La vita dopo Maometto

Di Colombo Valentina
07 Giugno 2007
Per gli estremisti hanno commesso un peccato imperdonabile, ma loro non cedono alle minacce: «Non è la vostra la religione che abbiamo amato»

Tutto è nato da un appello ai liberali arabi e musulmani lanciato per mia iniziativa su Middeal Est Transparent (www.metransparent.com), un sito che dà voce al mondo arabo. Un appello volto a risvegliare le menti libere affinché si mobilitino e si organizzino contro l’estremismo islamico e in modo particolare contro l’islam politico. Le risposte sono arrivate in fretta, in molti casi inaspettate e sorprendenti.
Sarfraz Ahmed scrive dall’India, un paese in cui la “minoranza” musulmana conta circa 174 milioni di persone, ovvero il 16,4 per cento della popolazione. È entusiasta e allo stesso tempo preoccupato: «Io mi reputo un liberale, ma lavoro dodici ore al giorno e non ho tempo per scrivere». Ma le menti libere, anche se non scrivono libri, sono ugualmente importanti, così a poco a poco Sarfraz comincia a raccontare di sé. «Sono nato e cresciuto in una famiglia musulmana, ma da molti anni non sono più un credente. Molti fatti mi hanno portato a questa decisione, primo fra tutti il modo in cui vengono trattati nell’islam i seguaci delle altre religioni. Non sopportavo il modo in cui cristiani ed ebrei venivano derisi nel peggior modo possibile nel Corano, né le innumerevoli esortazioni a ucciderli e perseguitarli in ogni modo. La brutalità e la barbarie, tuttavia, non erano limitate ai non musulmani, ma anche ai musulmani. Mi dispiace ma non posso scendere a patti con una religione che diffonde l’odio per l’umanità, l’omicidio, la violenza sessuale, la pedofilia, l’incesto».
In un’altra lettera racconta lo strappo definitivo con la religione di Maometto: «Ero uno dei classici musulmani ortodossi e radicali, ma all’improvviso qualcosa iniziò a non tornare più. Ho iniziato a riflettere, a pormi delle domande e alla fine ho trovato qualcosa che non potevo sopportare. Una religione che doveva essere una religione di pace per definizione si era trasformata nell’esatto contrario. Oggi come oggi sono orgoglioso di essere un apostata».
Le parole di Sarfraz aprono il doloroso capitolo dell’apostasia, una pratica punita dagli integralisti islamici con la morte e, nel migliore dei casi, con la morte sociale. Oggi alcuni ex seguaci di Maometto iniziano ad organizzarsi come è accaduto qualche mese fa in Germania, dove si è costituito il Consiglio centrale degli ex musulmani in Germania (www.ex-muslime.de) che raccoglie una quarantina di apostati. Alla radice di questo movimento si trovano l’estremismo islamico diffuso in molte moschee e il terrorismo portato avanti in nome dell’islam. Nota ancora Sarfraz: «In India la maggioranza dei musulmani appartiene o al wahhabismo o ai movimenti tablighi. Questi gruppi preferiscono vivere nella preistoria piuttosto che nel mondo moderno». Sono molti i musulmani che non si riconoscono in questo islam radicale (giunto purtroppo anche in Italia), un islam che non gli appartiene più, non è più la religione in cui sono nati. «La nostra lotta – scrive Sarfraz – è contro l’estremismo islamico, non contro i musulmani. Non potrò mai perdonare la persecuzione di alcun gruppo di persone. Odio la violenza con tutto me stesso. Detto questo vorrei vedere annientato l’islam militante, ma non l’islam. Il motivo per cui ho pronunciato dure parole sull’islam in precedenza è che l’islam, nel suo stato attuale, nuoce alla pace e alla stabilità nel mondo e all’umanità in generale. Per questo oggi mi rifiuto di associare il mio nome a quello dell’islam».

Il deserto intorno
Non è casuale che molti apostati, come dimostra il sito apostatesofislam.com, si “convertano” non tanto alle altre religioni monoteistiche, ma piuttosto all’ateismo o al laicismo. Come confermano ancora le parole di Sarfraz: «Non sono un ateo, piuttosto un laico. Credo in Dio, ma la religione non mi interessa più di tanto: credo nell’umanità. L’unica cosa in cui non posso credere più è l’islam, a meno che non vengano attuate riforme accettate dalla totalità dei musulmani». Il problema principale degli apostati è però l’isolamento sia all’interno sia all’esterno dell’islam. Anche Ibn Warraq, uno degli apostati più celebri, lo conferma: «Dobbiamo sottolineare che coloro che dicono che gli ex-musulmani non possono criticare l’islam commettono una “fallacia genetica”. Costoro non guardano alle argomentazioni, ma alla persona che argomenta. Due più due fa quattro, quindi che lo dica un indù, un cristiano o un buddista il contenuto non cambia». Sarfraz e Ibn Warraq hanno ragione.
Gli apostati non solo sono condannati e perseguitati dall’estremismo islamico, cancellati dalle proprie famiglie, ma anche da alcuni pensatori ritenuti liberali. Io stessa ne ho avuto la riprova di recente. Nello scorso mese di marzo si è tenuto in Florida il Secular Islam Summit, al quale sono stati invitati i principali esponenti del movimento liberale arabo e musulmano, dai laici agli apostati passando per i credenti. Immediatamente si sono levate le voci non solo delle associazioni islamiche, ma anche di alcuni liberali, che hanno sottolineato e denunciato la presenza di apostati, quali Ibn Warraq, di una convertita al cristianesimo come Nonie Darwish e di un’atea come Wafa Sultan.
Purtroppo l’apostata dall’islam si ritrova a essere un personaggio scomodo da ogni punto di vista. Tuttavia bisogna comprendere e sostenere, e molti intellettuali lo hanno fatto, che la libertà consiste anche e soprattutto nella libertà di credo e che gli apostati hanno tutto il diritto di parlare di islam e di criticarlo, come ogni altra persona. È ancora Sarfraz a “osare” parlare con coraggio e sincerità, elencando una serie di riforme che la comunità islamica dovrebbe attuare. Dalla cessazione dell’odio nei confronti dell’Occidente, al riconoscimento del fatto che Israele appartiene agli ebrei, agli sforzi per l’emancipazione delle donne, l’abolizione della poligamia, fino, ovviamente, alla depenalizzazione dell’apostasia. Le proposte di Sarfraz sono tanto logiche quanto pericolose per chiunque osi pronunciarle. Eppure lui non ha paura, tant’è che quando gli ho chiesto l’autorizzazione a raccontare la sua storia mi ha risposto: «Voglio che tu vada avanti e scriva l’articolo su di me, voglio che tu usi liberamente il mio nome senza esitazione e senza paura».
Un coraggio quello di Sarfraz, e quello degli altri apostati, che va sostenuto e aiutato soprattutto da noi occidentali, che abbiamo la fortuna di godere di una libertà negata nella maggior parte del mondo musulmano e che vogliamo sconfiggere uno dei mali più pericolosi del nostro tempo: l’estremismo islamico.

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