Si torna a invocare la scuola che boccia, ma prima bisogna (ri)costruirla intorno agli alunni

Di Cominelli Giovanni
05 Luglio 2007

Facilismo o severismo, chi ha ragione nel duro scambio di opinioni tra Berlinguer e Citati/Pirani su Repubblica? Questi ultimi sembrano dire: torniamo a bocciare. Una scuola, un insegnante, una commissione sono seri se bocciano. Intanto si può constatare che il pendolo, dopo anni di “facilismo” (di sinistra), ora torna sul “severismo” bipartisan, senza perciò trovare soluzioni ai fallimenti in aumento dei ragazzi. Propongo un altro punto di partenza e di arrivo. Alla Repubblica spetta la definizione del Curriculum nazionale (o Indicazioni nazionali) delle competenze di cittadinanza, delle competenze vocazionali e degli standard. Alle singole scuole toccano la personalizzazione del percorso e la verifica periodica del medesimo. Lo strumento esiste già: il portfolio formativo e certificativo, che le scuole possono già oggi autonomamente praticare, nonostante l’ibernazione della legge Moratti. Esso ha il compito di dire/costruire con il ragazzo – donde il suo carattere formativo – e la sua famiglia la verità effettuale circa il livello cui è giunto nell’acquisizione delle competenze. E se il ragazzo non ha raggiunto gli standard previsti, ha un senso educativo e didattico fermarlo per un anno o più, idest bocciarlo? Le evidenze empiriche non mostrano questa sensatezza. Ha senso solo se bocciare sia concepito dentro un percorso personalizzato, concordato e fortemente tutorato con il ragazzo e con la famiglia. Ha senso per pochi, per il 2 per cento. Per tutti gli altri no. La bocciatura, in un contesto di personalizzazione assente, si risolve in un fallimento. La serietà della scuola è salva, ma il ragazzo è perduto. Serietà, viceversa, è certificare con prove severe, in base a standard pubblici, il livello raggiunto e mettere il ragazzo (e la sua famiglia) di fronte alla sua libertà, alla sua responsabilità, al suo progetto di vita. La scuola non può sostituirsi alla sua libertà, solo la deve interpellare fortemente. Concretamente: un ragazzo può arrivare alla fine di un anno, di un ciclo o dell’intero percorso senza aver raggiunto gli standard previsti. Non perciò dovrà rimanere prigioniero-bocciato della scuola né uscire con il titolo legale di “maturo”, che è muto e opaco sul valore reale. Uscirà con una certificazione completa e rigorosa di tutto quanto è riuscito a mettere nello zaino con l’aiuto della scuola. La verità su di sé come base della sua libertà di fronte al suo personale destino. Non è la scuola che deve selezionare, è la vita.

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