I veri resistenti
Cosa pensano gli iracheni dei tempi terribili (ma quando mai sono stati facili?) che stanno vivendo? Per i giornalisti, sia stranieri che locali, è diventato quasi impossibile capirlo e raccontarlo: troppo pericoloso; l’anno scorso ne sono stati uccisi ben 40, l’anno prima (2005) erano stati 24 e quest’anno sono già 11. Con la fine del regime di Saddam Hussein, però, l’Iraq è diventato agibile per un classico strumento di analisi sociale: il sondaggio d’opinione. Negli ultimi quattro anni si sono moltiplicati. Il più recente è quello condotto da D3 Systems, un istituto americano esperto in ricerche in condizioni ambientali difficili: ha fondato anche la prima società per rilevamenti demoscopici in Afghanistan. Per conto di un consorzio formato da tre tivù e un giornale (la britannica Bbc, l’americana Abc News, la tedesca Ard e il quotidiano Usa Today), fra il 25 febbraio e il 5 marzo ha condotto il terzo sondaggio nazionale in quattro anni realizzato da operatori sciiti, sunniti e curdi che hanno intervistato più di 2 mila persone in 450 località. Il ritratto degli iracheni che ne esce allarma per la deriva verso il radicalismo e la disillusione che mostra su alcune questioni, ma conforta per alcune linee di fondo che testimoniano la “resistenza umana” di 26 milioni di persone messe con le spalle al muro.
Gli iracheni che entrano nel quinto anno del dopo Iraqi Freedom sono sempre più esasperati dalla presenza delle truppe angloamericane, ma non vogliono il loro esodo immediato; condannano senza mezzi termini la politica americana nel paese, ma non sono meno critici con quella dei paesi confinanti; lentamente perdono fiducia nella democrazia e nel futuro del paese, ma continuano a pensare che è stato giusto liberarsi di Saddam; pur contando vittime fra parenti e amici, credono ancora in un Iraq unito, negano che sia in corso una guerra civile e danno la colpa di tutti i guai agli stranieri.
Le forze della coalizione escono dal sondaggio con le ossa rotte. Soltanto il 18 per cento degli intervistati ha molta o abbastanza fiducia in loro, soltanto il 24 pensa che abbiano fatto finora un buon lavoro, soltanto il 21 pensa che la loro presenza contribuisca alla sicurezza del paese, mentre il 69 ritiene che lo renda meno sicuro. Un 51 per cento senza precedenti giustifica gli attacchi contro di esse. Il dato è sconvolgente se si pensa che nello stesso sondaggio, nel 2004, solo il 17 per cento si dichiarava favorevole agli attentati; e che contemporaneamente solo il 12 approva gli attacchi alle forze governative irachene, che pure sono state addestrate dalla coalizione e spesso operano insieme ad essa. Una possibile spiegazione può essere cercata in un altro dato: il 44 per cento degli iracheni sostiene di essere stato testimone di un uso non necessario della violenza da parte di truppe angloamericane contro i civili, mentre solo il 24 afferma lo stesso per quanto riguarda la polizia o l’esercito iracheni. Un’altra spiegazione si può desumere da un altro sondaggio, svolto nel settembre 2006 per conto di alcune università del Maryland. Da esso si desume che il 77 per cento degli iracheni è convinto che gli Usa vogliano stabilire basi permanenti nel loro paese.
Tutta colpa degli stranieri
Da tanto astio non discende però una tendenza precisa circa il ritiro delle truppe straniere. Secondo il sondaggio D3 Systems solo il 35 per cento vuole che se ne vadano subito; il 38 vuole che restino finché la sicurezza non sarà ristabilita e il 25 finché il governo non sarà più stabile e le forze di sicurezza irachene potranno operare indipendentemente. Secondo il sondaggio del settembre 2006 37 iracheni su cento vorrebbero il ritiro americano nel giro di sei mesi, 34 nel giro di un anno, 20 nel giro di due anni.
Un fatto poco conosciuto è che gli iracheni hanno il dente avvelenato non solo con gli americani, ma con quasi tutte le potenze della regione. Richiesti di indicare se i paesi che venivano loro nominati stavano svolgendo un ruolo negativo in Iraq, gli intervistati hanno risposto di sì nel caso degli Usa per il 77 per cento, in quello dell’Iran per il 67 e in quello della Siria per il 63. Inoltre il 56 per cento afferma che non è in corso alcuna guerra civile nel paese. E infatti, richiesti di indicare di chi sia la colpa delle violenze in corso, il 38 per cento la attribuisce agli Stati Uniti e alle forze della coalizione, il 18 ad al Qaeda e ai jihadisti stranieri, il 9 al presidente Bush in persona, il 7 all’Iran; solo il 19 alle milizie di partito e alle rivalità settarie. Quando poi è stato chiesto loro se ritengono che i paesi confinanti stiano attivamente incoraggiando le violenze fra sunniti e sciiti, hanno risposto di sì per quanto riguarda l’Iran il 71 per cento, per la Siria il 66 e per l’Arabia Saudita il 56 degli intervistati.
Un altro punto molto interessante che emerge dai sondaggi è che le violenze senza fine hanno scosso le convinzioni più profonde degli iracheni, ma non le hanno sradicate. Secondo lo studio della britannica Opinion Research Business il 26 per cento degli iracheni ha sofferto l’uccisione di un parente (15 per cento dei sunniti e 34 per cento degli sciiti) dopo il 19 marzo 2003 e il 14 per cento ha un parente, un amico o un collega rapito. Eppure secondo l’indagine del settembre 2006 il 61 per cento di tutti gli iracheni (75 per cento degli sciiti, 81 per cento dei curdi ma appena l’11 per cento dei sunniti) continua a pensare che è valsa la pena sbarazzarsi di Saddam Hussein. Secondo il sondaggio più recente una maggioranza relativa del 43 per cento continua a pensare che la democrazia sia il sistema politico migliore (nel 2004 era il 49), ma in tre anni quelli che pensano che un uomo forte al comando sia la soluzione migliore sono cresciuti dal 28 al 34 per cento, mentre i fautori dello Stato islamico restano stabili attorno al 21-22. Stessa tendenza all’erosione per quanto riguarda la fede nell’Iraq come stato unitario: nel 2004 era la convinzione del 79 per cento degli interrogati, oggi soltanto del 58, mentre i sostenitori del federalismo sono raddoppiati dal 14 al 24; i fautori della separazione in stati indipedenti sono cresciuti ma restano sempre pochi, appena il 14. Interrogati circa gli esodi di popolazione dai quartieri a composizione religiosa mista, che conducono alla formazione di comunità separate e omogenee dove prima si dava convivenza fra gruppi diversi, una schiacciante maggioranza di iracheni (94 per cento) lo considera senz’altro un fenomeno negativo, approvato solo da un risicato 6 per cento. E solo il 19 dichiara che si trasferirebbe in un altro quartiere se ne avesse la possibilità. Dati che fanno riflettere, all’indomani delle stragi settarie di Tal Afar.
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