Dall’Iraq al Libano, si inasprisce il «martirio» dei cristiani

Di Eid Camille
28 Giugno 2007

Per l’ennesima volta ci sentiamo in dovere di dedicare questa rubrica ai confratelli cristiani dell’Iraq. Come non farlo quando abbiamo appena accompagnato alla prefettura di una città italiana una famiglia di Baghdad intenta a chiedere asilo politico (o umanitario) al nostro paese? Gli assassini, i rapimenti e altri soprusi si sono, infatti, moltiplicati tanto che il Papa ha ritenuto giusto parlare giovedì scorso di «ora di martirio» per i cristiani iracheni. Il giorno prima l’arcivescovo caldeo di Kirkuk, monsignor Louis Sako, aveva dovuto rinunciare a partecipare a un convegno sui cristiani orientali organizzato a Venezia dalla rivista internazionale Oasis. E ha spiegato in una lettera le sue motivazioni. «La vita dei cristiani in Iraq – ha scritto – diventa sempre più difficile. Il governo attuale non riesce a garantire la salvezza e ad applicare le legge. Non esistono milizie cristiane per difenderci. Quindi, un cristiano è vulnerabile per eccellenza. Data la situazione, i cristiani lasciano il paese per la Giordania, la Siria o il Libano – in attesa di un visto per l’Occidente – o vanno verso il nord del paese». Ma la situazione politica è critica anche in altri paesi vicini. Monsignor Mounir Khairallah, vicario episcopale di Batrun, ci descrive dal Libano lo stato di angoscia che sta vivendo la popolazione, ma anche la speranza che la anima: «Non è perché siamo abituati a vivere con la violenza da oltre trent’anni che riusciamo a sopravvivere – ci dice -, bensì perché siamo abitati da una fede incrollabile e una speranza più forte della paura e della rassegnazione. Noi vogliamo vivere; e se abbiamo dei martiri, consideriamo che sono il lievito di una nuova società che sta nascendo». camilleid@iol.it

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