Annunciare il Vangelo non è un optional per un cristiano
Due attentati hanno preso di mira in pochi giorni delle attività cristiane tra i musulmani. Il primo è avvenuto domenica 15 aprile a Gaza quando un ordigno ha seriamente danneggiato una libreria cristiana gestita dal gruppo protestante americano Bible Society. Tre giorni dopo, tre cristiani sono morti in un attacco contro una casa editrice di Malatya, nella Turchia orientale, legata alla chiesa presbiteriana e che pubblica Bibbie e testi cristiani. Gli aggressori – probabilmente membri del gruppo ultrafondamentalista Hezbollah turco – hanno fatto irruzione nell’edificio, bendato e “incaprettato” le loro vittime, cioè legando mani e piedi dietro la schiena, prima di tagliare loro la gola. Le vittime, due turchi e un tedesco, erano accusati di fare proselitismo tra i musulmani.
Quando non è considerato reato, fare proselitismo nei paesi islamici è molto pericoloso. Nella laica Turchia sono spesso la stampa liberale e le istituzioni a stigmatizzare chi diffonde testi cristiani come “nemico” della nazione. E qualche eco giunge pure in Europa. Ma è davvero così? Chi tira in ballo il proselitismo per accusare i cristiani di animare una sorta di “caccia alla preda da convertire”, dimostra di non comprendere la logica che anima la Chiesa e la sua stessa natura: quella cioè di una realtà che vive e propone l’avvenimento cristiano alla libertà di ogni uomo. Il quale è libero di confrontarsi con essa. La comunità cristiana è stata fin dalle sue origini missionaria, e chiederle di rinunciare ad esserlo in nome di una malintesa concezione della convivenza tra le religioni, significa metterle il bavaglio e ridurla a una sorta di museo dei valori. Significa, in fondo, chiederle di rinunciare a essere se stessa.
camilleid@iol.it
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