Sui tetti d’Italia
Sui tetti delle case degli italiani ci sono ottanta milioni di antenne. Suppergiù il 70 per cento le ha installate Fracarro, un’azienda di Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso. Praticamente essa iniziava la “semina” non appena la Rai dava il via alle trasmissioni. Era il 1954. Un po’ scherzando e un po’ no, da quelle parti sono convinti che se non ci fosse stata Fracarro non ci sarebbe stata la tv per tutti. Televisivamente parlando la notizia funziona. Fa drizzare le antenne. Anche le nostre.
E allora eccoci qui. Non appena il muso della vettura supera il cancello leggiamo Fracarro radioindustrie e quel radioindustrie chissà perché ci fa venire in mente un passato glorioso e operoso, fatto di cavi, fili e radiofrequenze che nessuno evidentemente vuole cancellare. La storia è quella lì. Si viene cioè da un bianco e nero che non di rado virava in seppia. Ma che allora significava essere avanti, tecnologicamente avanzati. Nello Genovese ricopre il ruolo di amministratore delegato e direttore generale. Fa parte della terza generazione lui che è entrato in azienda nel 1980. Che esisteva fin dagli anni Trenta. «Non si può proprio dire che il sottoscritto sia un patito dell’elettronica, che abbia nel sangue ricezione e distribuzione. Ho fatto l’istituto agrario, pochi numeri e altro tipo di conoscenza. E poteva perciò anche venir fuori un altro tipo di lavoro. Invece no. Sono rimasto nell’azienda di famiglia». Che appunto prese le mosse negli anni Trenta dall’ingegno di tre fratelli e una sorella «che avevano una certa vena artistica e decisamente singolare per il tempo», ci informa.
Allora voleva dire occuparsi di radio in Am e mettere la testa sugli sviluppi che potevano venire dall’invenzione del cosiddetto disco di Nipkow, di come costruire un ricevitore televisivo, proprio sull’esempio del disco di Nipkow per la ricezione delle trasmissioni di Londra e Berlino nel 1930. Ma cos’ è questo benedetto disco? Si tratta, per sommi capi, di un dispositivo meccanico, appunto a disco, che analizza e riproduce le immagini in movimento, componente base nei primi esperimenti di televisione. Fu inventato il 24 dicembre del 1883 da Paul Gottlieb Nipkow. Un disco analizzatore metallico sul quale sono praticati dei fori disposti a spirale in posizioni progressivamente più esterne; facendolo girare, si analizzano le immagini riga dopo riga, in buona sostanza la scansione di linee che ancora esiste sui televisori.
Dal disco di Nipkow in poi
Ecco che allora un dispositivo elettrico posto dall’altra parte trasforma le variazioni di luminosità dei fori in impulsi elettrici. «Questo per dire che il tema delle immagini in movimento interessò fin dal principio la famiglia Fraccaro». Ma il nome non è Fracarro? «Sì certo ma quando si passò alla registrazione per definire la ragione sociale venne commesso un errore dall’impegato. Che la famiglia decise di conservare con la motivazione che suonava meglio con le due “r” piuttosto che con le due “c”», chiarisce l’arcano. Nell’immediato dopoguerra, l’azienda avviava la produzione di reattori per lampade fluorescenti, divenendo ben presto leader del settore a livello europeo. «Quando il gruppo si metteva a frequentare un settore sapeva come muoversi per trarne il massimo rendiconto. Però la svolta vera avvenne nel 1954, con l’inizio delle trasmissioni televisive».
Il background che risaliva agli studi sul famoso disco di Nipkow trovava così realizzazione pratica. Infatti Fracarro era già pronta per adoperarsi alla fabbricazione di antenne. «L’azienda aveva già la sua bella professionalità che si era conquistata, come si dice, sul campo. Quindi partiva avvantaggiata nell’impresa di installare antenne. Una leadership che è riuscita a conservare». Nello Genovese è entrato in Fracarro negli anni ruggenti della tv, quando la televisione privata mieteva consensi e gli italiani scoprivano altro dal monopolio Rai. Pullulavano le reti locali, una miriadi di segnali che tutti volevano ma che andavano razionalizzati affinché l’utente potesse averne una visione di qualità. «Fracarro ha sempre garantito la qualità della ricezione dei segnali anche nei tempi più duri della proliferazione selvaggia di piccole televisioni. Poi le cose sono andate progressivamente migliorando. Fino all’avvento del satellite», dice.
Anche lì Fracarro si mette in prima fila nella costruzione dei primi ricevitori. «Erano i tempi di Astra poi per la maggior parte ci si indirizzò verso Eutelsat. Attualmente si stimano sei milioni di parabole in Italia, il 10 per cento sono Fracarro. Forse si potrà crescere in quel settore ma per noi oggi l’obiettivo è un altro: far pulizia sui tetti». Genovese ci dice dei vantaggi che derivano dal sistema centralizzato anche in termini tecnologici e non solo di sacrosanta risposta al virus delle antenne singole. «Stiamo promuovendo la diffusione del digitale terrestre, la nuova frontiera che manderà in soffitta nel 2012 l’attuale sistema analogico in tutta Europa. Come sempre è fondamentale giocare d’anticipo, cioè non farsi cogliere impreparati quando si arriverà al dunque». Quindi lavorare adesso, facendo anche opera di sensibilizzazione. Scopo interessante.
Ma ce n’è un secondo altrettanto convincente. «Il prossimo arrivo del digitale terrestre rappresenta l’occasione giusta per fare ordine sui tetti delle case degli italiani. Basta alzare gli occhi verso il cielo per imbattersi in una fittissima foresta di antenne, molte delle quali in disuso da parecchi anni. Non è un bello spettacolo. Per non dire della miriade di parabole collocate su balconi. Fracarro è impegnata a favorire l’installazione di impianti centralizzati. Il che rappresenta la classica quadratura del cerchio: usufruire di impianti a norma con le prossime direttive europee e assicurare un deciso miglioramento dal punto di vista estetico. Francamente oggi la situazione è disarmante, specie in alcune zone del paese, anche in grandi città».
Mentre Genovese racconta ci vengono in mente famosi lungometraggi della stagione d’oro della commedia all’italiana con carrellate sui tetti delle case disseminati di antenne per lo più in condizione precarie. Ma è altrettanto certo che la situazione continua ad essere fuori controllo. Pensiamo ad esempio a quando si esce da qualsiasi stazione italiana e si getta un’occhiata fuori del finestrino: è proprio una selva oscura quella che definisce la gran parte dei tetti. «Ma c’è di più. Con l’impianto centralizzato è possibile implementare in fase di progettazione servizi particolari, come ad esempio la videosorveglianza. E in tempi in cui la questione sicurezza diventa sempre più di stringente attualità».
«Il cliente prima di tutto»
Nello Genovese ti dà l’impressione di un imprenditore piuttosto sicuro di sé. Che ti parla della Fracarro come di un luogo che non teme l’insidia del nuovo. Che ama misurarsi con le suggestioni che provengono dall’esterno. Con le novità che gli ricordano tanto i suoi inizi in azienda. «Oggi mi pare l’alba dei secondi Settanta, quando esplose il fenomeno della concorrenza televisiva che diede un’incredibile accelerazione al mercato. Il digitale con il definitivo abbandono dell’analogico darà uguale impulso. Si vivrà un’altra fase di fibrillazione. A me piacciono i momenti dei passaggi epocali, perché stimolano l’azienda a dare il meglio».
Una cosa ancora ci incuriosisce mentre passeggiamo nel magnifico parco che cinge la storica sede e che fa vedere a distanza l’unità produttiva. Gli chiediamo insomma se la differenza di questi tempi la fa il prodotto o l’attenzione al cliente. Risposta: «La prima differenza la fa il team di lavoro che collabora con te alla buona riuscita. Il prodotto, certo, deve essere il top. Però il lavoro sul cliente è sempre più fondamentale. Di questo sono convintissimo. Pensi che ne feci la prima esperienza quando nel 1981 mi mandarono a farmi le ossa negli Stati Uniti. Lì capii l’importanza della relazione col cliente. La sua soddisfazione. L’arma in più del servizio. Furono sette mesi così importanti che ancora determinano l’orientamento delle mie scelte. La Fracarro del Duemila fa del rapporto col cliente la carattestica principale della sua impresa. In azienda e fuori». Poi certo che si va sui tetti. Per fare pulizia.
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