La cruda realtà
Nella tarda estate del 1922, Lenin decise di cacciare dall’Unione Sovietica un gruppo di intellettuali che, a suo modo di vedere, non potevano in alcun modo servire la causa del nuovo Stato sovietico: non erano avversari politici, ma qualcosa di molto peggio, erano esseri culturalmente irriducibili. Tra di loro c’era Nikolaj Berdjaev (1874-1948), un ex marxista che sarebbe rimasto rivoluzionario (nello Spirito) per tutta la vita, ma era ormai diventato un accanito negatore di qualsiasi ideologia. Il problema per lui non era politico: se aveva abbandonato il marxismo non era certo per difendere il mondo borghese. Quello che non poteva accettare erano piuttosto le riduzioni che il marxismo imponeva alla realtà, a quella del mondo come a quella della persona, trasformate in un puro prodotto delle presunte leggi della storia. Il problema era quello radicale del rapporto con la realtà, che per Berdjaev andava rispettata nel suo inesauribile mistero, mentre per Lenin e i suoi compagni poteva essere tranquillamente sacrificata «per il bene della causa». Descrivendo l’abbandono del campo marxista e il suo ritorno alla Chiesa, Berdjaev avrebbe chiarito che questo ritorno era dovuto proprio al bisogno di trovare al reale un fondamento incrollabile contro le invenzioni dell’ideologia e le follie del soggettivismo rivoluzionario: «Dopo tutte le prove, dopo tutte le peregrinazioni attraverso le deserte vacuità del pensiero astratto e dell’esperienza razionale, dopo aver prestato un penoso servizio di polizia, la filosofia deve tornare sotto le volte del tempio, alla sua funzione sacra, e ritrovarvi il realismo perduto, e di nuovo ricevere la consacrazione ai misteri della vita».
Il realismo perduto era la posta in gioco prima della rivoluzione; e la tragedia della rivoluzione fu appunto lo scotto che la società russa dovette pagare allora per non aver saputo ritrovare questo realismo, contro le pretese di una ragione che aveva voluto farsi padrona del reale e si era poi ritrovata preda del più scatenato volontarismo irrazionalista: se la realtà non si piegava all’ideologia bastava eliminarla o chiuderla in un immenso campo di concentramento.
Quello che a Berdjaev parve chiarissimo in quegli anni, e che invece pare non essere chiaro a molti nostri contemporanei, era che il fondamento del reale non poteva essere trovato in nulla di finito o di inventato dall’uomo: il reale e tutto ciò che lo abitava era così grande e così pieno di una enorme domanda di significato, che all’origine non vi poteva essere qualcosa di parziale. Ma prima di ogni altra cosa, l’uomo era un tale desiderio di infinito che non poteva assoggettarsi o accontentarsi di nulla di finito. Così, il ritorno al cristianesimo non era stato motivato da chissà quale esigenza spirituale o dalla rinuncia alla concretezza della vita terrena; si trattava piuttosto dell’unico modo per difendere la dignità, la libertà e la grandezza dell’uomo. Come avrebbe detto più tardi Berdjaev, «se non c’è Dio, se non c’è Verità che lo innalzi al di sopra del mondo, l’uomo è totalmente subordinato alla necessità. L’esistenza di Dio è la carta delle libertà dell’uomo».
L’intelletto e la varietà del mondo
Anche in questo caso con un giudizio molto più acuto di quello di molti nostri contemporanei, Berdjaev aveva capito che tra l’uomo e Dio, tra la ragione e la fede non v’è alcuna opposizione, perché non c’è una sorta di ragione non credente che si opporrebbe a una ragione credente, ma c’è un’unica ragione che deve continuamente fare i conti con l’infinita e sorprendente molteplicità del reale e ha bisogno di essere all’altezza della propria vocazione di riportare tutte le cose al loro senso. È l’originaria chiamata a dare un nome a tutte le cose, un compito che l’uomo non strappa a Dio, ma che è Dio stesso ad affidare all’uomo, perché come diceva ancora Berdjaev, «è Dio, Dio e non l’uomo, che non può e non è disposto a fare a meno della libertà dell’uomo e della libertà del mondo». E in questa impresa non solo Dio non si oppone all’uomo, ma in Cristo si presenta come «luce della ragione». «Luce della ragione», così viene definito Cristo nelle preghiere liturgiche del tempo di Natale.
docente di Lingua e letteratura russa
all’Università Cattolica di Brescia
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