Creativi e testardi come muli
Dice che si è avvicinato al design per un contrasto di tipo culturale. Il fattaccio che doveva in seguito rivelarsi una bellissima opportunità imprenditoriale capita quando lavora per un’azienda impegnata nella produzione di oggetti per la casa, dallo scolapiatti allo stendibiancheria. Una realtà anche grossa, però poco coraggiosa e per niente sensibile alla voce ricerca e sviluppo. Il signor Eugenio Perazza, francamente stufo di quel tran tran, azzarda un suggerimento alla proprietà: perché non dirottare parte degli investimenti destinati al ciclo produttivo a qualcosa di più adrenalinico, come appunto la ricerca?
Chi sta ai piani alti ascolta e lo invita a presentare un progetto. Una bella responsabilità. Che però deve tradursi di un’idea che funzioni. Quasi per caso scopre la meraviglia di una sedia di design. Capisce che quella è la strada. Grazie a un amico viene allora indirizzato a Richard Sapper, tedesco, giovane e talentuoso designer. Gli parla del progetto di avviare la produzione di sedie design oriented. A Sapper la sfida piace. Accetta. A quel punto Perazza torna col suo bel progetto dai superiori, che lo rifiutano. «Incassato il no decido che devo provarci. Mi dimetto e nel luglio del 1976, insieme a un paio di amici, incomincia l’avventura di Magis. Non avevo un soldo, si lavorava in un buco preso in affitto. Ma ormai mi aveva preso la febbre da design».
Beh, a distanza di trent’anni, Magis è un nome che pesa nel settore dei prodotti per la casa. Mai febbre fu più salutare, dunque. La cosa sorprendente è che questa realtà non è venuta fuori in Brianza, lembo di terra che storicamente dà del tu al mobile di design, ma in Veneto dove certo è assai diffusa l’industria del mobile, che deve però le sue fortune ai massicci investimenti sul versante della produzione, ovvero dei volumi. «Quando siamo partiti eravamo una mosca bianca tra i colossi. Oggi qualcosa sta cambiando pure da questi parti». Incontriamo Perazza nella sua sede di Motta di Livenza, piccolo paese che sta in provincia di Treviso ed ugualmente prossimo al confine con quella di Venezia. Ha appena fatto ritorno da Singapore dove, ci informa, ha tenuto una conferenza sul design. E dove per riassumere l’essenza e lo spirito della sua azienda ha richiamato la copertina del nuovo catalogo che riporta l’immagine di un mulo.
«Ho spiegato a quella platea come il mulo, che nasce da un asino e una cavalla, sia un animale umile, un grande lavoratore. Che non fa baccano, non raglia, non nitrisce. E che poi è un campione delle salite in montagna. Ecco, credo che quell’animale, che di norma mai finisce in copertina, esprima bene cos’è Magis».
La bella funzionalità
Questo imprenditore, figlio di un operaio di Porta Marghera, con un diploma in ragioneria ottenuto al Marconi di Portogruaro, può presentare risultati sorprendenti. Alcuni suoi prodotti di design pensati e nati per rendere eccellente servizio all’interno della casa, tengono alto il vessillo dell’italianità nei musei più famosi del mondo, dal Moma di New York al Victoria and Albert museum di Londra. Articoli innovativi, materiali innovativi, nel segno della funzionalità. E segno non a caso. «Quanta fatica, specie nei primi anni. Dubbi sulla riuscita mai, però. Mi confortava soprattutto il fatto che designer di fama internazionale prestassero ascolto allo sconosciuto Eugenio Perazza. Nel frattempo ero rimasto pure solo, chi aveva iniziato con me non se l’era sentita di proseguire. Ma ormai ero così convinto di quello che stavo facendo che non mi avrebbe fermato più nessuno».
I fatti gli hanno dato ragione. Fatti che ad esempio si chiamano X- Line, una sedia disegnata dallo scandinavo Niels Jorgen Haugessen; il portabottiglie in plastica Bottle, lo sgabello da bar siglato curiosamente Bombo e pensato dal ligure Stefano Giovannoni, autentico prodotto cult venduto in migliaia e migliaia di pezzi. E avanti così scansando il peso della monotonia e all’insegna di quel “di più” che è il significato latino della parola Magis. «Oggi un’azienda deve riuscire a marcare una differenza nel mondo nel quale opera, che parta da un preciso investimento su ciò che viene considerato valore intangibile, il cosiddetto capitale intellettuale. Il software, insomma. Che ci permette di non vivere alla giornata, ma di trovare sempre nuove motivazioni e soluzioni», spiega. Come quella di abbandonare l’uso consueto della plastica, che pur in avvio di attività tanto ha rappresentato per Magis. «Risale ad otto anni fa quella decisione. Non volevamo subire la dittatura della plastica e la corsa di molte aziende a fare tutte le stesse cose. Allora, senza azzardi, abbiamo iniziato a ragionare in termini di ricalibratura del concetto di plastica. Giocando sul terreno del forte grado di distinzione. Ed è così che dopo quattro anni di studi, ricerche, sperimentazione e lavori, siamo usciti con la sedia First firmata da Stefano Giovannoni, una sedia che segna il primato nell’air moulding, cioè lo svuotamento del telaio non semplicemente applicato a volumi con ridotta sezione tubolare, bensì a volumi estesi e complessi come l’intero sedile e schienali». Affermando così facendo il primato, sempre e comunque, della cultura delle idee, della sperimentazione, del coraggio. Tuttavia secondo Perazza il design di questi tempi appare perlomeno claudicante, gli manca il guizzo, quel famoso “di più”, appunto Magis, aggettivo comparativo. «Le scuole di design in Italia non funzionano. Bisogna andare a Londra per trovare qualcosa di davvero interessante. Il problema è che il design pare aver smarrito il sacro furore creativo per appiattirsi in esercizio di stile. Noi proviamo a stare da un’altra parte. Le nostre sono soluzioni ancora osè. Che però non ci devono far mai perdere di vista l’elemento della funzionalità del prodotto, della nuova utilità».
L’impressione è che Perazza si diverta ancora tantissimo a far girare per il verso giusto la sua fucina del design, dove «prima i prodotti devono piacere a noi e solo dopo possono eventualmente diventare dei longseller, come ci capita, grazie a Dio, con una certa frequenza. Io sono un giramondo, un imprenditore che ama curiosare, rimanere colpito da qualcosa e da qualcuno. Credo di essere riuscito a contagiare della stessa curiosità chi lavora in azienda, a partire dai miei due figli, Alberto e Barbara, che hanno deciso liberamente di seguire il lavoro di papà». E di respirare una quotidianità dove tutto concorre a scoprire che non sono le idee a venirti incontro, «sei tu che devi andare incontro alle idee, guardando l’invisibile con gli occhi della mente». Sembra il manifesto per un nuovo design.
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