Il jihad in franchising
«Ormai al Qaeda è come Blockbuster o Starbucks: punta sul terrorismo in franchising, non vuole dirigere nè avere ruoli centrali; si limita ad essere il riferimento di gruppi assolutamente autonomi che operano in base ai dettami del jihad globale. Per quanto ne sappiamo Bin Laden potrebbe essere già morto ma questo allo stato attuale è irrilevante. Il suo scopo era arrivare al risveglio islamico. E purtroppo ci è riuscito». A parlare così è uno dei principali analisti antiterrorismo di Scotland Yard che Tempi ha incontrato a Londra nella sala operativa della lotta dell’intelligence britannica al fondamentalismo islamico.
I giorni non potevano essere più azzecati: il secondo anniversario dell’eccidio del 7 luglio è stato celebrato con un susseguirsi spaventoso di falliti attentati e continui allarmi negli aeroporti, nella metropolitana, ovunque. Insomma, nulla sembra essere cambiato. A parte al Qaeda e i suoi accoliti su territorio britannico. «Quanto accaduto ci dimostra che ormai il pericolo si annida ovunque. Non fosse bastato il fallito attentato ad Haymarket e quello all’aeroporto di Glasgow, orditi dalla medesima cellula, ora anche la scoperta di questa cupola di medici per il jihad, 45 persone pronte a lanciare l’attacco al cuore dell’America ci dimostra come in effetti il network di Bin Laden sia ormai una galassia di entità autonome che al Qaeda si limita a benedire e legittimare».
Come cambia il pericolo
La connection tra la Gran Bretagna e l’Australia, tornata alla ribalta, non era nuova: già ai tempi del 7 luglio erano emersi contatti con cellule “down under” pronte a colpire sia in patria che a Chicago e Seattle negli Stati Uniti. «Inoltre – prosegue la nostra fonte – noi abbiamo un fronte aperto come quello del Pakistan, dove nella zona di confine con l’Afghanistan del Waziristan si concentrano i campi di addestramento. Annualmente sono 400 mila i giovani britannici musulmani che si recano in Pakistan per ottenere indottrinamento e addestramento: impossibile controllarli tutti al loro ritorno, impossibile vietare questi veri e propri viaggi del terrore. Il Pakistan dice che è un problema inglese e loro non possono fare nulla: forse è vero ma se non fossero consentiti questi campi il commando del 7 luglio non avrebbe saputo confezionare l’esplosivo. Inoltre l’Iraq sta diventando quello che era prima l’Afghanistan, la Bosnia, la Cecenia. I volontari vanno a combattere il jihad ma il loro addestramento spesso e volentieri si tramuta in operatività dopo il ritorno nel paese d’origine». Un vero e proprio salto in avanti, insomma: prima andavano a compiere il loro “dovere” e tornavano a casa, ora trasformano questo periodo di lotta in una militanza permanente. «Ciò che imparano combattendo – chiosa il funzionario – lo utilizzano anche in patria per proseguire il jihad».
Al Qaeda si tiene ben lontana dal controllo diretto di questi gruppi. «Più che altro offre loro un esempio continuo, uno sprone. Alla fine del 2004 sui siti islamici comparve un documento di 1600 pagine intitolato The call for a global islamic resistance scritto da Abu Musab al-Suri, un ingegnere meccanico che combattè al fianco di Bin Laden in Afghanistan e che viene considerato l’ideologo di al Qaeda. Fu lui a parlare in quel documento della necessità per al Qaeda di trasformarsi da organizzazione a ordine, ovvero offrire gli strumenti necessari alla nascita di cellule semi-autonome ovunque nel mondo. Il primo grande successo di questa nuova strategia è stato ottenuto lo scorso settembre quando il numero due di al Qaeda annunciò la nascita dell’al Qaeda del Maghreb Islamico. Nulla di nuovo se non la trasformazione nominale del già noto Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, che con questo atto risorgeva come cellula semi-autonoma sotto l’ombrello di al Qaeda. Anche voi in Italia avete avuto a che fare con il Gruppo Salafita, quindi questo non dovrebbe lasciarvi tranquilli. Tanto più che il Maghreb è la porta di servizio dell’Europa».
Scotland Yard si trova oggi a far fronte a un fenomeno completamente nuovo, in continua evoluzione per non parlare della capcità mimetica dei terroristi all’interno della società. «È chiaro – sottolinea il nostro “spione” – che operare in un paese dove 100 mila persone si sono apertamente dichiarate a favore degli attacchi terroristici rende tutto più complesso. La stessa società britannica, la sua composizione, il Rule of Law sono altrettanti “ostacoli” al nostro lavoro. Per ora possiamo contare su un ampio utilizzo delle intercettazioni telefoniche e della possibilità di prolungare il fermo dei sospetti fino a 28 giorni. Inoltre il fatto che il governo abbia introdotto il reato di incitamento all’odio attraverso internet, ci permette di bloccare siti che sono veri e propri centri di reclutamento. Poi, abbiamo aumentato di molto le forze e gli sforzi. Soprattuto dopo gli errori che portarono al 7 luglio».
Gli errori del passato
Il capo del commando degli attentati a Londra, Mohammed Sidique Khan, in realtà non era una “clean skin” giunta dal nulla. Gli uomini dell’MI5, il servizio segreto interno, lo avevano infatti fotografato un anno prima degli attacchi nel corso di un’indagine per sventare un possibile attentato compiuto con l’utilizzo di fertilizzanti. Quindi il servizio segreto sapeva che Khan frequentava ambienti dell’estremismo islamico ma ne ha perso le tracce, consentendogli di organizzare e portare a termine l’eccidio della metropolitana.
«Da allora l’MI5 si è trasformato, ha nominato un nuovo capo, Jonathan Evans, ha portato alla divisione in due del ministero dell’Interno e alla creazione di un nuovo ufficio per il contrasto al terrorismo. Non voglio difendere dei miei colleghi ma quegli errori erano difficilmente evitabili. All’epoca dei fatti l’MI5 era un’agenzia con soltanto 2 mila agenti destinati al contrasto del terrorismo: meno personale di quanto impiegato nelle hotlines governative per rispondere a domande dei cittadini sull’ottenimento del credito d’imposta e non sto scherzando».
D’altronde è vero che per pedinare un terrorista servivano 50 agenti operativi e all’epoca dell’inchiesta Crevine, quella durante la quale fu perso Khan, l’MI5 aveva messo sotto osservazione 55 sospetti dividendoli in due gruppi: il primo formato da quindici persone ritenute a più alto rischio e un altro con i rimanenti quaranta giudicati di “seconda fascia”. Mohammed Sidique Khan e Shehzad Tanweer erano in quest’ultimo gruppo e solo dopo gli attacchi del 7 luglio e la loro identificazione l’MI5 scoprì che avevano frequentato campi di addestramento militare di al Qaeda in Pakistan. «Un errore dovuto alla mancanza di mezzi e personale: non era umanamente possibile seguire e vagliare la posizione di tutti, bisognava prendere una decisione e dei rischi. Purtroppo questo è costato la vita a 56 persone ma da allora l’MI5 ha raddoppiato il proprio personale operativo e le inchieste in corso per potenziali attentati sono quadruplicate arrivando a 200. L’anno scorso Peter Clarke, il capo dell’antiterrorismo ha sforato di 21 milioni di sterline il budget da 100 milioni a sua disposizione. Sa cosa ha fatto il governo? Nulla, ha coperto il buco. Questa è una guerra e o si sta tutti dalla stessa parte o si perde».
Da una parte sola
Parole pesanti che è difficile anche solo immaginare di sentire in Italia, dove un buco del genere sarebbe sicuramente oggetto di polemiche e interpellanze a non finire. Al di là della Manica, invece, il pericolo incombente impone di capire chi sono gli attentatori. E cade la teoria che vuole che contesti socio-economici degradati siano i detonatori del terrorismo.
«Prendiamo le biografie di tre dei cinque uomini condannati all’ergastolo per il cosiddetto complotto dei fertilizzanti. Uno di loro guidava la squadra di cricket under-18 del Sussex, Anthony Garcia, l’uomo che materialmente comprò il fertilizzante, possedeva un’Audi A4 e Waheed Mahmood era un apprezzato pubblicista. Erano jihadisti, non sottoproletariato asiatico. Ragazzi per nulla esclusi, sfruttati, tagliati fuori dalla società: solo dei fanatici che volevano far saltare in aria il Bluewater Centre nel Kent. Il problema è quindi il contatto tra giovani uomini impressionabili e plagiabili e reclutatori provenienti dall’estero: la giustizia sociale o il tradimento del multiculturalismo non c’entrano nulla».
Per questo la riforma dei servizi segreti è proseguita nel segno dell’efficienza e del lavoro d’intelligence sul campo e via internet. «Posso dire – conclude – che quando il prossimo attacco colpirà il Regno Unito – perché occorre chiedersi “quando” e non “se” – molto probabilmente i nomi dei terroristi si troveranno nei file dell’MI5: sarà una magra consolazione ma la seria riforma messa in atto permetterà di identificare chiunque abbia frequentato un campo d’addestramento in Pakistan o in altri paesi a rischio. Seguirli tutti rimane comunque impossibile, sia a livello di risorse umane sia per i vincoli di libertà e democrazia che un paese occidentale deve preservare: nella Germania Est c’era un agente della Stasi ogni 167 abitanti, in Gran Bretagna oggi un uomo dell’antiterrorismo ogni 20mila». Il nostro “spook” (spione) saluta e imbocca di nuovo il corridoio che porta alle sale operative. Non c’è mai tempo da perdere. Fuori Londra vive la sua giornata come nulla fosse, con la normalità folle di una vita sotto assedio. Aspettando il prossimo attacco o il prossimo successo.
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