Basta processi con le rotative

Di Tempi
12 Luglio 2007
«Non cadono più le teste, ma si rovinano le reputazioni». Anche l'ex direttore dell'Ansa Magnaschi contro il giornalismo guardone

Pierluigi Magnaschi, vicepresidente esecutivo di Class editori, ha alle spalle una lunga carriera giornalistica che va dalla direzione dell’Ansa a quelle di Milano Finanza, Italia Oggi, Domenica del Corriere nonché alla condirezione del Giorno e alla vicedirezione della Notte.
Magnaschi, che cosa pensa del disegno di legge Mastella sulle intercettazioni?
Bisogna vedere che cosa ne salterà fuori dopo l’iter parlamentare che non si prospetta facile. Vedrà che il ddl dovrà pagare molti pedaggi a potenti interessi contrapposti.
C’è una forte resistenza da parte di quasi tutti i giornalisti a far passare una legge che impedisca la pubblicazione delle intercettazioni. Come mai?
Anch’io sono contro una legge che disciplini questa materia sul versante giornalistico. Il potere politico non deve mettere le mani sui giornali, né interferire sulla nostra attività di cronisti. Dovrebbero invece essere i giornalisti che si autoregolamentano (al servizio di un interesse superiore). Lo hanno già fatto per rispetto ai minori, non vedo perché non si dovrebbe fare così anche per la pubblicazione delle intercettazioni. Se non lo facciamo noi, giustifichiamo i politici ad approvare una legge che, in sostanza, è anche contro di noi.
Impedendo la pubblicazioni delle intercettazioni si priva l’opinione pubblica di conoscere che cosa sta succedendo?
I giornali potrebbero (e dovrebbero) sbizzarrirsi a raccontare anche le intercettazioni quando queste, essendo elementi di prova, finiscono nel dibattimento.
Ma lei che ne pensa dell’andazzo attuale?
Sono contrario. Abbiamo impiegato molti secoli per arrivare al giusto processo (almeno nella forma) e non possiamo tornare indietro alla ferocia giustizialista. Il giusto processo è quello nel corso del quale le prove si formano obbligatoriamente durante il dibattimento, al quale partecipano forze contrapposte (accusa e difesa) che agiscono nel quadro di una procedura pre-codificata e valida per tutti. Ora invece assistiamo ai processi in piazza, come ai tempi delle tricoteuses che facevano la maglia vicino al patibolo ai tempi del Terrore. I processi per via mediatica non sono processi sanguinosi, ma sono ugualmente mostruosi. Non cadono più le teste, ma si annientano delle reputazioni. Questi processi con le rotative sono celebrati senza imbarazzo alcuno sulle colonne dei più grandi giornali, usando coriandoli di prove variamente confezionati, in assenza di ogni contradditorio e di ogni contestualizzazione.
Le intercettazioni sono a maglie larghe, raccolgono di tutto, mettendo assieme colpevoli (o supposti tali) a persone che non c’entrano per nulla.
La regola del giusto processo vale anche per i delinquenti, ci mancherebbe altro. Questo è uno dei pilastri della civiltà giuridica. Ma adesso finiscono nel tritacarne giornalistico anche gli eventuali conoscenti dei delinquenti che, ad esempio, fanno con loro una qualsiasi telefonata.
Lei parlava di contestualizzazione, perché?
Il mio amico Thomas Friedman ha raccontato sul New York Times che si trovava all’aeroporto di Dallas e, per ingannare il tempo, aveva acquistato delle riviste. Avviandosi dalla cassa ha visto arrivare dietro di sé una signora. Al momento di pagare, la donna si è messa a strillare reclamando di essere arrivata prima. Friedman ha replicato mostrando le proprie giuste ragioni. A un certo punto la signora gli ha detto: io so chi è lei, l’ho vista in tv. Ripensandoci, dice Friedman, la prossima volta cederò subito il passo. Nell’epoca di YouTube e dei telefonini che riprendono tutto, se la sequenza fosse mandata in onda mutilata dalla provocazione della signora, si vedrebbe solo un signore altezzoso che attacca una signora indifesa. In tal modo la fama di 40 anni di lavoro andrebbe in fumo. Questa è la decontestualizzazione. Se si toglie una frase dal contesto, si può far condannare chiunque. E le intercettazioni che finiscono sui giornali, un po’ perché non c’è spazio e un po’ per malizia, sono sempre decontestualizzate.

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