Intercettati e contenti

Di Inversetti Elena, Longo Elisabetta
05 Luglio 2007

«Adesso le riattacco, e non scriva che è perché ho paura che ci intercettino. Le riattacco perché ho esaurito la pazienza: è da un anno che ho ‘sta diavoleria di cellulare in tasca e non faccio altro che ripetere: quando mai l’ho preso! Nient’altro che un fastidiosissimo arnese che continua a squillare e non ti lascia un momento di tregua. Tanto se mi vuoi, mi trovi lo stesso, in un modo o nell’altro». E che gli potevano fare le intercettazioni a uno come Maurizio Mosca, uno che dello sparare bombe sul campionato italiano ha fatto una religione prima ancora che Calciopoli aprisse la pista al panico da intercettato: «Ma quale angoscia da cimice telefonica, l’unico vero tarlo è il telefonino, la mania del cellulare: tutti con ‘sta cornetta alla testa, è una cosa folle, non si riesce più a parlare». Butti il telefonino allora, ma esiste anche il telefono fisso e anche quello è facile che sia messo sotto controllo. «Sì ma, vivaddio, con il lavoro che faccio sono sempre fuori casa e senza cellulare non mi becca nessuno.».
Malediranno anche i telefonini, ma al portatile il mondo dei vip, dei politici e dei giornalisti non sa affatto rinunciare, nemmeno per aggirare l’argomento che si preannuncia caldo per la seconda estate. Nomi noti, pronti a cavarsi fuori dal clima di sospetto e circospezione, instaurato da alcuni zelanti magistrati e direttori di testate giornalistiche, e a giurare che la prossima telefonata schiaffata in prima pagina, con annesso codazzo di interpreti di fantomatici codici criptati, non proverrà dal loro telefonino. Ne è sicuro il giornalista Pietrangelo Buttafuoco che non rinuncia a «parlare liberamente al cellulare per due motivi. Il primo: dovrei essere sommamente presuntuoso per immaginare di essere intercettato. Il secondo: ogni volta che si parla in modo diverso e si cerca di criptare quello che si dice non si fa altro che peggiorare la situazione. È meglio essere chiari. Tanto più adesso che c’è questa storia delle intercettazioni, la tipica storia disgustosa di un’Italia perennemente in attesa di qualcosa che la perfezioni».
Dopo due giorni di attesa, anche l’onorevole Mara Carfagna, parlamentare di Forza Italia, trova il tempo per rispondere al telefono e chiarire che se non l’aveva fatto prima era solo a causa dei suoi numerosi impegni: «Non ho nulla da nascondere, la mia vita è limpida e trasparente. E non ho affatto paura di parlare liberamente. Ma è vero che a volte l’irreprensibilità non basta: spesso le intercettazioni vengono fatte in modo barbaro, estrapolando frasi che, tolte dal contesto originario, assumono significati ambigui». Vietatissimo è anzi impegnarsi per risultare ancora più chiari del solito, modificando i propri codici di espressione «perché – commenta il verde Paolo Cento, sottosegretario all’Economia del governo Prodi – siamo tutti sotto l’occhio del Grande Fratello e perciò è inutile tentare di sfuggirgli. L’unico accorgimento di precauzione è non avere nulla da nascondere, essere assolutamente trasparenti». Tutto qui? «Oddio, c’è da dire che se si cambia il proprio modo di esprimersi, cercando di occultare la verità con sotterfugi linguistici più o meno goffi, si rischia di ottenere l’effetto contrario, perché nel clima di sospetto esagerato in cui viviamo se io dico che le ho inviato una scatola di pesche molto buone che ho raccolto dal mio giardino quello che mi intercetta pensa che invece delle pesche chissà che cosa sto mandando.».

Dalle pesche alle “nostre cosine”
«Io parlo liberamente al telefono, me ne frego delle intercettazioni. Sapendo benissimo che qualcuno sta ad ascoltare. Anche questa telefonata qui». Chiami Carlo Rossella, direttore del Tg5, e ti sembra di raccogliere rivelazioni da film di Hitchcock: «In Italia c’è un sacco di gente che si interessa delle vite degli altri spiando le persone che si occupano di politica, economia, spettacolo e sperando che prima o poi esca qualcosa di sensazionale. Ma io non mi faccio intimidire e parlo di tutto e tutti, perché altrimenti dovrei prendere il telefonino e gettarlo nel fiume, cosa che ho comunque intenzione di fare al più presto». Ma come, un altro che ci risponde al cellulare promettendo che è l’ultima volta che faremo questo numero? «Sì, vorrei fare come nel film Easy Rider: in una delle prime scene Peter Fonda e Dennis Hopper partono alla volta di Los Angeles e per prima cosa buttano l’orologio. Se uno non si libera dalla schiavitù del telefonino sarà costretto a farsi registrare. È un circolo vizioso, lo scotto da pagare». Ma fra tutte queste anime candide ci sarà pur qualcuno che usa codici criptati? «C’è chi chiama con nomi maschili le donne, indicandole come l’ingegnere, il capitano, l’idraulico. Ma, cosa vuole, questi ormai sono giochi scoperti. Piuttosto – e qui il tono di Rossella si fa intrigante – lo sa qual è la cosa peggiore che si può dire al telefono? “Te ne parlo a voce”. Quando lo dicono a me, mi vengono i brividi, perché in questo caso sicuramente c’è un reato in corso e io mi aspetto un avviso di garanzia». Che però non è mai arrivato. «Sì, ma io ho visto gente chiamata per questo. Non è un caso che questa sia la frase maggiormente incriminata anche nelle intercettazioni più celebri come quelle di D’Alema e Fassino. Invece volete sapere cosa mi capita spesso? Tutte le volte che per telefono sto affrontando un argomento un po’ scomodo, guarda caso, si interrompe la comunicazione».
Non mancano quelli che non si sentono minimamente inibiti, nemmeno nello spiatissimo mondo della finanza. Prendete Graziano Tarantini, membro del consiglio di amministrazione di Bpm e presidente di Banca Akros Spa: «Io parlo con tutta la tranquillità del mondo, non sto mica a guardarmi alle spalle. Il telefono è uno strumento fondamentale e non posso perdere tempo a pensare alle intercettazioni oppure a trovare il modo di utilizzarlo meno». In quanto a coraggio, il laboriosissimo pianeta real estate non è da meno: «Io credo di essere stato e di essere tuttora intercettato, ma uso il cellulare esattamente come prima senza essere intimorito», giura Claudio De Albertis, presidente di Assimpredil. «Sono indignato, questo sì: il sistema delle intercettazioni è sbagliato e mi auguro che serva sempre meno ad accusare o condannare qualcuno. Certo che al telefono capita che si parli con un tono molto rilassato perciò se io adesso le dico “ci vediamo stasera così facciamo le nostre cosine”, l’ipotetico intercettatore potrebbe pensare male…». L’importante è sapere quando è il momento giusto per riattaccare.

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