Sedici anni straordinari nonostante tutto

Di Marina Corradi
14 Giugno 2007
Tre bambini, tre gatti, il frigo pieno di yogurt scaduti e l'uomo più imbranato di Milano. Un sacco di dubbi e di fatica per scoprire che, in fondo, ne valeva la pena

Mercoledì scorso erano sedici anni. Mio marito aveva prenotato il ristorante per tutti e cinque. Io però, ansiosa di guardare in tv se Prodi cade, telefono e dico: andiamo domani. Lui si offende, ti importa più del governo che di me. Io ribatto che faccio la giornalista, e poi quando mai abbiamo santificato l’anniversario, che importa rimandare di un giorno? Lui sbatte giù il telefono. A cena poi ci andiamo, entrambi ingrugniti, litigando sulla strada da fare – «Ma dove diavolo vai, non è di qua» e «Fatti i fatti tuoi, so ben io dove andare». Seduti al ristorante, i tre figli però sono allegri – forse perché per una volta il risotto non è liofilizzato. Li osservo con un tacito stupore mentre ridono fra di loro. «Nonostante tutto, non siamo riusciti a rovinarli completamente», dico sorpresa al marito. Già, e nonostante tutto sedici anni dopo siamo ancora qui, insieme, e con questi tre.
Pioveva quel sei di giugno, come oggi. Noi due entrambi più o meno trentenni, entrambi un po’provati dalla modernità. Io tornavo dai viaggi di lavoro e trovavo ad aspettarmi solo un frigo pieno di yogurt scaduti. Libera, libera, era stato l’imperativo dei miei vent’anni. Già, ma, cominciavo a chiedermi, libera per far cosa? Lui invece abitava ancora coi suoi, e telefonava troppo spesso alla mamma. Quando mi chiese di sposarmi fui sbalordita e contenta. Peccato che il mattino dopo all’alba mi telefonò: scusa, ci ho ripensato. Fu un fidanzamento breve e burrascoso. Quando si trattò di spedire le partecipazioni, e a quel punto ci si giocava la faccia, lui aveva il volto verde pallido, davanti alla buca delle lettere. Sospettando ripensamenti in extremis mandai avanti un’amica, in chiesa, perché mi avvertisse se lo sposo arrivava. Solo allora mi fidai a presentarmi all’altare. Lui era sempre molto pallido.

Scommettiamo che non dura?
I pronostici, fra i miei amici, non erano incoraggianti. Qualcuno aveva addirittura scommesso: non dura. Anche il novello sposo doveva avere dei dubbi, perché in viaggio di nozze a ogni cabina telefonava ai suoi amici a chiedere conforto. Però, di una cosa eravamo certi: volevamo dei figli. La notte che nacque il primo lui era accanto a me in sala parto, evidentemente sconvolto e incapace di intendere e di volere – però c’era, e disse subito: «È bellissimo». Né lui né io sapevamo cos’era un bambino. Il piccolo rivelò presto un carattere difficile: coliche del lattante nel cuore della notte, otiti con urla laceranti. Insieme, le prime volte, correvamo al pronto soccorso, nel panico. Ci scoprimmo più uniti, nell’affrontare le intemperanze del giovane tiranno. Tra noi il clima era spesso burrascoso, ma di quel tipo di quattro chili di peso ci innamorammo insieme. Per farlo mangiare, Mario saliva su una sedia, e si metteva a ballare.
Ma non eravamo né lui né io dei temperamenti solari. Ogni tanto avevo la depressione io, ogni tanto lui. Ci siamo scambiati i medici, e anche le medicine. «Prova questo, è ottimo», ci proponevamo l’un altro, allungandoci l’ultimo ritrovato della scienza. Ci sono stati momenti veramente neri, in cui abbiamo pensato d’essere stati dei folli a sposarci, entrambi così fragili. Tuttavia, ci eravamo sposati in chiesa perché ci credevamo. E poi c’era Pietro. Era così bello averlo, che ne volevamo un altro. Arrivò prima il nostro annus horribilis: lui perse il lavoro e io il bambino che aspettavo. Sembrava si dovesse deragliare. Poi lui ritrovò il lavoro e io scoprii di essere di nuovo incinta. Dallo studio dell’ecografista lo chiamai, esultante: «È lungo due millimetri, e si chiama Bernardo!».
Io però ho continuato a lavorare. Tutto diverso da prima: ora, quando ero all’estero, la sera andavo a guardare i bus per l’aeroporto, sognando di tornare a casa, dai tre. Oddio, non siamo mai stati una famiglia modello. Forse, a ripensarci, tanto arrabbiarsi ha almeno impedito i silenziosi rancori. Col passare del tempo, cresceva la certezza che ormai eravamo, pure nelle quotidiane incazzature, non due persone, ma una famiglia.
Ricordo mesi pesanti, quando aspettavo la terza figlia e non mi reggevo in piedi, con i due ancora piccoli. E lui, lui che non sapeva fare un uovo in padella, e io che mi trascinavo tra computer, pentole e biberon. Non è possibile che tu non sappia fare nulla in casa, urlavo, certa d’avere sposato l’uomo più imbranato di Milano. E pigro. Quando traslocammo, nella bolgia di casse e operai e bambini ronzanti, il marito non c’era più. Lo trovai addormentato, rannicchiato in posizione fetale, su un materasso sul pavimento.

Diversi fin nei minimi particolari
Anche le cose quotidiane ci dividono. Lui comprerebbe anche le mutande in via Montenapoleone, a me piace il mercato. Lui adora correre in macchina, a me, quando guida lui, viene il maldimare. Io amo le vacanze on the road, lui ama il divano come un fratello. Abbiamo finito col trovare un compromesso: io parto coi figli per un viaggio in Spagna, tremila chilometri, quaranta gradi. Lui ci accompagna all’aeroporto e riesce a dire: che peccato che non posso venire.
Due anni fa i figli hanno voluto un gatto. «Odio i gatti, se lo prendete me ne vado di casa», fa il coniuge. Il gatto è arrivato, lui è rimasto. I figli ne hanno voluto un altro, lui ha giurato che chiedeva il divorzio. Poi ne è arrivato un terzo, e l’altra sera
l’ho scoperto che lo accarezzava e gli parlava di nascosto. Sei un tiramolla, gli ho detto freddamente. Ce ne siamo dette, in sedici anni, di ben di peggio. Io me ne vado, vattene, vado dall’avvocato, va bene, vacci, eccetera. Alla fine non ci siamo mai andati. I figli si sono abituati ai temporali, e sanno che poi passano. A Messa, la domenica, da sedici anni andiamo nella stessa chiesa, quella della prima sera che siamo usciti insieme, che era una notte di Natale. Lì c’è un prete dal pessimo carattere, che ci ha sempre preso a pedate nel sedere, però ogni volta ci ha ricordato che avevamo scelto, e promesso, di essere marito e moglie. Ormai comincio a guardare con nostalgia alle foto di noi assieme in montagna, lui col più piccolo sulle spalle, sudati, affranti su qualche mulattiera delle Dolomiti. Sedici anni, è già un bel pezzo di vita. È stata spesso una grande fatica. Ma siamo qui, e i tre sanno che, comunque, ci restiamo.

Un anello con diamante
Penso al mito della libertà dei miei vent’anni, al frigo muto e vuoto la sera, e alle feste, al non dovermi preoccupare di nessuno, come a una vita che è valsa la pena di conoscere – per sceglierne un’altra. Per vivere in un’altra logica da quella dell’attimo fuggente, del finché dura, dell’andare “dove ti porta il cuore”. Per costruire, per continuare nei figli. Nelle foto di quel sei di giugno lui pare sgomento, e io sorrido, con addosso un tailleur bianco comprato appena due giorni prima, perché non ero certa che mi sposasse davvero. Quest’anno mi ha regalato un anello con un piccolo diamante. Però, mi sono detta, dopo sedici anni e tutte quelle che ci siamo dette, ha ancora voglia di regalarmi un diamante. E la cosa mi è sembrata straordinaria. Una grazia. Come questa casa piena di figli e gatti, con un grande frigo pieno zeppo, e gli zaini per terra in cui inciampi, urlando ogni sera che non si può andare avanti così.

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