L’eroe dei due poli
Nel pregevole Catalogo dei viventi curato da Giorgio Dell’Arti e Massimo Parrini, Pierferdinando Casini è soltanto uno dei “5.062 italiani notevoli”. Manca la foto, ma si sa, non fatecelo ripetere, non fateci arrossire, è bellissimo. Nato sotto una stella grande grande, non ha fatto a tempo a toccare il pallone all’oratorio che già giuggioleggiava sotto i riflettori della grande politica. Bolognese di nascita, romano d’adozione, si laurea con una tesi sulle partecipazioni statali. Poi passa un anno da dirigente in un’azienda delle partecipazioni statali. E il resto in Parlamento. Dove siede ininterrottamente dal 1983. Aveva 27 anni. Ne ha 52. Tutti spesi al servizio dello Stato. E della partecipazione, naturalmente. Prima come enfant prodige del boss doroteo Antonio Bisaglia. Poi nella cura dell’immagine del ministro Gianni Prandini. Poi in direzione Dc sotto le ali del segretario Arnaldo Forlani. Poi da animatore del Ccd di Clemente Mastella. Infine, il trionfo tra i moschettieri del Cavaliere. Adesso è a un passo dal realizzare il sogno del dipendente dell’indotto industriale politico: quello di mettersi in proprio e farsi padroncino di un Grande Centro che abbracci il vecchio amico Clemente, l’ex nemico Tonino e – quel che gli darebbe il peso di un vero partito – i popolari della Margherita. Voi direte: roba fresca. Bè, se non è proprio freschissima, almeno è la Dc sotto il cui scudocrociato alzi la mano chi non ha mai pensato di essere condannato a morire. La Dc è passata al tritacarne. Casini no. Lui è rimasto tale e quale il bel ragazzone che era alle Officine reggiane. Il carino e parlantino biancofiore di sempre. Insomma, la sua tesi di laurea sui “Profili organizzativi del sistema delle partecipazioni statali” rimane l’imprinting. Una bella vita da playmate al crocicchio.
Peccato che, come dice Edmondo Berselli, ha sì pazienza, ma non sa mai mettere la palla in rete: «Come dicevano i vecchi aficionados del Comunale di Bologna, è “brào ma lento”». Tutti i giornaloni che contano e che inzigano la divisione nella Casa delle Libertà non aspettano altro che brandisca il pugnale, si faccia Bruto e dia a Cesare quel che è di Cesare. Il problema è – come sa chi è finito in tribunale per tenersi lo scudocrociato dopo la diaspora Dc – che se i “valori cristiani” sono il marchio per il quale il bel Pier è disposto a spendere qualunque parola pur di acquisirne l’esclusiva (e all’uopo già molto si sta dando da fare l’ottimo Luca Volonté), poi in realtà tutti sanno che l’Udc pastura i suoi clientes nello stesso stagno in cui pesca tutta l’Unione e buona parte di An.
L’atout di Pierferdi? Una compagna che è figlia del maggior editore (e costruttore) romano, una discreta rete di amministratori parastatali (quelli che in prima repubblica figuravano sotto la voce “boiardi”), qualche potere bancario nel centro-sud. In effetti gli manca un pochino di savoir rougir quando si distingue da quelli del “partito di plastica”. Lui non è di plastica. Semmai è di gomma. Ma dove andava senza Berlusconi? Va bene l’ingratitudine, ma fino a un certo punto. Prima voleva fare il segretario del partitone unico moderato. Poi ha capito che non c’era trippa per un gattone domestico e morbido come lui. Così, non potendo confrontarsi a colleghi che come il governatore di Lombardia non hanno alle spalle partitini però hanno voti, esperienza di governo, suole consumate non per andare a confessare le nobildonne nei salotti ma per stare tra la gente nelle strade, Casini s’è messo in testa che, scendere per scendere, salire per salire le scale altrui, tanto vale provarci con i boccoli di Montezemolo.
Il Corsera, una scelta di campo
Era appena laureato quando ha fatto il suo primo discorso alla Camera. Volete che con la bocca larga che si ritrova non sia capace di gonfiarsi come una rana quando c’è da fare un mazzo così a quel bue di Berlusconi? E così ha capito che doveva essere lui a passare il Rubicone, e farsi lui appetibile a quelli che contano. E chi può dire che la direzione giusta non sia quella del Corriere della Sera? Si sa, da quando Casini ha cominciato a smarcarsi dal Cavaliere, in via Solferino lo considerano il Churchill della Cdl. Per questo s’è messo anche lui a fumare i sigari, a studiare per non apparir da meno di Buttiglione, a mandare avanti il duttile e un po’ ingessato Lorenzo Cesa come controfigura di segretario udiccino. E per le prossime amministrative che fa? Candidature un po’ così. Ma sempre oculatamente statali e partecipate.
Insomma, è Il laureato per eccellenza della rendita di posizione. Uno che al gossip può fieramente dire “noli me tangere”, giacché, nonostante il fisico che ha, non è mai stato un fanatico delle calze nere di Anne Bancroft. E infatti, nonostante al primo matrimonio siano seguite galanti avventure oltre al folgorante menage con Azzurra Caltagirone, anche in amore Casini è sempre stato un moderato. Uno che ama la sfida ma non si piegherà mai, nel suo modo di fare e pensare “i valori alti”, a quelle paparazzate di bacini, coccoline, fidanzatine, spiaggine, strip in barca, nei quali pure lo immortalò Eva Tremila. Meglio essere l’eroe dei due poli che un numero due della cronaca rosa.
Anzi, per dirla solennemente con Pierluigi Battista, è meglio essere semplicemente “Pier Ferdinando”. Non «l’uomo più immorale che io conosca», come disse di lui un suo illustre, benché obliquo, estimatore. Tutt’al più la vittima della «caccia al capro espiatorio» scatenatasi dopo il voto in Senato sull’Afghanistan. Come dice sul Corsera la stupenda penna per cui non è mai esistita una foto di Sircana, «Casini può legittimamente obiettare che, rispetto al voto della Camera, a cambiar posizione non è stato lui, ma il resto dell’opposizione passata inopinatamente da un voto favorevole all’astensione». Ora, può darsi che un calcolo più cinicamente politico avrebbe potuto evitare quello che Battista chiama «errore». Ma «inopinatamente»? Suvvia, cari bazoliani che un secondo dopo la caduta di D’Alema vi siete precipitati a chiedere il Prodi bis: tra il voto alla Camera e quello al Senato, di inopinato c’è stato solo un affare grande come il sequestro di Daniele Mastrogiacomo, l’umiliazione della nostra diplomazia, i balletti d’amore con i talebani, la presa per i fondelli di chi in Afghanistan combatte e muore per difendere un popolo dagli scuoiatori e i “ghe pensi mi” del supporter della liberazione di cinque (o quindici?) capi terroristi che in questo momento non saremmo tanto sicuri che stiano organizzando una marcia della pace con Emergency.
Come insegna Fra Cipolla
Però è vero, “Pier Ferdinando” non soffre come il Cavaliere di «concitazione frettolosa», non si è mai visto inseguito da un giudice, non si fa scrivere letterine sui giornali dalla sua compagna e non racconta barzellette sporche. E poi a Machiavelli preferisce Boccaccio. Tipo novella decima, fine del sesto giorno, quando pure Berlusconi dovrebbe prendersi il meritato riposo dopo aver creato la Cdl e «Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell’agnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo». È così Pierferdi. Uno che ti promette che «prima Prodi va a casa, meglio è»; in luogo del quale trovando un voto che rilancia Prodi, quegli dice che andare alla guerra disarmati è il modo migliore per non arrostire la politica estera italiana e i nostri soldati in Afghanistan.
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