Un solo Gesù

Di Persico Roberto
03 Maggio 2007
Appartenenza alla Chiesa e rigore storico. Josè Garcìa spiega perché solo con questo duplice metodo si può conoscere l'uomo di Nazaret

«Il Papa ha ragione – esordisce senza alcuna esitazione – nell’affrontare la questione di Gesù non si può prescindere dal metodo storico-critico, perché il cristianesimo non è una religione o una filosofia, ma un avvenimento. Il fatto cristiano è un fatto storico: una persona realmente esistita, un uomo come tutti che portava una pretesa dell’altro mondo. Se quest’uomo non è esistito la fede della Chiesa crolla. Se non potessimo dire nulla sul Gesù storico, la fede della Chiesa sarebbe una mistificazione». A parlare è padre José Miguel García, studioso spagnolo di storia delle origini cristiane, uomo di punta di quella “scuola di Madrid” che sta dando un contributo fondamentale allo studio delle origini cristiane. Porta la sua firma un libro uscito qualche tempo fa in italiano, La vita di Gesù, che ricostruendo un possibile testo originale in aramaico dei Vangeli permette di risolvere molti dei problemi sollevati invece dai testi greci che ci sono pervenuti. Ora ha appena dato alle stampe in Spagna Los orígenes históricos del cristianismo, dove sintetizza in modo rigoroso ma accessibile al lettore non specialista tutti gli elementi a disposizione sull’argomento, mostrando come tutti convergano a confermare la realtà storica dell’uomo Gesù e la sua coincidenza con il Cristo predicato dalla Chiesa. Tempi lo ha raggiunto telefonicamente nel suo studio della Università Complutense di Madrid, dove è titolare della cattedra di teologia.
In cosa consiste dunque il suo lavoro di storico delle origini cristiane?
Nell’affrontare la storia da storico. Io tento di toccare con mano il Gesù reale. E il luogo in cui questi appare sono i Vangeli; per questo mi occupo di mostrare l’affidabilità e il valore storico di questi libri.
E in che modo si mostra questo valore?
In primo luogo a partire dalla loro antichità. Contrariamente a quel che continuano a scrivere tanti divulgatori poco informati o in malafede, ormai tutti gli studiosi seri concordano sul fatto che i Vangeli sono stati scritti nei primi anni di vita della Chiesa. La prima stesura del Vangelo di Marco e della fonte comune di Luca e di Matteo non è posteriore all’anno 40. Se si legge con attenzione la Lettera ai Corinti, databile con certezza fra il 54 e il 57, si vede che Paolo fa riferimento a un complesso di scritti che già erano utilizzati dalle comunità cristiane. E anche il Vangelo di Giovanni, certamente il più tardo, tradizionalmente considerato il più “spirituale” dei quattro, frutto di una lunga elaborazione, in realtà ha rivelato alla luce degli studi più recenti un valore storico eccezionale: anch’esso è stato scritto con tutta probabilità originariamente in aramaico, e in una data che non può essere posteriore al 60.
Eppure continuano a prevalere versioni differenti. In Italia ad esempio sta avendo successo l’ultimo libro di Bart D. Ehrman, che accusa la Chiesa di avere “corrotto” i testi originali per affermare la “sua” versione del cristianesimo, spazzandone via altre. Sulla rivista MicroMega il direttore, Paolo Flores d’Arcais, ha riproposto le tesi di Ehrman, supportandole con quella che lui definisce «la critica scientifica più accreditata».
Sono tutte balle. In realtà tutti questi autori non aggiungono niente di nuovo a quel che aveva già scritto più di ottant’anni fa Rudolf Bultmann, il primo a separare il “Gesù della storia” dal “Cristo della fede”. Ma la tesi di Bultmann si basava sull’ipotesi di una redazione tarda dei Vangeli – non prima dell’80, quello di Giovanni nel II secolo – che è stata spazzata via dalle scoperte successive. Inoltre, se quel che dicono fosse vero, questi studiosi dovrebbero solo stare zitti: se i Vangeli non ci parlano del Gesù vero, neanche loro possono dirne niente. Tutti i Gesù alternativi che ci propongono sono frutto solo della loro immaginazione.
Oltre all’antichità della redazione, ci sono altri argomenti a sostegno dell’affidabilità dei testi evangelici?
Certo. Tutti i criteri di storicità che gli studiosi normalmente applicano alle fonti storiche, se utilizzati sui Vangeli funzionano perfettamente. Ad esempio il criterio della coerenza interna, cioè il fatto che un avvenimento o un personaggio sia inserito in un contesto storico, culturale, psicologico, geografico credibile, coerente con gli altri dati che conosciamo sull’ambiente. E questo nei Vangeli accade perfettamente: tutto quel che raccontano è coerente con la conoscenza che abbiamo dell’ambiente ebraico dell’epoca, e non avrebbe potuto essere ricostruito così precisamente da qualcuno che non ne avesse un’esperienza diretta. Anche il Papa nel suo libro sottolinea come il Gesù che esce dai Vangeli letti così come sono è una figura logica, coerente, sensata. Mentre, aggiungo io, le ricostruzioni degli altri studiosi sono figure parziali, deboli, irreali. Rispecchiano i pregiudizi ideologici degli autori più che la realtà storica.
Si continua ad accusare la Chiesa di aver arbitrariamente scartato, per costruire il “suo” Gesù, tutti i cosiddetti vangeli apocrifi.
Qui sì che l’aspetto storico è quasi inesistente. Se uno si prendesse la briga di leggerli davvero, si accorgerebbe che qui davvero non c’è nessun Gesù storico, solo delle dottrine, per lo più di tipo gnostico. E gli apocrifi sì che sono scritti in epoca tarda, da gente che non conosceva il contesto. Prendiamo per esempio il vangelo detto di Giacomo, quello che narra dell’infanzia di Maria: è evidente la totale mancanza di conoscenza delle abitudini ebraiche dell’epoca. Per questo la Chiesa non li riconosce come fonti per la conoscenza di Gesù: perché non raccontano fatti.
E qui torniamo alla questione dell’autorità della Chiesa, e a quella connessa del rapporto tra fede e conoscenza storica: è necessaria la fede, è necessario passare attraverso la Chiesa per una conoscenza adeguata dei Vangeli?
Facciamo un esempio. Se uno vuole capire una poesia d’amore, sono sufficienti la competenza linguistica, la conoscenza della biografia dell’autore, la consapevolezza del clima culturale dell’epoca? Evidentemente no: occorre che il lettore faccia una esperienza d’amore, altrimenti rimane inesorabilmente fuori dal significato della poesia. Così il Vangelo comunica un incontro, un’esperienza: solo dentro questo incontro, questa esperienza si capisce davvero il loro racconto. Non per nulla fin dall’inizio venivano letti durante i raduni delle comunità: perché rendevano esplicite le ragioni, le origini dell’esperienza che la comunità viveva. Erano concepiti per rendere ragione ai cristiani di quel che vivevano, non per raccontare Gesù ad altri. È impossibile leggere davvero i Vangeli fuori dall’esperienza della Chiesa. È, mi sembra, la posizione del Papa: che dà totale fiducia alla storia – l’unico Gesù reale è il Gesù dei Vangeli – ma insieme spiega che anche per comprendere fino in fondo la storia occorre una riflessione che va al di là della dimensione storica.

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