Chi vota sa di non eleggere santi né eroi, ma ha diritto di chiedere soluzioni ai problemi

Di Cominelli Giovanni
31 Maggio 2007

Continuano ad allargarsi i cerchi nella palude della politica italiana, provocati dal sasso di Montezemolo. I due poli si sono armati a difesa di quel che passa il loro convento. La sinistra radicale attacca il capitalista, quella riformista gli fa notare la trave che ha nell’occhio, il qualunquista Berlusconi accusa la Confindustria di populismo. Altri gli imputano un’incoerenza adamantina. Se qualcuno aveva ancora dubbi sul carattere castale della politica italiana, la vicenda Montezemolo ha funzionato da cartina di tornasole. Casta vuol dire, in primo luogo, rifiuto a priori di ogni critica. La critica rivolta ai politici diviene, nell’interpretazione degli stessi, antipolitica. Eppure, se resta una qualche speranza di cambiare questo paese, essa si fonda appunto sulla differenza tra i politici e la politica e tra la politica buona e la politica cattiva. Sicché è lecito e possibile criticare i politici in nome della politica, quella buona. Poiché è evidente che i politici oggi fanno una politica cattiva. Mai pensato che la politica fosse il giardino delle rose. Ineguagliata resta la definizione che anni fa ne diede Formica, esponente cinico e intelligente del Psi craxiano: «La politica è sangue e merda». Parlava della politica dei politici, italiani ma non solo. In che cosa consiste la “cattiveria” della politica? Nella sua impotenza, nella sua inefficienza e inefficacia.
Chi vota sa di non eleggere stinchi di santi o eroi dediti al bene comune fino al sacrificio di sè. Ma si attende che risolvano i problemi. Il paese invecchia, la globalizzazione lo sconvolge, il sistema educativo sta andando al collasso, ai giovani è riservato un destino oscuro, le città si preparano all’ondata della terza generazione di immigrati giovani e arrabbiati. E la politica? Si presenta come attività socialmente inutile e dannosa. L’inutilità della politica: questo è il problema. Nel corso del dopoguerra la politica è sempre stata un costo. Ma la sua utilità era percepita. Ora il re è nudo e fa danni. Perché sperpera danaro pubblico, perché inchioda il paese nel suo intreccio di corporazioni e di poteri non trasparenti. La denuncia, si sa, non basta. È solo un punto di partenza. Ma non vi si può certo contrapporre il “grande progetto”, il “grande programma”, la “visione complessiva”: sono gli alibi alla Prodi o alla Berlusconi. Il punto di partenza è il risveglio delle persone, è l’assunzione di responsabilità individuale di fronte al paese. Questa è la politica buona.

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