Riforma e controriforma

Di Persico Roberto
12 Aprile 2007
Fondi ripartiti per numero di alunni, istituti che scelgono i propri docenti. La Lombardia ci ha provato, poi però ci si è messo Fioroni

Nel decreto sulle cosiddette liberalizzazioni il ministro Fioroni ha infilato una norma che di liberalizzante non ha nulla: tira infatti un colpo di spugna anche su quel poco di devolution realizzata dal precedente governo. In sintesi: mentre la riforma Moratti affidava almeno in prospettiva alle Regioni l’ambito della formazione tecnica e professionale, col presupposto che una governance del sistema più vicina al territorio e alle sue esigenze produttive potesse essere più efficace e flessibile, il decreto Bersani-Fioroni riporta tutto a Roma, eccetto i corsi di formazione professionale, che però rischiano di tornare a essere il canale di raccolta degli scarti del sistema scolastico che erano prima dell’era Moratti. E anche l’ottimo progetto di legge della Lombardia rischia di diventare una buona norma a cui viene sottratto l’oggetto. Abbiamo fatto il punto con l’assessore all’Istruzione della Regione, Gianni Rossoni.
Assessore Rossoni, si dice che col decreto Bersani la Lombardia rischia di fare una legge su una materia che le sarà tolta. È vero?
Sì, l’articolo 13 del decreto Bersani sottrae competenze alle Regioni per quanto riguarda l’istruzione e formazione tecnica professionale (Ifts), ovvero l’alta formazione, e fa rientrare gli istituti professionali in un’area (a tutt’oggi inesistente) definita “tecnico-professionale”, posta in capo allo Stato. Ragion per cui le posso anticipare che, dopo averlo fatto per la Finanziaria, la Regione Lombardia ricorrerà in Corte costituzionale anche contro questo articolo del decreto Bersani.
Il pdl lombardo prevede, per tutti gli istituti (pubblici e privati), la ripartizione dei fondi in base al numero degli alunni. Come risponde a chi obietta che l’art. 33 della Costituzione vieta di finanziare scuole non statali?
Dare attuazione al comma 4 dell’articolo 33 della Costituzione significa attuare una legislazione in cui la scuola privata si apre alle esigenze di tutti e il servizio statale fa spazio, a sua volta, ad apporti non più ghettizzati, secondo la logica dei sistemi educativi integrati. In questa direzione si sono già mosse sia la legge 62 del 2000, sia l’introduzione del buono scuola. Con il meccanismo della “quota capitaria” si portano a sistema questi interventi, che mettono al centro la domanda e la piena libertà di scelta da parte degli allievi e delle famiglie, in una logica di sussidiarietà e di ruolo di governance della Regione, pienamente coerente con la Costituzione.
Altra novità, l’assegnazione della titolarità del rapporto di lavoro agli istituti. Come superare le prevedibili resistenze degli insegnanti? L’articolo 80 della Costituzione inoltre prevede che l’accesso a posti pubblici avvenga per concorso. Come rispettarlo?
Premessa: la libera scelta degli insegnanti da parte degli istituti centra due obiettivi. Accresce la competizione tra le scuole; incentiva gli insegnanti a una preparazione qualitativamente sempre maggiore. Due le possibilità per realizzare l’obiettivo: o consentendo agli istituti di bandire concorsi pubblici calibrati sulle proprie esigenze; o permettendo loro la trasformazione in fondazioni di partecipazione, controllate comunque da soggetti a maggioranza pubblica. In entrambi i casi, comunque, la possibilità è legata al via libera dello Stato al trasferimento della titolarità del rapporto di lavoro con gli insegnanti da se stesso alla Regione (da questa poi alle scuole). [rp]Nel decreto sulle cosiddette liberalizzazioni il ministro Fioroni ha infilato una norma che di liberalizzante non ha nulla: tira infatti un colpo di spugna anche su quel poco di devolution realizzata dal precedente governo. In sintesi: mentre la riforma Moratti affidava almeno in prospettiva alle Regioni l’ambito della formazione tecnica e professionale, col presupposto che una governance del sistema più vicina al territorio e alle sue esigenze produttive potesse essere più efficace e flessibile, il decreto Bersani-Fioroni riporta tutto a Roma, eccetto i corsi di formazione professionale, che però rischiano di tornare a essere il canale di raccolta degli scarti del sistema scolastico che erano prima dell’era Moratti. E anche l’ottimo progetto di legge della Lombardia rischia di diventare una buona norma a cui viene sottratto l’oggetto. Abbiamo fatto il punto con l’assessore all’Istruzione della Regione, Gianni Rossoni.
Assessore Rossoni, si dice che col decreto Bersani la Lombardia rischia di fare una legge su una materia che le sarà tolta. È vero?
Sì, l’articolo 13 del decreto Bersani sottrae competenze alle Regioni per quanto riguarda l’istruzione e formazione tecnica professionale (Ifts), ovvero l’alta formazione, e fa rientrare gli istituti professionali in un’area (a tutt’oggi inesistente) definita “tecnico-professionale”, posta in capo allo Stato. Ragion per cui le posso anticipare che, dopo averlo fatto per la Finanziaria, la Regione Lombardia ricorrerà in Corte costituzionale anche contro questo articolo del decreto Bersani.
Il pdl lombardo prevede, per tutti gli istituti (pubblici e privati), la ripartizione dei fondi in base al numero degli alunni. Come risponde a chi obietta che l’art. 33 della Costituzione vieta di finanziare scuole non statali?
Dare attuazione al comma 4 dell’articolo 33 della Costituzione significa attuare una legislazione in cui la scuola privata si apre alle esigenze di tutti e il servizio statale fa spazio, a sua volta, ad apporti non più ghettizzati, secondo la logica dei sistemi educativi integrati. In questa direzione si sono già mosse sia la legge 62 del 2000, sia l’introduzione del buono scuola. Con il meccanismo della “quota capitaria” si portano a sistema questi interventi, che mettono al centro la domanda e la piena libertà di scelta da parte degli allievi e delle famiglie, in una logica di sussidiarietà e di ruolo di governance della Regione, pienamente coerente con la Costituzione.
Altra novità, l’assegnazione della titolarità del rapporto di lavoro agli istituti. Come superare le prevedibili resistenze degli insegnanti? L’articolo 80 della Costituzione inoltre prevede che l’accesso a posti pubblici avvenga per concorso. Come rispettarlo?
Premessa: la libera scelta degli insegnanti da parte degli istituti centra due obiettivi. Accresce la competizione tra le scuole; incentiva gli insegnanti a una preparazione qualitativamente sempre maggiore. Due le possibilità per realizzare l’obiettivo: o consentendo agli istituti di bandire concorsi pubblici calibrati sulle proprie esigenze; o permettendo loro la trasformazione in fondazioni di partecipazione, controllate comunque da soggetti a maggioranza pubblica. In entrambi i casi, comunque, la possibilità è legata al via libera dello Stato al trasferimento della titolarità del rapporto di lavoro con gli insegnanti da se stesso alla Regione (da questa poi alle scuole).

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