Noi, figli disperati senza più un padre come i cloni a scadenza di “Blade Runner”
È uscito in edicola, con Panorama, Blade runner, un “cult” di fantascienza di Ridley Scott, vecchio di 25 anni e finora difficilmente rintracciabile nelle videoteche. Corre l’anno, all’incirca, 2020. L’uomo ha creato dei cloni allo scopo di procurarsi soldati e manovali efficienti: degli schiavi. I cloni, in tutto fisicamente identici agli uomini, non possono vivere più di quattro anni, e lo sanno. Un giorno alcuni si ribellano a questo destino, e fuggono da una qualche colonia galattica. Approdano sulla Terra, in una sorta di città degli inferi dove è sempre notte, caotica come Hong Kong e ardita nell’architettura come New York: dove un’umanità frenetica come insetti in un formicaio si muove tra archeograttacieli in rovina, sotto a un cielo di fumo. Harrison Ford dà la caccia agli schiavi fuggitivi, ma uno di loro arriva ad affrontare il suo creatore e pretende di essere riprogrammato, per non morire. Lo scienziato risponde che è impossibile, e il clone prima lo abbraccia teneramente – come si abbraccia un padre – e poi lo uccide.
Vale la pena di guardarselo ancora, questo film del 1982, a sua volta tratto da un romanzo di Philip Dick del 1968. Perché c’è non poca profezia in questa storia cupa; c’è, 25 o anche 40 anni prima, l’intuizione di dove un modo di pensare oggi diffuso ci potrebbe portare. «Se un amico mi regalasse un portafogli di vitello, lo denuncerei», dice una fanciulla clone, e a questo animalismo estremo stiamo arrivando. Mentre nessuno in questa storia ha da obiettare alla fabbricazione genetica di semiuomini schiavi. I cloni non sono stati dotati di memoria affettiva, di ricordi che ne intralcerebbero l’efficienza e la sottomissione. Tuttavia, la loro umana natura scoppia inevitabilmente nella eterna ribellione degli uomini: perché dobbiamo morire? Quei cloni condannati altro non sono che metafora di noi.
E il creatore che ribadisce la condanna, in un mondo dove l’umanità corre miserabile in una notte senz’alba, non assomiglia al Dio cancellato dall’orgoglio di uomini come noi – capaci di creare la vita, ma dimentichi di essere figli, e annichiliti nella speranza?
Gli schiavi senza memoria fuggono e uccidono, vendicatori della mutilazione subìta. Solo alla fine il più spietato di loro, davanti al suo cacciatore, è preso come dal ricordo di una misteriosa pietà, e gli salva la vita. Poi abbassa la testa, e muore della sua giovanissima vecchiaia. In quel balenio di pietà, e nel chinare quasi con dolcezza il capo allo scoccare della sua ora, il clone sembra farsi pienamente uomo. Ritorna uomo, quando ritorna figlio. E mentre scorrono i titoli di coda fatichi a uscire dalla oscura metropoli del 2020, preso da un retropensiero doloroso. Come se alla fine si fosse parlato proprio di noi.
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