I risikoni veri
Mentre giornali e politica si affannano a giudicare Stefano Ricucci per le sue imprese da raider tra Unipol-Bnl e Rcs, in Italia si riproduce, su vasta scala e per l’ennesima volta, il tragicomico fenomeno dello stolto che quando si indica la luna si mette a guardare il dito. Se infatti l’immobiliarista di Zagarolo ha sbagliato – e, a differenza di molti, ha pagato con la galera pur non avendo rovinato nessuno se non se stesso, non avendo la Magiste dei soci – non dovrebbe sfuggire come nel trambusto mediatico e giudiziario dello scorso anno sia stato il sistema bancario a beneficiare della debolezza della politica per creare nuovi assetti di potere destinati a incidere pesantemente nelle scelte del paese.
Grandi manovre all’orizzonte? «Non vorrei cadere nella dietrologia – esordisce il professor Giulio Sapelli, docente di Storia economica e di Analisi culturale dei processi organizzativi presso l’Università degli studi di Milano – ma di certo c’è una cosa: in nessuna parte del mondo uno annuncia una scalata prima di farla. Una volta comunicato alla Consob di aver raggiunto il 2 per cento del pacchetto si agisce in silenzio, si rastrella il flottante, si cresce e poi si lancia la scalata. D’altronde la cosa non mi stupisce, se Ernesto Rossi vedesse l’attuale intreccio economico-politico si metterebbe le mani nei capelli». La situazione è così disastrosa? «Dal 1990 in poi, ovvero da quando la legge Amato ha dato il via al riassetto degli enti di credito pubblici, il potere bancario è sempre stato più forte di quello politico. Nel 1992 si pensava che la corruzione arrivasse dalla politica: non era così, arrivava dall’economia. In Italia l’unico reale peso che ancora il mondo politico può far valere è quello di controllo sulle authority, enti che dipendono totalmente da gruppi di potere».
Come valutare, allora, il nuovo assetto di Mediobanca e soprattutto lo scontro tra Intesa-San Paolo e Generali da una parte e Unicredit dall’altra? «Prima di tutto sfaterei una volta per tutte il mito di Mediobanca: accetto il mito di Cuccia ma quello del suo istituto no. Mediobanca è sempre stato un istituto pubblico con un patto di sindacato segreto dove un privato con il 2 per cento contava più dello Stato con il 90. Ha sempre fatto l’interesse di qualche grande famiglia senza pensare allo sviluppo: pensiamo alla Fiat. Possiamo dire che la logica era quella di privatizzare gli utili e scaricare sul pubblico i debiti. Non mi stupisce quindi la piega attuale, semmai è sconcertante la velocità con cui tutto è avvenuto. Alla fine però tutta questa battaglia si riduce al controllo di Generali e penso che si arriverà a un patto di non aggressione tra gentiluomini, con Bazoli e Passera da una parte e Profumo dall’altra».
Politica debole e subalterna
Rincara Maurizio Sacconi, senatore di Forza Italia, ex sottosegretario al Welfare e soprattutto estensore della famosa legge Amato del 1990 sulle banche di diritto pubblico. «Il nostro sistema bancario ha definito il suo assetto nella stagione più debole della politica, oggi come negli anni Novanta quando partirono i primi processi di concentrazione e di separazione dagli enti pubblici. Tangentopoli servì anche a questo. All’epoca io ritenevo necessario, per evitare le distorsioni poi createsi, un piano regolatore che permettesse di razionalizzare il sistema integrando soggetti sovracapitalizzati e sottocapitalizzati. E invece ci siamo ritrovati con un situazione di tipo feudale, quando i fattori occupavano le terre dopo la morte dei principi in guerra. Oggi non solo c’è l’assenza del primato politico sull’economia ma addirittura il potere bancario vanta una primazia su quello politico. Basta vedere l’atteggiamento di certi manager per capire come le responsabilità e gli steccati siano stati travalicati. Quando Bazoli parla di interesse generale invece di preoccuparsi di rispondere agli azionisti lo fa per allontanarsi da criteri strettamente aziendali, per avere mani libere».
Accuse pesanti. «In questo paese – affonda Sacconi – ci troviamo a fronteggiare da un lato un pericoloso intreccio tra banche, industria e un’editoria di carattere spurio e dall’altro una commistione tra banche e impresa basata spesso sul controllo che alcuni istituti hanno acquisito su aziende indebitate con gli stessi. È un vizio capitalistico tutto italiano». E sul nuovo assetto di Mediobanca? «Penso che preservi la positiva tradizione di banca d’affari per eccellenza, spero solo che la complessità del capitale azionario garantisca autonomia e non si traduca con la trasformazione dell’istituto in una banca d’affari unicamente “captive”, ovvero una società di marca».
Per Giancarlo Galli, notista economico di Avvenire e scrittore (in autunno uscirà il suo nuovo libro La palude), «in Italia di Ricucci ne abbiamo avuti a tonnellate. E i banchieri hanno sempre determinato le scelte politiche: Cavour e i Rothschield, Giolitti e i banchieri stranieri che fondarono la Banca Commerciale Italiana, la stessa ascesa del fascismo. Oggi però non c’è più etica, si pensa solo all’arricchimento, alle stock option milionarie. Sa qual è il vero scandalo? Il fatto che solo in Italia un pluri-inquisito sospeso per due volte dalle cariche per mancanza dei requisiti di onorabilità diventi presidente di Mediobanca. Anche questa scelta di Cesare Geronzi è tutta politica, Roma contro Milano. Anzi, l’Italia contro Bazoli e il suo progetto. Roma ha paura di perdere il potere bancario a favore del Nord e quindi è partita con la controffensiva. Bazoli mostrava una sete di potere fiancheggiatore verso Prodi che ha scatenato la controffensiva di altre componenti: anche la sinistra, dopo anni, ha capito che le banche contano e voleva farsi la sua con Bnl. Antonio Fazio, in tal senso, fece di tutto per bloccare l’attivismo di Bazoli e la stessa fusione Unicredit-Capitalia è stata quasi imposta ad Alessandro Profumo come atto di bilanciamento, di contropotere. C’è un mondo romano, di cui Cesare Geronzi è il rappresentante principale, legato a Walter Veltroni che non vuole che la capitale rinunci ad avere un suo ruolo e avvicinandosi la sconfitta di Romano Prodi sta tentando di blindare la situazione inserendo uomini nei gangli vitali. È una fase prettamente politica in cui va però a incardinarsi anche la lotta interna a Mediobanca, che significa il controllo di Generali. Se voleranno gli stracci, molti scheletri usciranno dagli armadi».
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