La dittatura del pensionatismo
Giovedì scorso, mentre il Consiglio dei ministri approvava il Dpef, la discussione sulle pensioni restava il tema del giorno. Tra esecutivo e parti sociali, «dopo gli ultimi pesanti screzi» (così ha definito la battaglia campale il Corriere della Sera), non si parlerà più di “scalone”, cioè dell’innalzamento dell’età pensionabile da 57 a 60 anni (con 35 anni di contributi) previsto dalla riforma Maroni a partire dal 1° gennaio 2008. Di come superare lo scalone, tema stralciato dal tavolo, si tornerà a discutere con la prossima Finanziaria. Quindi dopo l’estate. Buone vacanze a tutti e sciopero generale scongiurato. Intanto però il governo ha inserito altre «importanti decisioni» nel Dpef, si è vantato il premier Romano Prodi. È toccato al ministro del Lavoro Cesare Damiano illustrarle: per le pensioni più basse (2-3 milioni di persone) si stanzieranno 900 milioni di euro già in autunno, il che significa che gli assegni più magri potranno aumentare dai 300 ai 450 euro l’anno (le cifre esatte verranno definite nei prossimi giorni). I soldi per le pensioni basse costituiranno «una quota delle risorse non utilizzate nel corso del 2007», cioè una parte sostanziosa del “tesoretto”. Altri 50 milioni una tantum (pescati non si sa dove) saranno destinati alla creazione di fondi per il credito per i giovani parasubordinati, per il lavoro autonomo e per le donne. In più, che Damiano mantenga le promesse o meno, dal 1° gennaio andranno a regime interventi strutturali per 1,3 miliardi di euro: 700 milioni per gli ammortizzatori sociali, 300 milioni per il riscatto delle lauree e 300 milioni per la contrattazione di secondo livello.
Il Corriere infierì: bye bye riformisti
Insomma, un Dpef con i fiocchi. Tanto che il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquín Almunia, a stretto giro di posta ha così commentato il Documento di programmazione economica e finanziaria del governo Prodi: «Esprimo profonda preoccupazione per il limitato consolidamento dei conti pianificato per il 2008 e gli anni seguenti, che non è in linea con gli orientamenti dell’Eurogruppo». Un bell’applauso a Tommaso Padoa-Schioppa e soci. Ma non è tutto. «Prendo atto della persistente incertezza che riguarda la riforma del sistema pensionistico», ha detto Almunia. Aggiungendo una specie di rimprovero preventivo: «Ogni cambiamento della legislazione per le pensioni dovrà essere, dal punto di vista del bilancio, neutrale nel medio e lungo termine e non dovrà peggiorare la sostenibilità di lungo termine delle finanze pubbliche italiane». Tutt’altro che lusinghiero anche il giudizio espresso dall’economista Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, quotidiano che appare difficile definire pregiudizialmente contrario al centrosinistra. Nel suo editoriale del 29 giugno Giavazzi descrive così il riformismo dell’Italia ulivista: «Prodi ha già deciso di accettare la richiesta dei sindacati: la legge Maroni verrà cancellata e dal prossimo anno si potrà continuare ad andare in pensione prima dei 60 anni. “Non si può mica rischiare uno sciopero generale!” (si osservi: contro una legge già in vigore, non contro una proposta previdenziale thatcheriana). L’altro ieri Walter Veltroni ha citato Vittorio Foa: “La destra è figlia legittima degli interessi egoistici dell’oggi; la sinistra degli interessi di coloro che non sono ancora nati”. Forse la sinistra che sogna Veltroni, certo non quella rappresentata in questo governo». Come dargli torto? In effetti in un paese non diciamo intelligente ma quanto meno normale, come si può preparare un Finanziaria alla cieca, senza conoscere (o fingendo di non conoscere) l’incidenza sulla spesa corrente del costo delle pensioni, visto che si è deciso di congelare la discussione al riguardo?
«Metteranno mano ai coefficienti»
A spiegare a Tempi quanto sia suicida la discussione tra governo e sindacati sullo scalone ci pensa Maurizio Sacconi, senatore di Forza Italia e sottosegretario al Welfare che nel 2004 gestì la famosa riforma Maroni. «In questo paese noi abbiamo bisogno di un sistema previdenziale sostenibile nel medio-lungo periodo, visto che deve confrontarsi con un positivo allungamento della attese di vita (si parla ormai di un mese in più ogni quattro), e il modo più elementare per renderlo tale è avere meno pensionati ma meglio remunerati. La linea opposta, quella sposata da questo esecutivo, porterà invece ad averne molti ma meno remunerati, condizione che rischia di portare i conti all’esplosione. Abbattere lo scalone e quindi ampliare la platea dei pensionati significa dover metter mano ai coefficienti, cioè tagliare le prestazioni». I coefficienti furono introdotti nel 1996 dalla riforma Dini per proporzionare la prestazione pensionistica al numero di anni in cui viene erogata. Si calcolano in base al combinato età di uscita dal lavoro/anni di contributi versati (si partiva dal pensionamento a 57 anni con 35 anni di contributi) e in base alla previsione di allungamento della vita. «Lo scalone da noi introdotto ha eliminato il proliferare delle diverse posizioni pensionistiche, visto che l’uscita dal lavoro diventa strettamente vincolata all’età: prima a 60, poi a 61 e infine a 62 anni».
Rimane però l’esigenza di neutralizzare l’effetto economicamente negativo dell’aumento dell’attesa di vita. «E come pensa di farlo il governo Prodi? Abbattendo lo scalone. Una follia perché per quanto l’esecutivo si affanni nel cercare soluzioni fantasiose prima o poi dovrà usare lo strumento dei coefficienti per tagliare le pensioni di lunga erogazione. Si sa che la sostenibilità del sistema si fonda sul rapporto tra attivi e pensionati, così come in generale la competitività della nostra società: tassi più alti di occupazione e di attività vogliono dire allungamento della vita lavorativa. Occorre quindi allargare la base dei contribuenti per sostenere il welfare, ridurre il numero di pensionati e ridurre il rapporto tra attivi e passivi: questa soluzione rende più competitivo il sistema perché la competitività si fonda sul grado di impiego del capitale umano».
Ma visto che una riforma simile era necessaria e dal 2004 c’è, perché tornare indietro? «Lo chieda al governo visto che lo stesso Raffaele Bonanni si è chiesto quale necessità ci sia “di riaprire il vaso di Pandora”. Sa quante sono le persone interessate dallo scalone? Sono circa 120 mila ma solo la metà può essere legittimamente preoccupata per le conseguenze che esso comporta, visto che gli altri sono autonomi (quindi un giorno dopo la pensione continuano a lavorare) o dipendenti pubblici. In compenso però l’introduzione dello scalone dal 1° gennaio 2008, da sola, ha già determinato un allungamento della vita lavorativa, ha prodotto un effetto deterrente: se nell’ultimo anno abbiamo avuto un buon andamento dell’occupazione, quasi metà dell’incremento è dovuta a over 50. Nel 2006 abbiamo registrato 500 mila persone in più al lavoro, quasi metà over 50: si è disincentivata l’attitudine delle imprese a rottamare precocemente i 50enni per sostituirli con giovani che costano meno. Non mi sembra una battaglia “capitalistica”».
La strada che stiamo lasciando
Agli argomenti di Sacconi, però, i sindacati e parte della sinistra oppongono il fatto che l’Inps, quest’anno, abbia chiuso in attivo di tre miliardi. «Ma l’Inps chiude con un attivo di 3 miliardi perché ha ancora enormi trasferimenti dallo Stato e perché c’è stata congiuntura favorevole del mercato del lavoro. Ma la stabilità non si giudica in un anno, gli americani guardano la stabilità su base di previsione di 75 anni! Parliamo di cifre: eliminare lo scalone significa un aumento della spesa corrente di 65 miliardi di euro in nove anni, questo è un dato della Ragioneria generale dello Stato, non di Forza Italia. Come si possa sperare di mantenere in attivo i conti con un esborso simile senza che il sistema salti è veramente una follia. Le altre soluzioni più pasticciate ma anche più rigorose che sono allo studio dei tecnici del governo, nella migliore delle ipotesi, costeranno al minimo 2,5 miliardi».
Come ricetta alternativa Sacconi propone di «spendere per i soggetti deboli (penso agli over 65 senza un reddito), per recuperare il periodo di laurea per i più giovani. Dobbiamo spendere per sostenere l’accantonamento previdenziale della lavoratrice madre, che abbia perso il lavoro o meno, perché comunque la maternità va sempre premiata. Dobbiamo spendere per mettere a carico dello Stato contributi aggiuntivi per chi ha fatto lavori usuranti, di modo che debba lavorare meno per poter andare in pensione. Dobbiamo spendere per completare il percorso voluto da Silvio Berlusconi in favore degli anziani indigenti, concependo per chi non è più nel mondo del lavoro, un reddito garantito di 800 euro: sono i veri soggetti deboli, gli over 65 senza un reddito e senza famiglie che li proteggano. Dobbiamo spendere per gli ammortizzatori sociali e per rafforzare il sistema del welfare-to-work, che significa investire in formazione e collocamento per chi ha perso il lavoro».
Per Sacconi, insomma, è sì fondamentale investire per un welfare migliore, più moderno, «ma possiamo farlo solo stabilizzando la spesa previdenziale. Lo scalone, infatti, non taglia la spesa, la tiene stabile al 15 per cento sul Pil. Senza lo scalone non ci sono risorse e quel 15 per cento è destinato a crescere fino all’esplosione».
Nell’ultimo Consiglio dei ministri il governo ha deciso le seguenti iniziative: per le pensioni più basse 900 milioni di euro già in autunno, mentre dal 1° gennaio andranno a regime gli interventi strutturali pari a 1,3 miliardi: 700 milioni per gli ammortizzatori sociali, 300 milioni per il riscatto delle lauree e 300 milioni per la contrattazione di secondo livello. Un’altra toppa peggio del buco? «Il governo attuale fa un discorso diverso dal nostro verso gli anziani indigenti: ripeto, noi vogliamo un reddito garantito per ultra 65enni, loro parlano di aumento che valuteremo quando si tradurranno in cifre reale. Il problema è a monte: come possono essere giudicate credibili iniziative che partono dal congelamento dello scalone fino alla Finanziara? Preparare una Finanziaria senza lo scalone è un nonsense, come si fa a fare il Dpef senza sapere cosa si farà su pensioni così pesanti per lo Stato? Cosa mettono a bilancio?».
Le altre inutili regalie in agenda
Per quanto riguarda la contrattazione di secondo livello, per Sacconi, quanto stanziato dal governo «sono noccioline, occorrerebbe infatti sottrarla alla progressività del fisco e giungere a una tassazione secca come per i titoli di Stato per tutte le parti variabili del salario, ovvero le componenti virtuose (straordinari, premi, incentivi) poiché corrispondono realmente ai criteri di flessibilità e produttività aziendale che vanno non solo premiati ma incentivati. Troppo pochi anche i 300 milioni per far crescere dei salari che sostengono la produttività: faranno la solita cosa insufficiente. Questo perché la Cgil non vuole accettare che il contratto nazionale si asciughi a livello di quadro e si parta finalmente con una contrattazione aziendale basata sulla redditività del lavoratore: temono di perdere rappresentatività e potere d’interdizione. Per gli ammortizzatori sociali, poi, penso serva un po’ di più: occorre innanzitutto adottare la formula del patto per l’Italia che consiste nell’aumento e allungamento dell’indennità di disoccupazione cui si deve aggiungere però un secondo pilastro gestito dalle parti sociali con base mutualistica (ovvero autofinanziata) che a regime potrebbe assorbire anche la cassa integrazione». La conclusione di Sacconi è secca: «Non ne azzeccano una».
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