i drammatici effetti. La libertà non fiorisce senza autorità. Ciò sovraccarica chi esercita l’autorità di responsabilità enormi, ma non perciò evitabili. È un calice che non si può respingere. La rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva Mao. Neanche l’educazione! Sono diventato reazionario? No, solo un po’ più saggio.

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