Ribollita estiva
Siamo nel 1973, in piena euforia da rock’n’roll e il manager del gruppo rock in cerca di successo si rivolge ai suoi artisti dicendo: «Dovete darci sotto. Non siete più ragazzini. Cosa credete, che a 40 anni Mick Jagger sarà ancora lì sul palco a fare lo scemo?». Fa sorridere questa scena di Almost Famous, pellicola firmata qualche anno fa da Cameron Crowe. Perché oggi, trent’anni dopo, Mick Jagger, fresco sessantenne e nonno in grande forma, è ancora sul palco a “fare lo scemo”.
No, oggi il rock’n’roll non è più musica per teenager in crisi esistenziale drogati di adrenalina sulle note di (I can’t get no) Satisfaction, che più che un titolo è il manifesto di una generazione inquieta. Ormai il rock è parte integrante del sistema e lo dicono chiaramente i prezzi esorbitanti dei biglietti, inaccessibili per un teenager con pochi soldi in tasca e molta passione nel cuore (basta pensare a Bruce Springsteen che un paio di anni fa chiedeva un miliardo delle vecchie lire per una serata). Ma ad essere inesorabilmente cambiato non è solo il target, perché la musica rock sembra aver compiuto il suo percorso: da anni nessuno è più in grado di inventare qualcosa di nuovo. E va bene che è una forma musicale limitata basata su pochi accordi e perciò destinata per sua natura a ripetersi, ma il panorama di “copia e incolla” dalla storia che si vede guardando alle nuove leve ha dell’incredibile. Meglio gli originali un po’ sbiaditi che gli emuli un po’ piatti? Pare di sì, a guardare il programma di concerti di quest’estate italiana. Praticamente una calata di arzilli sessantenni.
Ci sono i già citati Stones, star di un faraonico show che assomiglia più a Disneyland che a quello che dovrebbe essere un concerto rock, cioè qualcosa che, come si diceva un tempo, “fa paura”. C’è l’inossidabile Patti Smith (60 anni compiuti lo scorso 31 dicembre) che girerà l’Italia in lungo e in largo, con un tour lunghissimo, difficilmente realizzabile in America, dove la sacerdotessa del rock suscita ormai ben poco interesse. C’è poi il suo ispiratore dei tempi dei Velvet Underground, Lou Reed, che i 60 anni li ha superati da un pezzo e alla pensione preferisce girare il Bel Paese. Per fortuna non con la solita sfilza di successi dei tempi che furono, ma portando in scena per la prima volta dal vivo per intero il leggendario Berlin, album che racconta di depressioni e suicidi. Il disco è del 1973, è vero, ma non si può mica pretendere tutto.
Se gli Stones, per decenni il simbolo del motto “sex, drugs and rock’n’roll” sono in forma smagliante, lo stesso non si può dire per gli Who, calati in Italia per la prima volta dopo 35 anni lo scorso giugno e protagonisti di una delle serate più imbarazzanti che la storia del rock possa ricordare. Sorvoliamo sul fatto che non si capisce che senso abbia girare ancora con il nome della vecchia band, dato che del gruppo originale sono rimasti in due, ossia il cantante Roger Daltrey e il chitarrista e autore di quasi tutti i brani Pete Townshend (il batterista Keith Moon è scomparso nel 1978 per troppo attaccamento alla bottiglia e il bassista John Entwistle è riuscito nell’ardua impresa di morire per overdose di cocaina a 58 anni suonati). I fortunati che sono riusciti a pagarsi il biglietto per entrare all’Arena di Verona (anche qui prezzi degni di Pavarotti) hanno dovuto beccarsi un Daltrey completamente senza voce dopo le prime cinque canzoni. Certo, la pioggia batteva senza pietà, ma si vede che il fisico non è più lo stesso. Abbandonato il palco, il cantante vi è stato riportato di peso dopo una litigata davanti a 10 mila imbarazzati spettatori per prodursi infine in una performance degna dell’orco di Shrek. E pensare che proprio loro, gli Who, quarant’anni fa cantavano «spero di morire prima di diventare vecchio». E figurarsi se gli auguriamo di morire, però noi in Italia che facciamo i conti con lo scalone lo sappiamo bene: andare in pensione non è mica un peccato. Chiunque riconoscerebbe che quello della rockstar è un lavoro usurante.
Dopo quella degli Who, è in dirittura d’arrivo un’altra reunion di vecchietti di cui nessuno sentiva la mancanza, che faranno capolino all’annuale Telecomcerto di Roma. I Genesis, che senza Peter Gabriel sono sempre stati una bufala, tornano. Di nuovo senza Gabriel e di nuovo con l’inossidabile (e inutile) Phil Collins: concerto gratis, dunque ci sarà la folla delle grandi occasioni. Probabilmente più in delirio per l’ossigeno al portafoglio che per la musica.
Siamo giunti alla frutta? Non ancora. Dopo l’anzianotto circo estivo, infatti, c’è da segnalare l’uscita quasi contemporanea di alcuni dischi tutti al femminile, firmati da signore di mezza età che un tempo urlavano nei microfoni l’impossibilità dei rapporti interpersonali e oggi cantano Gesù e la religione. A modo loro. E hai visto mai che la religione è l’oppio della rockstar. «I don’t know how to love Him» (“non so come amarLo”), canta in modo decisamente toccante quella che è una delle voci più belle del panorama femminile contemporaneo, Sinéad O’Connor, che riprende il classico della colonna sonora di Jesus Christ Superstar nel suo ultimo cd, Theology. «Lontano dalle parole di un predicatore, di un Papa o di un libro scritto da mani umane», prova a ricostruire la figura di Gesù nell’intenso e quasi punk Sermon On Exposition Boulevard anche Rickie Lee Jones (anche lei in Italia quest’estate), negli anni Settanta compagna di vita spericolata di Tom Waits. Sulla stessa via anche Tori Amos, figlia di un pastore protestante americano, che nel nuovo American Doll Posse accusa «la crudele mitologia cristiana di dividere le donne in prostitute e vergini».
In questa estate calda c’è dunque da scegliere tra ribollite e brani che dispensano consigli religiosi. Tutta roba che proveremo a digerire prendendola con spirito sotto l’ombrellone, perché tra sbandamenti di mezz’età e crisi mistiche si sa che tutti devono sbarcare il lunario e la parola pensione non è facile da pronunciare per nessuno. «Spero di morire prima di diventare vecchio», cantava qualcuno quando ancora aveva la voce, e forse era, seppur disperatamente, più onesto allora.
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