La forza del pensiero
La resistenza antitotalitaria nell’Est Europa è stata un fenomeno unitario nelle sue radici e si è incarnata in una cultura anti ideologica che ha assunto forme diverse nei diversi paesi. In Cecoslovacchia ha dato un contributo teorico eccezionale, grazie soprattutto al filosofo boemo che è stato il padre del movimento praghese, Jan Patocˇka. Nell’alveo del suo pensiero è maturato – giusto trent’anni fa – quel frutto straordinario che ha preso il nome di Charta 77. Apparsa inaspettatamente in un clima di abbattimento e di repressione che sembrava il meno adatto a produrre qualcosa di vivo, Charta fu invece un felice connubio di responsabilità civile, solidarietà umana e lucidità culturale, esperienza unica di collaborazione tra mentalità differenti in un’Europa che in Occidente non sembrava concepire via di liberazione diversa al di fuori di quella violenta.
Parlare di Charta 77 vuol dire parlare di Patocˇka, perché in lui le ragioni morali e psicologiche dei dissidenti hanno trovato l’analisi più profonda e ragionevole. Nato nel 1907, allievo di Husserl, membro dell’Accademia delle Scienze e autore di opere fondamentali su Aristotele, Hegel, Husserl, Patocˇka è stato così «filosofo nella vita» da pagare sempre di persona per quello che insegnava: nel 1949, quando fu allontanato dall’insegnamento dopo la presa del potere da parte dei comunisti, nel 1971 quando lo allontanarono di nuovo in seguito alle purghe, e ancor di più nel 1977 quando, arrestato come firmatario e portavoce di Charta, morì in seguito a un violento interrogatorio della polizia.
Proprio la sua morte, questa morte, ripropone in tutta la sua drammatica concretezza il tema dell’uomo e del suo rapporto con la verità, che aveva costituito un centro di interesse costante del pensiero di Patocˇka. Il «vivere senza menzogna» che in Unione Sovietica Solˇzenicyn aveva proposto come fonte del cambiamento, nella formulazione di Patocˇka diventa la «vita nella verità». Egli scrive: «Vorrei essere compreso bene: non invitiamo all’ipocrisia, ma invitiamo a non dire e non fare nulla di inopportuno, se non per estorsione; non fare nulla per invidia e per maggiore profitto personale. Un comportamento coraggioso merita un riconoscimento anche da parte dell’avversario e la solidarietà di quelli che sono ugualmente colpiti. È stata la base del successo di Charta fino adesso, insieme con il comportamento contrario di quanti l’hanno combattuta».
Vivere nella verità diventa una possibilità rivoluzionaria perché nella società totalitaria, che cancella ogni problematicità (quella che Patocˇka chiama «la notte») in nome di una falsa positività senza ombre, pianificata, rassicurante e alienante (il «giorno»), misurarsi con la verità significa tornare ad abbracciare la problematicità della vita (la morte, l’ignoto, la possibilità della scelta e del cambiamento), cioè tutta la realtà che spalanca a un «oltre» nel quale risiede il significato autentico dell’esistenza – rimando a un oltre che colpisce particolarmente in un filosofo che si dichiarava agnostico.
La scoperta del significato della vita, che il totalitarismo censura radicalmente, avviene nei momenti critici, dolorosi, di alto rischio, in cui l’uomo rimane nudo davanti all’essenziale. Questa esperienza costituisce una «scossa» per l’uomo, scossa salutare che lo toglie dall’amorfa sospensione del tempo e della storia dell’ideologia; nasce di qui la «solidarietà degli scossi», che genera la «polis parallela»: una rete di rapporti minimale ma libera, non semplice movimento di protesta né rifugio per delusi, ma luogo dove si esprime la coscienza viva e operante di appartenere a una comunità perché si condividono le stesse esperienze profonde.
La solidarietà degli scossi, come dice Roberta Sofi in un bel saggio sul pensiero di Patocˇka uscito su La Nuova Europa (n. 3/2007) «indica la solidarietà di coloro che hanno vissuto e subìto il crollo e sono pertanto in grado di capire la posta in gioco nella vita e nella morte, e dunque sono in grado di comprendere che la storia non consiste nella banale successione dei giorni ma nasce dal conflitto tra la “mera vita”, sopravvivenza accettata e incatenata dal terrore, e la “vita al culmine”, ossia la vita che scorge la finitezza del giorno e delle sue luci».
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