L’incredbile normalità
Forse per dire quanto si sono degradati i rapporti familiari basterebbe ricordare, come ha fatto il filosofo Mark Steyn, che non molto tempo fa, a Parigi, un giovane teneva il cadavere della madre nell’armadio per goderne la pensione. O leggere il recente libro di Corinne Maier, No Kids, in cui spiega ai connazionali francesi che «per esistere non servono i bambini». O dar retta a qualche sondaggio secondo cui in Italia si divorzia ogni 4 minuti. È quasi un luogo comune che la parola famiglia vada declinata nel XXI secolo al plurale. Le famiglie sono tante, variopinte e assortite. Nel parco Disney americano, per dire, ci si potrà sposare (niente di ufficiale, solo una carnevalata) anche fra Topolino-Topolino e Minnie-Minnie. E per non discriminare nessuno, famiglie sono quelle che si estendono al regno animale: la Honda progetta auto con la conchetta porta-cane anziché con il sedile porta-bimbi. E la Corte di Cassazione italiana ammette una sentenza che impone di trattare i quadrupedi scodinzolanti come figli. Oggi la famiglia tradizionale è roba da ferrivecchi, infelicemente desueta e ormai travolta da più moderni sistemi di intendere la relazione (che razza di famiglia sei se non hai almeno una zia lesbica e un paio di suocere?).
Che un uomo e una donna possano rimanere assieme tutta la vita è roba d’altri tempi, adatta a sagome d’altro stampo. Come il senatore a vita Emilio Colombo che per spiegare la sua ostilità ai Dico dichiarò: «L’innamoramento non è la vita. La vita è fatta di consuetudine, di durata nel tempo e con il tempo arrivano i figli, la maturità; qui non servono i Dico, serve il vincolo, per garantire l’educazione dei bambini e la continuità del rapporto. Mi diranno che sono una persona d’altri tempi. Ma anche in altri tempi ci si innamorava». O come il filosofo conservatore Roger Scruton che fotografò così l’odierna situazione da basso impero: «Le madri che appaiono nei manuali sono single, i padri sono innominabili, lo Stato impone lezioni di educazione sessuale in cui la famiglia è una “opzione” piuttosto che una norma. La promessa è stata trasformata in un contratto fra “adulti consenzienti”. I figli hanno perso il loro posto speciale nel progetto sessuale e sono diventati dei prodotti. Dal comportamento sessuale è stata rimossa l’aria di mistero, e ridotto a una funzione corporea, il desiderio è emancipato dalla moralità e posto nel supermarket del piacere. È diventato impossibile distinguere fra desiderio omosessuale ed eterosessuale».
I numeri confermano il pessimismo apocalittico di Scruton. In Italia nel 2005 sono stati celebrati poco più di 250 mila matrimoni, un dato in continua diminuzione dal 1972. Attualmente, gli sposi alle prime nozze hanno un’età media che è intorno a 32 anni e le spose quasi a 30, quattro anni in più dell’età che avevano in media i loro genitori al primo matrimonio. E se si guarda alle nascite in Italia i numeri sono ancora più miseri. Il nostro è il paese occidentale, assieme alla Spagna e alla Grecia, con il più basso numero medio di figli per donna: 1,2. Per rendere l’idea: l’Africa conta 5,8 figli per donna mentre paesi più ricchi in Europa o nell’America settentrionale hanno in media fra 1,6 e 1,9 figli per donna. L’Italia è il fanalino di coda dell’Europa e l’Europa è il vagone finale del treno. Nel 2050 nell’Unione dei 25 saremo 11 milioni in meno. Meno uomini, meno soldati: il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, dopo anni in cui l’Iran ha predicato il contenimento delle nascite, ha invitato i connazionali a figliare il più possibile, «Così domineremo l’Occidente».
Tutto sembra congiurare contro la famiglia al singolare, contro la verginità prematrimoniale, contro la fedeltà coniugale. Eppure, di tanto in tanto, anche sulle pagine dei giornali e sulle bocche degli intellettuali d’avanguardia s’esprime come una sorta di malinconia per questo retaggio del passato. Javier Cercas, famoso scrittore spagnolo, ha detto recentemente: «Fino a quarant’anni fa il divorzio era un atto di coraggio e indipendenza che ti trasformava in uno strano animale e, adesso, l’animale strano e coraggioso è l’uomo, o la donna, che resta con la stessa donna o lo stesso uomo finché morte non li separi». E l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace, commentando su Libero la dichiarazione del calciatore del Milan Kakà, che dice di essere rimasto vergine fino al matrimonio, ha scritto di uno «scoop luminoso»: «La vera rivoluzione degli anni Settanta è stata questa: una volta uomini e donne si incontravano, elaboravano reciproci sentimenti e poi c’era il sesso; oggi l’immediato territorio di comunicazione è il sesso, poi, forse, si elaborano i sentimenti. Da qui la confusione, l’incapacità di costruire, la noia».
Non si può viaggiare da soli
Gli americani, come al solito, ci sono arrivati prima a capire che una relazione può essere arruffata e contraddittoria, costellata di errori e miserie, persino di tradimenti, ma che l’uomo è ricerca di rapporto, non di rottura. Un certo filone hollywoodiano, spesso frivolo e arcisentimentale ma sempre popolare (ché quelli impegnati, chissà perché, son tutti relativisti), racconta buontemponi che si divertono a rovinare matrimoni ma poi si sposano (Wedding Crashers), avvocati divorzisti che si innamorano fra loro (Prima ti sposo e poi ti rovino), portentose famiglie di supereroi (Gli incredibili) e, capolavoro nel genere (Little Miss Sunshine), famiglie snervate e assurde che, tra nonni erotomani, zii proustiani, figli nietzschiani e padri falliti sanno di se stessi solo una cosa: non possono affrontare alcun viaggio da soli. Poi, volesse qualcuno immergersi in un po’ di vita vera e non solo di celluloide, si può sempre uscire col pupo in braccio e raggiungere quel milione di persone in piazza San Giovanni.
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