Il feroce Enrico

Di Nouri Michelle
19 Aprile 2007
L'ironia di Mentana su Mediaset, Gasparri, Gentiloni, Santoro, Rossella e molto altro. «Il governo Prodi? Sì, l'ho votato. Ma non lo faccio più»

Quello che Enrico Mentana ha fatto nella vita lo sanno tutti, perché tutti lo hanno visto. In tv. Mentana oggi è direttore editoriale di Mediaset e conduce Matrix, ma fino al 2004 è stato il direttore storico del Tg5, che oltre ad averlo reso probabilmente il mezzobusto più famoso d’Italia gli ha dato anche la soddisfazione di battere in ascolti tutte le testate Rai in cui aveva fatto la sua (breve) gavetta, compreso l’inarrivabile Tg1. Correva l’anno 1992. «Era la prima volta che succedeva nella storia della tv», racconta a Tempi. «Avevamo creato un prodotto da zero e in pochi mesi lo portammo a competere per la supremazia assoluta. Si può ben immaginare quanto fu gratificante».
Solo merito di un format innovativo?
Non solo. Bisogna metterci anche un altro aspetto, quello più importante: il Tg5 non doveva pagare servitù politiche. Sa, erano gli ultimi mesi della cosiddetta Prima Repubblica, i tg Rai erano intossicati dall’ossequio ai partiti. E cinque settimane dopo la nascita del Tg5 scoppiò Tangentopoli: per noi era l’occasione di misurarci con gli altri innanzitutto sulla capacità, ma anche sulla libertà di dare le notizie. In quello non fummo secondi a nessuno.
Non si può certo dire che lei sia berlusconiano, eppure non ha approfittato della rimozione dal Tg5 per autoproclamarsi martire. Anzi, è rimasto nell’azienda del Cavaliere.
Sono stato costretto a lasciare il Tg5, ma non capisco perché avrei dovuto recriminare. È vero, mi veniva tolta la creatura che avevo provveduto a creare, però è legittimo che un’azienda decida di cambiare direttore dopo tredici anni. Non si può dire che sia un periodo di tempo troppo corto, no? E poi mi avevano sempre lasciato fare quello che volevo, era giusto non lasciare chi mi aveva dato quell’opportunità.
Però i telespettatori hanno tempestato la redazione di e-mail di protesta.
È vero e ho molto apprezzato. Ma è vero anche che non bisogna essere orfani di se stessi. Non si può vivere nel ricordo di quello che si è fatto. In fondo ho avuto la fortuna di fare in prima persona l’esperienza lavorativa più importante che si poteva fare in quel periodo. Quindi che rimpianti dovrei avere?
Ma per la defenestrazione di Santoro dalla Rai si oscurò il sole e si aprirono fenditure nella terra. Per lei a stento qualche articolino.
Se avessi voluto creare una drammatizzazione politica, forse qualche articolo in più ci sarebbe stato. Ma io non amo l’idea di essere considerato indispensabile e non volevo fare scenate. Non ho mai nascosto che sono stato rimosso contro la mia volontà, ma è legittimo che un’azienda cambi direttore. Ci mancherebbe altro. So anche che la scelta era dettata da necessità del “referente politico” di Mediaset, cioè di Berlusconi, ma non è nella mia cultura fare il martire della sinistra o cose del genere.
Il Tg5 di Carlo Rossella vale quanto il suo?
L’ultima cosa che farei è giudicare un prodotto fatto da qualcuno dopo di me. Ogni direttore fa il tg secondo i parametri politici, morali, etici che vuole dargli. Anche Rossella fa il suo tg, è nel suo diritto e penso che sarà ricordato come un buon direttore.
Come va la sfida fra Matrix e Porta a Porta? Finirà come quella fra Tg5 e Tg1?
Finirà che vincono tutti, perché alla fine ci si divide il pubblico e diventa meno importante sapere chi vince giorno per giorno.
Sta dicendo che l’Auditel non conta? C’è chi sostiene che non dovrebbe esistere.
Dico che l’Auditel interessa molto noi che facciamo tv, per niente gli spettatori. Non serve per sapere chi è più bravo, ma per stabilire quanto deve essere pagata la pubblicità all’interno dei programmi. Quindi chi vuole abolirlo non sa di cosa parla. Ma siamo noi della tv che dobbiamo controllarlo, per sapere se il prodotto ha un pubblico numericamente adeguato. Perché uno magari può fare una cosa bellissima, ma se piace solo a lui equivale a un gesto di autoerotismo.
Ha dedicato numerose puntate ad argomenti come Il codice Da Vinci e le teorie dietrologiche sull’11 settembre. Non le pare, a volte, di eccedere nelle concessioni all’Auditel?
No. È tutt’altro che scontato che una trasmissione sull’11 settembre, per esempio, faccia ascolto: molte di quelle “teorie alternative” sono sconosciute al pubblico. Certamente è un altro conto parlare del Codice Da Vinci, che è un fenomeno straordinario. Però, concessione o non concessione, quando un libro vende svariati milioni di copie non si capisce perché non se ne deve parlare. Peraltro non c’è giornale che non abbia scritto qualcosa sul Codice Da Vinci. È un po’ come le polemiche che fanno contro Bruno Vespa che porta in studio il plastico della casa di Cogne: l’altro giorno, quando al processo d’appello il pm ha chiesto 30 anni per la Franzoni, tutti i giornali avevano il disegnino della villa in cui fu ucciso quel piccolo bambino. A volte alla tv non si perdona quello che gli altri media fanno tranquillamente.
Se avesse carta bianca sui palinsesti Rai e Mediaset, su cosa metterebbe le mani?
Sulla domenica pomeriggio. Al di là di come vengono fatte oggi da questo o da quello, la stortura è nell’idea di fare trasmissioni di sei ore: alla fine diventano per forza zibaldoni.
Legge Gasparri, ddl Gentiloni. Meglio la prima o il secondo?
La Gasparri era troppo benevola nei confronti dell’esistente, di Mediaset. La Gentiloni, invece, ha l’effetto contrario. La volontà non so, ma l’effetto è quello. Certo, quello di Gentiloni è ancora un disegno di legge che deve passare al vaglio del Parlamento e può cambiare chissà quante volte. Ma l’impressione è quella.
Alle ultime elezioni, dopo anni di astensionismo, ha votato e ha votato proprio a sinistra. Alle prossime elezioni pensa di tornare a votare? Per chi, se si può chiedere?
Non mi sono pentito, nel senso che non sono uno che si pente delle cose che fa, però se si votasse oggi non andrei a votare. Il mio è stato più un giudizio su chi aveva governato che una speranza nei confronti di chi stava per governare. Ma oggi non darei più nemmeno quella apertura di credito al nuovo. O perlomeno non la darei così a cuor leggero.
Domanda d’obbligo: che dire di Vallettopoli?
Vallettopoli ha un difetto: non si capiscono bene i contorni dei reati, se davvero ci sono stati tentativi di estorsione o no. Ma forse è anche il suo fascino. Si sta a metà tra ciò che è immorale e ciò che è illegale senza capire qual è il confine, se c’è un confine.
Antonella Boralevi ha scritto che lei è «feroce e sarcastico».
Sì, ho un atteggiamento ironico rispetto alla vita, quindi passo per feroce e sarcastico, per uno che prende per i fondelli tutti, insomma. E probabilmente lo sono.
Lei è il marito di Miss Italia. Ci avrebbe mai creduto, da ragazzino?
Posso rispondere con una battuta? Quando ero ragazzino quella Miss Italia non era ancora nata.

michelle.nouri@infinito.it

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