I governatori mancano a Roma

Di Bottarelli Mauro
21 Giugno 2007
È vero, il Nord non ne può più della paralisi prodiana. Ma ancora non è tempo di intese riformiste, dicono Galan e Bresso. Penati però.

Il risultato delle amministrative, fatte salve le giustificazioni acrobatiche di alcuni membri del governo, ha sancito un’unica, grande realtà politica: il solenne schiaffo inferto all’esecutivo di Romano Prodi da parte delle regioni del Nord, un atto che ha reso evidente anche agli occhi dei ciechi per interesse lo scollamento quasi antropologico tra l’area produttiva del paese e la sede della politica istituzionale. Il caso lombardo, con Comuni storicamente “rossi” passati al centrodestra, ha destato l’interesse dei media a livello nazionale ma anche le altre regioni settentrionali hanno offerto sorprese e spunti di riflessione, come ci conferma il presidente del Veneto, Giancarlo Galan. «Anche da noi – dice il governatore a Tempi – si sono registrati cambi di amministrazione clamorosi, soprattutto nelle province di Verona e Venezia. Il caso più evidente è stato quello di Chioggia, città che fin dai tempi della Prima Repubblica era un feudo di centrosinistra. Voglio essere sincero, però. Questo risultato è più frutto del demerito del governo che del merito della Casa delle Libertà. Dobbiamo essere onesti: anche all’interno del centrodestra abbiamo avuto dei problemi con l’Udc e nel complesso ci sono problematiche del territorio che sono lungi dall’essere rappresentate a livello nazionale. Detto questo bisogna dire un enorme grazie a Lombardia e Veneto per quanto successo, poiché offrono ai cittadini l’esempio di come potrebbe essere ben amministrato il paese da una coalizione di centrodestra realmente moderata e riformista».
Per Galan, però, ancora non è giunto il momento di dar vita alla creatura che subito dopo le ultime elezioni molti amministratori e leader politici del Nord (soprattutto di sinistra) hanno iniziato ad auspicare, cioè una specie di coordinamento bipartisan fra riformisti di queste regioni che si ponga come scopo quello di portare il paese al federalismo e trattare direttamente con Roma. «Le faccio tre esempi per cui vedo difficile un’ipotesi simile. Leggendo i giornali la gente, me compreso, ha scoperto che il governo avrebbe sbloccato la Tav. Balle. Una presa in giro, se le cose stanno come ce le hanno raccontate. Come è possibile che un commissario dopo due anni di discussione con i sindaci no-Tav abbia trovato un’ipotesi di percorso alternativo? A che prezzo, poi? L’intransigenza del fronte contrario all’alta velocità è nota, infatti basta sentire i loro pareri per rendersi conto che non si riuscirà mai a formalizzare e presentare questo progetto all’Unione Europea entro luglio. Quindi addio finanziamenti e addio Tav».
Il secondo esempio che per Galan dimostra che una svolta riformista è impossibile riguarda il federalismo fiscale: «Da una quindicina di giorni è terminata la discussione sulla bozza presso la Conferenza delle Regioni che l’ha votata e fatta propria. Che fine ha fatto? Non si sa, sparita. In compenso la scorsa settimana in Commissione affari costituzionali sono stati presentati alcuni disegni di legge che garantirebbero autonomia assoluta alle Regioni a statuto speciale. Ovvero ciò che decide la Valle d’Aosta è legge. Parlano di federalismo ma nei fatti pensano solo a fare i regalini alla Svp per aver salvato il governo al voto in Senato sul caso Visco-Speciale».

«Prima i Cacciari passino ai fatti»
Terzo esempio, gli studi di settore. Tutti quanti strillano, compreso il cosiddetto Partito democratico del Nord. Una cosa che fa imbestialire Galan: «Ma santo cielo, se sono così convinti che non vadano bene facciano l’unica cosa coerente che possano fare: votino contro il governo Prodi, il governo delle tasse, degli studi di settore, del no al federalismo fiscale, delle clientele, del no alla Tav. I vari Cacciari, Zanonato e Bresso votino contro l’esecutivo che a parole osteggiano. Poi faremo il partito del Nord. Prima, però, i fatti».
Lupus in fabula, il presidente della Regione Piemonte, la diessina Mercedes Bresso, non si nasconde dietro un dito quando si tratta di analizzare la recente «chiara sconfitta» subita dallo schieramento a cui appartiene. Anzi, a Tempi ammette che «è fondamentale che il centrosinistra capisca cosa è accaduto per rovesciare la situazione. Innanzitutto va detto che anche il governo di centrodestra aveva perso tutte le elezioni effettuate sotto il proprio mandato: è chiaro che si sconta una forte insoddisfazione verso la politica in generale, e particolarmente quella centrale». Per la Bresso, però, la questione dell’antipolitica non può diventare uno zerbino sotto cui nascondere la paralisi della maggioranza: «È il momento di dare risposte concrete, e bisogna darle in fretta. Da tempo chiedo al governo maggiore autonomia per le Regioni. Per creare rapidità ed efficienza nel prendere e attuare decisioni servono forti dosi di autogoverno e la possibilità di avere a disposizione le nostre risorse. Che non significa avere più soldi, come le Regioni a statuto speciale, ma fare con il governo un “patto d’onestà”: se il gettito fiscale cresce, allora deve scendere la pressione. È giusto avere di più se l’economia va meglio, altrimenti si deve contare su minori risorse».

«Meglio i francesi dei lombardi»
Trattare con Roma bisogna, dunque, ma non per questo, spiega la Bresso, si deve arrivare a raggruppare le forze riformiste in un coordinamento comune delle Regioni del Nord. «Una macroregione settentrionale non avrebbe senso, le nostre Regioni hanno problemi molto diversi. Noi stiamo valutando la possibilità di un percorso istituzionale comune con la Liguria (il 2 luglio le due giunte si riuniranno insieme, ndr) e abbiamo da tempo in corso un’azione comune anche con la Valle d’Aosta e le francesi Rhone-Alpes e Paca, con cui lavoriamo alla macroregione europea Alpi-Mediterraneo. Credo che la soluzione si possa trovare nell’applicazione del federalismo sul modello catalano, andando a trattare con il governo da pari a pari, e nella nascita di un Partito democratico per ogni regione del Nord. Il problema, lo ripeto, è avere una gestione autonoma delle risorse e delle politiche per evitare confusione e rallentamenti burocratici, che bloccano il processo di concertazione locale». Come per Galan, anche per la Bresso assoluta priorità va assegnata all’accordo sul federalismo fiscale, proprio perché «la politica deve tornare a garantire ai cittadini la certezza dei tempi, dare risposte concrete ai problemi sociali, e per fare questo bisogna snellire la macchina burocratica. O lo scollamento della base diventerà un processo irreversibile».
Resta da sciogliere il nodo della Tav, tema sul quale la Bresso di dice «soddisfatta dell’esito del tavolo politico di Palazzo Chigi. Il governo si è assunto la piena responsabilità di presentare entro il 23 luglio un dossier all’Unione Europea per ottenere il finanziamento comunitario e su questo percorso la posizione è condivisa da tutti, amministratori locali compresi».

«Abbiamo tradito i nostri elettori»
Fa niente se qualcuno, come Galan, pensa che l’accordo in realtà non esista (o che, se esiste, chissà quanto ci costerà). Per il governatore del Piemonte «il clima è cambiato, tutti stiamo facendo grandi sforzi per trovare soluzioni condivise, a partire dai sindaci della Valle e del torinese, anche se resta qualche differenza di vedute. Come chiedevo da tempo, si sta iniziando a perseguire lo spostamento modale da gomma a ferro, essenziale per la sicurezza sulle strade, per la conservazione dell’ambiente e per rendere più efficaci gli spostamenti di merci che oggi formano code continue da Torino a Trieste, con nodi insolubili come Milano o Venezia». Insomma, pur pretendendo di più, al governo bisogna dar credito.
Un credito che però ultimamente a sinistra non tutti sono disposti a concedere. «Da quando ho fatto quelle critiche, Romano Prodi non mi saluta più.». Filippo Penati, presidente diessino della Provincia di Milano, la lancia come una battuta, ma il tono della voce, affabile e disponibile come sempre, perfino al telefono tradisce un po’ di tensione. «Il problema è tutto politico», dice a Tempi. «Fino a un anno fa l’elettorato del centrosinistra ci diceva che finalmente avevamo creato un’unità, era un ritornello continuo. Speravano che questo si riverberasse su una seria azione di governo. Le amministrative dimostrano che oggi invece il popolo dell’Unione è rancoroso e amareggiato. Ha preso atto dell’enorme litigiosità interna che paralizza l’operato dell’esecutivo». E c’è poco da stigmatizzare l’astensionismo, «è stato un voto di protesta, altro che andare al mare. Il messaggio è chiaro: ci avete tradito e ora per riconquistare la nostra fiducia dovete trottare». Poi «c’è sicuramente» anche la questione settentrionale. «Tra l’Unione e la società lombarda e milanese c’è una vera e propria incomunicabilità strutturale. E pensare che avevamo cominciato a recuperare: l’anno scorso contro la Moratti, due anni fa il buon risultato di Sarfatti contro un gigante come Formigoni. Tutto gettato alle ortiche. Il fatto è che le coalizioni devono servire per governare, non solo per vincere». Critiche a Roma, quelle di Penati, in cui molti leggono appelli bipartisan. E lui, ovviamente, non fa niente per smentire: «Il federalismo deve basarsi su una forte autonomia e soprattutto deve essere il mezzo per costruire un forte patto riformista per l’elettorato, un’offerta politica autentica e seria».

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