Padroni di niente

Di Lenzi Massimiliano
07 Giugno 2007

L’uomo come una macchina celibe che si autoalimenta della propria volontà, grazie all’impiego sempre più pervasivo della tecnica che gli consente la manipolazione della vita e della morte. A leggere i Colloqui su un sentiero di campagna del filosofo tedesco Martin Heidegger, inediti per i lettori italiani e oggi pubblicati da una casa editrice genovese, Il Melangolo, c’è da restare interdetti. È un viaggio faustiano alle soglie dell’onnipotenza umana, fatto di parole che, nei giorni dell’eutanasia, della clonazione, della manipolazione genetica, sembrano profezie della postmodernità: annientamento, abbandono, niente.
L’opera, suddivisa in tre colloqui, è stata scritta tra il 1944 e il 1945, mentre il delirio nazista produceva lo sterminio degli ebrei e l’avvento di un nuovo paganesimo non umano (approdi che Heidegger, però, inizialmente coinvolto con il nazionalsocialismo degli anni Trenta, non cita mai). Il primo colloquio, sul tema della volontà e della tecnica, si svolge tra uno scienziato, un erudito (un intellettuale, si direbbe oggi) e un saggio. Il secondo, tra un insegnante e il custode della torre (cioè del sapere), affronta la perdita dello stupore dell’uomo moderno davanti al mondo. L’ultimo si svolge invece in un campo di prigionieri di guerra in Unione Sovietica, dove Heidegger cerca, col pensiero, i suoi due figli, entrambi dispersi. In questo colloquio, infatti, due deportati discutono sulle devastazioni prodotte dalla guerra.
È l’annientamento spirituale dell’uomo, il cardine delle dissertazioni heideggeriane. «Si tratta – scrive il filosofo – della dimenticanza dell’essere propria del pensiero moderno improntato alla volontà, dimenticanza che si manifesta nel dominio della tecnica con un processo di annientamento tale da coinvolgere tutta la terra». Il desiderio di onnipotenza per Heidegger si impernia proprio su questa parola fredda, “tecnica”, che lo scienziato del primo colloquio traduce in modo asettico: «La fisica è tecnica applicata». La definizione sa di laboratorio, tanto da spingere il saggio a recuperare la questione dell’essenza dell’uomo, che non può essere esaurita dalla techné: «Calcolando l’utilità e il danno apportati dalla tecnica – replica – non si è ancora detto niente riguardo alla sua essenza. Forse ci manca ancora l’orizzonte entro il quale la domanda sull’essenza della tecnica può anche solo essere posta. Di sicuro l’annientamento, però, che si produce concerne l’uomo. Perché quando la natura incontra l’oggettivazione compiuta dall’uomo essa s’annuncia di per se stessa», cioè non è più il mezzo (per il bene) ma il fine. E allora «l’annientamento io non lo posso pensare se non come quella distruzione nella quale non rimane nient’altro che il niente o, meglio, in cui rimane soltanto il niente. E ciò che resta è quel niente che ha consumato ogni è, pure se stesso».
Perciò la tecnica finisce con l’uccidere l’uomo, che diventa egli stesso oggetto della sperimentazione. E qui Heidegger fa strame di tutte le sottili distinzioni che ancora oggi si usano per spiegare che lo scientismo eretto a sistema culturale in fondo non è poi tutto così faustiano. «Parlando delle due concezioni – nota il filosofo – apparentemente diverse della scienza che sembrano combattersi, quella cioè della scienza come sapere professionale di carattere tecnico-pratico, e quella della scienza come valore culturale in sé, devo dire che nulla toglie che entrambe procedano sulla medesima via di decadenza dovuta al fraintendimento e depotenziamento (l’annientamento) dello spirito umano». Un annientamento che fa echeggiare nella mente del vecchio professore di Friburgo i versi della Xenia miti di Goethe: «Quaggiù di rattristarmi ho ben ragione/ e, più che in altri tempi, proprio adesso/ perché ognuno vuol essere il padrone/ e nessuno è padrone di se stesso».

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