Velleitarismi democratici arabi e una bella lezione mauritana

Di Eid Camille
05 Aprile 2007

Per la prima volta un’elezione presidenziale è approdata al secondo turno nel mondo arabo, e in maniera assolutamente democratica. Il buon esempio non arriva dall’Egitto né dalla Tunisia (paesi considerati moderati e “democratici” in Occidente) bensì dalla Mauritania, lo stato arabo più “periferico” e meno progredito. Il vincitore, Sidi Ould Sheikh Abdallahi, l’ha spuntata con il 52,85 per cento dei voti: un’altra bella lezione a presidenti abituati a ottenere il rinnovo del mandato con il 99 per cento e passa dei voti. Basta osservare la foto di gruppo dei leader arabi riuniti a Riyadh (Arabia Saudita) per accorgersi che si tratta (con rare eccezioni) degli stessi volti di venti o trent’anni fa. Hosni Mubarak è presidente dell’Egitto dal 1981, Zinelabidin Ben Ali è presidente della Tunisia dal 1987, Omar Hassan al Bashir è padre-padrone del Sudan dal 1989, Ali Abdallah Saleh è governante assoluto dello Yemen dal 1990, Muammar Gheddafi (assente al vertice) “regna” sulla Libia dal lontano 1969, Bashar al Assad ha “ereditato” la Repubblica siriana dal padre Hafez, eccetera. «I sovrani e presidenti hanno esposto un progetto teso a diffondere le libertà pubbliche e gettare le basi della democrazia, ciascuno nel proprio paese. Il vertice ha lodato le idee e stimolato tutti a intraprendere la via delle riforme per porre fine allo “stato di emergenza” e alle leggi marziali in vigore in alcuni paesi, ad accelerare la formazione di assemblee parlamentari e a preparare elezioni legislative libere e trasparenti». Le suddette “risoluzioni” non sono purtroppo autentiche, bensì tratte da un “Sogno a occhi aperti” uscito su un giornale libanese. Quando il processo di democratizzazione nel mondo arabo cesserà di essere un sogno, e la lezione mauritana solo un’eccezione?

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