Eroe per scelta
La lunga, il nuovo romanzo di Roberto Perrone, giornalista sportivo del Corriere della Sera, sarebbe piaciuto assai a Frank Capra, genio della macchina da presa e della grande commedia americana, fatta di persone normali e di storie minime, dove nella vita c’è sempre una chance da cogliere, una sorta di redenzione, che magari arriva a scalfire pure la durezza del cattivo. Curioso e gergale il titolo del libro, che rinvia al turno di notte in redazione, al doveroso tirar tardi nell’eventualità che avvenga qualcosa di grosso e che costringa il giornalista, appunto di lunga, a rimettere mano alle pagine.
Quella volta toccava a Giacinto Mortola fare le ore piccole nel classico e polveroso stanzone. Un anziano giornalista sportivo, a due anni dalla pensione, che non aveva fatto carriera. Che, per non azzardare mai, era stato sempre al suo posto, a un lavoro anonimo di scrivania. Solo molti anni prima gli era successo di uscire per un servizio, inviato al Comunale per un Torino-Sampdoria di campionato, perché gran parte della redazione stava a letto con l’influenza. Scrisse della partita vinta dal Toro grazie a due gol di un tale Simone Perasso, spedito in panchina per l’epidemia influenzale (toh, la coincidenza.) che aveva annichilito quasi mezza squadra e buttato nella mischia per disperazione con la maglia numero 13 per tentare la rimonta. Un attaccante che neppure il più irriducibile tifoso della Maratona sapeva chi diavolo fosse. Invece, siccome il calcio sa talvolta regalare vicende così, gli riuscì addirittura di fare doppietta e di guadagnarsi titoli con annessa bella intervista. Perasso come giocatore non si confermò. Giocò la miseria di due partite in A con la maglia granata, poi apparizioni a singhiozzo in serie inferiori prima di essere definitivamente dimenticato. «Non da Mortola che gli divenne amico per via dell’intervista seguita all’impresa con la Samp. Quella è rimasta l’unica sua amicizia nel mondo del calcio, anche se di persona lo incontrò solo due volte», dice a Tempi Roberto Perrone, al suo secondo romanzo “per grandi” dopo Zamora.
Perasso lo descrive come lungo e secco, quasi un Peter Crouch d’annata. «Almeno per gli inizi il paragone ci può stare. Ricordo che i tifosi del Liverpool ce l’avevano su con Benitez che insisteva sul giocatore nonostante non vedesse la porta. Poi, a differenza di Perasso, Crouch è diventato un idolo dei “Reds”».
Ma torniamo a quella notte al giornale. Nebbia fittissima, anche in centro a Milano. Il caporedattore centrale informa Mortola di un grave incidente stradale tra Parma e Reggio Emilia, tra le vittime c’è un ex giocatore. Almeno venti morti, maledetta nebbia. «È Simone Perasso quell’ex. Mortola tranquillizza il caporedattore che quell’attaccante è stato nulla o quasi in campo. Per lui è diverso, però. Gli era amico. Così, guardando una fotografia che li ritrae insieme, capisce che nella sua vita ha scelto sempre di non scegliere, di farsi portare dagli eventi. Stavolta decide diversamente. Non di fare qualcosa, ma di essere qualcuno di fronte a un fatto. Compie allora un gesto rivoluzionario che nessuno, tantomeno quel Fernando Angrisani che è il capo delle pagine sportive, arrivista e feroce nell’attacco metodico al mite Giacinto, poteva anche solo lontanamente prevedere».
Un Forrest Gump un po’ Rambo
Già, l’Angrisani che lo riteneva un Forrest Gump baciato dalla fortuna, una nullità che bisognava trovare il pretesto per cacciare via. Che va su tutte le furie quando scopre che Mortola, l’inetto, gli ha buttato nel cestino la sua pagina con un pezzo sulla Lega calcio e due commenti, oltre al suo, quello di un vecchio trombone che però era stato direttore di tutti e tre i quotidiani sportivi e quindi con i santi in paradiso. Per questo lo chiamavano la 3-3, come la celebre pista di Madonna di Campiglio.
Mai “ribattuta” fu più incauta e ardita. Diciamo pure coraggiosa. Per fare posto a quel Simone Perasso. Una pagina tutta per lui, l’amico che non c’era più. Che Mortola scelse di ricordare. «Giacinto è un eroe non per caso ma per scelta. Il bello è che l’incredibile e l’imprevedibile accade e lo scuote durante il turno che più rompe le scatole. Da una circostanza negativa si compie un gesto di grande amicizia. “Ribattere” la pagina diventa così un beau geste che fa bene prima di tutto a Mortola. In quell’incrocio del destino succede finalmente qualcosa di davvero avventuroso. Imprevedibile. Che cambia». E che segnerà inesorabilmente il seguito della storia fino al magnifico colpo di teatro.
La Lunga è uno scritto bello e avvincente che chiama a una lettura in apnea. Pieno di cose, anche di dettagli fulminanti che dicono di un’epoca – come quell’orologio Totip appeso alla parete -, di corse in avanti e a ritroso, di ritratti al femminile che funzionano. La Rita, moglie di Giacinto, che prese lei l’iniziativa in un bar di piazza Fontana, luogo che il protagonista, che veniva dalla provincia, aveva voluto visitare avendo ben in mente la ferita della strage alla Banca dell’agricoltura; Caterina, la telefonista conosciuta allo stadio, che poteva succedere una storia; la Carmen Villani, sì proprio la cantante di Sanremo e Canzonissima, che nei Settanta fece sognare per qualche scena osé in film scollacciati, tipo La Supplente. «Cosa posso farci. Dicono che mi vengono bene i ritratti femminili. Certo che mi piace molto parlare di donne perché mi piacciono molto le donne. Nel mio prossimo romanzo, che dovrebbe essere una storia d’amore, è prevista una parte tutta in soggettiva femminile. Una piccola sfida, vediamo un po’ che succede», confessa la penna del Corriere.
Genoano dall’età di dieci anni, «prima tenevo per l’Inter, poi ho avuto come una folgorazione: io, di Rapallo, devo tenere per una squadra di qui. Ho scelto il Genoa che naturalmente non ha mai più vinto nulla. Comunque non sono pentito. Una certa vicinanza con il nerazzurro è rimasta, infatti per me il Genoa è l’Inter dei poveri». Quest’anno ha seguito per il Corriere la Juve in B. «È stata un’esperienza interessante e rilassante. La Juve avrebbe fatto notizia se fosse andata male. Invece, tranne qualche passaggio a vuoto, sta dominando il campionato. Quando tornerà in A andrà seguita con molta più attenzione. Ecco, quest’anno è stata una mezza vacanza. Che mi ha permesso di vedere posti che mai avrei pensato di frequentare come Crotone. O mostre come quella di Mantegna a Palazzo Te a Mantova». Con passaggi obbligati per trattorie, altra passione dell’ottimo Perrone. Allora non è casuale che l’amicizia tra Mortola e Perasso cresca a tavola. «La parte tossica di Giacinto Mortola è tutta mia. L’evoluzione inesorabile della pancetta è ormai il leit motiv della mia triste e sfasciata vita. Però c’è anche la parte positiva. Secondo me una grande amicizia non può che essere onnivora, nel senso che un’amicizia che lascia il segno avviene intorno ad una tavola imbandita, a un convivio. Lì la compagnia si esalta, dà il meglio di sé».
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