Rompete le righe
Parigi
La sconfitta della socialista Ségolène Royal alle presidenziali francesi ha immediatamente riacceso le rivalità tra i dirigenti del partito, che ora sono «pronti a tirare fuori i coltelli», come ha scritto il quotidiano di sinistra Libération. Decisi ad approfittare dell’occasione sono soprattutto il leader della minoranza più “riformista”, Dominique Strauss-Kahn, e quello della corrente più “massimalista” Laurent Fabius, che nelle primarie del partito lo scorso novembre avevano ottenuto dai militanti rispettivamente il 20 e il 19 per cento, risultati ben lontani dal 60 per cento della Royal. Domenica 6 maggio, subito dopo l’annuncio dei risultati, Strauss-Kahn si è affrettato a dirsi «disponibile» per «il rinnovamento social-democratico che ho iniziato» e che «non si è ancora imposto nel campo socialista», mentre Fabius ha detto che «la vittoria non può essere che collettiva» e che «la sinistra è il “noi” e non l'”io”». Ma la Royal non si è fatta sorprendere, anzi ha anticipato l’attacco. Nonostante la sconfitta, infatti, appena tre minuti dopo aver saputo che il nuovo presidente francese sarebbe stato il rivale gollista Nicolas Sarkozy, si è presentata sorridente alla tribuna predisposta per l’evento: «Qualche cosa è nato e non si fermerà più», ha detto davanti ai militanti in adorazione. «Ci ho messo tutte le mie forze e continuerò con voi, accanto a voi». Che tradotto in lingua corrente significa che Ségo non ha intenzione di sottomettersi ad alcuna disciplina di partito.
Solo il pensiero delle elezioni legislative dietro l’angolo, a giugno, ha suggerito a tutti di darsi una calmata per evitare di esasperare ulteriormente gli elettori moderati, i cui voti per i socialisti sono molto preziosi. Ma prima o poi un chiarimento all’interno della gauche sarà necessario in ogni caso, perché, ha fatto notare il socialista Pierre Moscovici, vicepresidente del Parlamento europeo, «se ogni volta che perdiamo continuiamo come se niente fosse, prima o poi il partito ne morirà. Dobbiamo trasformarci perchè i francesi possano di nuovo riconoscersi completamente in noi».
Vincere non si poteva
Che per i socialisti sia tempo di un vero rinnovamento lo ha affermato con forza anche Laurent Joffrin, direttore di Libération, che ha scritto: «L’immobilità dottrinale del Partito socialista, prodotta dalle divisioni dovute alle ambizioni personali, ha reso difficile la campagna elettorale ancora prima che cominciasse». È duro l’editoriale di Joffrin, che stigmatizza «il rifiuto di trarre una lezione chiara dal disastro del 21 aprile 2002», quando il candidato socialista Lionel Jospin non riuscì neppure a superare il primo turno delle presidenziali mentre il suo partito si gongolava «nell’illusione che il semplice gioco dell’alternanza sarebbe stato sufficiente ad assicurare la vittoria». E non sono pochi i difetti su cui Joffrin invita i socialisti e tutta la sinistra a riflettere: «Insensibilità alla posta in gioco in una Francia trasformata dalla sua propria crisi e dalla globalizzazione, negligenza nei confronti del centro, assenza di riflessione sulle nuove politiche sociali ed economiche necessarie in questo inizio di secolo, apertura insufficiente alle innovazioni del movimento altermondialista dal quale bisognava prendere il meglio, suicidio per implosione della sinistra radicale. La sinistra deve oggi organizzare la sua rifondazione. Libération, per quanto la riguarda, comincerà questo lavoro da oggi».
E di necessità di rinnovamento parla pure Jacques Juillard, che sul Nouvel Observateur, un magazine che ha sostenuto la candidata socialista, ha scritto: «Guardiamo le cose in faccia. Dall’inizio della campagna elettorale Ségolène Royal, per guadagnare un minimo di credibilità, ha dovuto aggirare con maestria le posizioni del suo partito, a volte contraddicendole, più spesso edulcorandole. Sulla sicurezza, le 35 ore, i salari, il lavoro come valore, la frattura tra la principessa del popolo e i cardinali rosa è stata evidente». E «l’incertezza» che caratterizzava il programma di Ségolène, secondo Juillard, «era l’effetto delle contraddizioni tra il programma del suo partito e le aspirazioni dei suoi elettori. Dal 2005 le grandi intelligenze del Partito socialista non hanno smesso di sviluppare analisi stupide». Stupide come è stato stupido interpretare la vittoria dei “no” al referendum sulla Costituzione europea (maggio 2005) «come una spinta in avanti dell’estrema sinistra, quando non era che una ventata di protezionismo e di nazionalismo». Ne ha per tutti Juillard: «Si vide Fabius correre dietro a José Bové, Dominique Strauss-Kahn dietro a Fabius e François Hollande dietro a Dominique Strauss-Kahn, in una corsa alla radicalità che comprendeva la generalizzazione delle 35 ore, l’aumento delle imposte, la rinazionalizzazione provvisoria delle grandi aziende, la regolarizzazione di tutti gli immigrati clandestini».
Che la gauche sia invecchiata, dunque, non si discute. Rimane solo da capire quale dovrebbe essere il contenuto della “rifondazione” della sinistra auspicata da Joffrin e Juillard, e se questa richieda un cambiamento anche nelle alleanze.
Bayrou o gli spaccavetrine?
Il politologo Dominique Reynié si chiede, visto che non è affatto escluso, se per i socialisti abbia davvero un senso «allearsi con chi getta pietre contro le forze dell’ordine, spacca le vetrine o brucia le auto perché non è d’accordo con il risultato del voto» o se invece non sia meglio «allearsi con i centristi di François Bayrou per cercare di creare una coalizione progressista». Il problema, continua Reynié, è che «oggi, nel Partito socialista, c’è chi spiega che l’elezione presidenziale è stata persa perché la campagna non è stata abbastanza a sinistra. Ma se si guarda chi c’è a sinistra, visto che il Partito comunista è praticamente scomparso (la sua candidata ha ottenuto meno del 2 per cento, ndr), rimane solo la Lega comunista rivoluzionaria, che con il suo candidato ha ottenuto circa il 4 per cento». Ma forse la provocazione più efficace resta quella di Zaki Laïdi, ricercatore del Centro di studi e ricerche internazionali di Parigi, che su Libération ha suggerito alla sinistra di provare a imparare qualcosa da Sarkozy, seguendo in questo il New Labour di Tony Blair che «per ricostruirsi ha meticolosamente osservato le cose positive e negative del thatcherismo. La nuova sinistra farebbe bene a fare la stessa cosa con il sarkozysmo».
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