Serve una legge elettorale americana. Sì al referendum
Nei giorni scorsi, Mario Monti, presidente della Bocconi ed editorialista del Corriere della Sera, ha contrapposto la tecnica della sopravvivenza di tanti politici nostrani alla Politica con la P maiuscola, cioè alla capacità di compiere scelte coraggiose nell’interesse del paese, delle future generazioni e non solo della propria sedia. Bene, ma questa incapacità, di cui siamo vittime non da oggi, non è il frutto della classe politica italiana e neppure dei singoli uomini che ne fanno parte. Ciascuno fa la sua parte e chi si ritrova in Parlamento vuole restarci. Non si può chiedere a nessuno di fare harakiri. La responsabilità di questa situazione è nel sistema di selezione, nella legge elettorale che incita la formazione di piccoli partiti che si ritrovano con la capacità di imporre veti su tutto in nome specifici interessi corporativi. Lo stesso fenomeno avviene in altri paesi con sistemi elettorali simili al nostro. Certo, sarebbe interesse del Partito democratico e del futuro partito della Casa delle Libertà avere una legge in virtù della quale, come avviene a Washington e in modo diverso a Parigi, chi vince governa e chi perde va a casa, e grazie alla quale si finisca per scegliere tra due opzioni anziché tra le attuali quindici. L’introduzione, poi, di un limite al numero dei mandati (negli Stati Uniti non si può essere eletti presidente più di due volte consecutive) eliminerebbe definitivamente ogni speranza di sopravvivenza eterna. Personalmente, però, non ripongo grande speranza nella possibilità che una simile riforma avvenga per via parlamentare, perciò firmerò per il referendum.
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