Lo spirito per palati fini
Roberto Castagner è un uomo di spirito. Nel senso che di professione si occupa di creare distillati. Per palati fini. E per chi ama perdersi nell’infinita varietà di profumi che solo l’acquavite sa donare con generosità. La sua azienda, che si chiama Roberto Castagner aquaviti, si trova a Visnà di Vazzola, nella provincia trevigiana che cinge la superba Conegliano, calamita irresistibile di un mondo pieno di gusto e da sempre innamorato perso della vite e del suo ventaglio di emozioni.
«La mia avventura professionale è certo anche un atto d’amore verso questi luoghi, verso una storia e una cultura che non dimentica il privilegio di poter raccontare il rapporto quasi ancestrale che lega questa terra alla grappa», dice. Modo schietto e sincero che punta a rilanciare l’appartenenza al territorio. «Dobbiamo essere orgogliosi di quello che siamo. Delle esperienze anche dure e dolorose che abbiamo sopportato, penso al milione di immigrati dal 1850 al 1960. E a quelli che sono tornati a casa portando con sé la consapevolezza che i veneti sono bravi a lavorare. Che non temono il rischio. Che fanno. E spesso fanno bene. Ecco, io mi sento in totale sintonia con questo modo di intendere la vita e il lavoro, di mettere in piedi piccole aziende che però riescono a generare un distretto forte».
Fascino e singolarità del Nord-Est, con imprenditori che si mettono in gioco tutti i giorni. Ottenendo mille soddisfazioni. Il che vuol dire, ad esempio per il signor Castagner, produrre oggi 2 milioni e mezzo di bottiglie l’anno. «Quando nel 1996 ne producevo zero», ride. Quindi la sua è un’opera ancora molto giovane, nata per dare ragione di una passione per i vini che si portava appresso fin da giovane. E per chi vuole cimentarsi sul serio con la materia scatta la voglia di fare scuola e prendere il diploma d’enologo, naturalmente a Conegliano. Poi accade che un incontro venuto fuori così per caso si rivela, come succede non di rado, decisivo. Castagner conosce un componente della famiglia Maschio che possiede in zona una famosa azienda produttrice anche della grappa Piave. Gli dice che stanno cercando giovani freschi di diploma. Castagner conosce poco o nulla del mondo della grappa. Sogna di realizzare spumanti, per lui è quella la massima aspirazione. Pensa a tutte queste cose, alle difficoltà e ai desideri e alla fine accetta la sfida, il rischio. A vent’anni entra così in contatto con un mercato che sembrava proprio aver esaurito la sua spinta propulsiva.
Gli anni del boom della grappa parevano ormai un lontano ricordo. A metà dei Settanta il gusto degli italiani si rivolgeva altrove, al whisky, a quel bicchierino che stava pure divenendo una moda. «Michele, quello della pubblicità, era il nostro nemico. La grappa veniva percepita come un qualcosa di vecchio, ruvido, immobile, fermo all’immagine dell’alpino. Un bere insomma molto forte e molto alcolico. Io entravo alla Maschio, azienda di grappe, con il settore che viveva la sensazione non piacevole di quando hai la pressione bassa». C’era molto da fare. Andava reinventato l’approccio alla grappa. Rivitalizzato, svecchiato. Castagner si è messo a lavorare sulla ricerca della qualità. Buona intuizione, quella. Che ha portato la Maschio a presentare al consumatore prodotti nuovi, assai apprezzati. Alla famiglia non sfugge il talento del Castagner. A ventisette anni viene premiato con il ruolo di dirigente. E dieci anni dopo diventa socio dell’azienda, unico non dei Maschio. Tutto procede al meglio senonché in seno alla famiglia si consuma una frattura insanabile. La famiglia cioè si divide. «Era il 1995 e uno stabilimento, per effetto della divisione, veniva messo in vendita. Io stavo molto bene in azienda, però l’occasione mi sembrava ghiotta. Pensai che non potevo lasciarmela sfuggire, in quel caso me ne sarei pentito amaramente. Così passai dall’altra parte della barricata». Castagner ricorda che la moglie era molto perplessa della decisione. Ma che poi l’ha sostenuto passo passo. Mica facile comunque mollare il posto sicuro e un’ottima carriera per fare l’imprenditore. Giocandosi tutto a meno di quarant’anni. Mettendo insieme, specie in principio, debiti su debiti. Però la storia racconta che ci aveva visto giusto. Ora quando si parla di distillati superiori è impossibile ignorare Roberto Castagner. E non solo in Italia.
E sembra whisky
Questo signore è riuscito a stupire Oltremanica quando tre anni fa con la sua grappa torbata ha battuto in un concorso dieci whisky. Chi assaggiava non aveva capito che fosse grappa. Merito degli sforzi in fatto di innovazione predisposti nel complesso di Visnà di Vazzola per dar vita a prodotti eccellenti. Dove grazie alla modernità delle tecnologie e degli impianti impiegati si riesce a modulare produzioni di stampo artigianale di alta qualità. La filosofia di Castagner si esprime attraverso la selezione di terreni altamente vocati, l’utilizzo del Grappa system che è la prima macchina per la fermentazione controllata delle vinacce, l’affumicatura delle stesse, la distillazione frazionata, il ricorso ad alambicchi innovativi non solo in rame (abbiamo potuto vederli durante la visita al cuore della distilleria), ma anche con componenti quali vetro e oro, costruiti ad hoc per ottenere il meglio. «Tutta la produzione viene condotta con sofisticati sistemi di controllo che consentono di monitorare ogni fase della produzione. Vede, qui nascono le nostre grappe, la nuova generazione di grappe con le quali voglio provocare il consumatore nuovo. C’è un nuovo che avanza certo, ma non intendo disperdere il buono della tradizione, quindi nel mio catalogo conservo prodotti per il pubblico diciamo così più tradizionale. La nuova frontiera però è lavorare per ridurre la gradazione della grappa. In questo modo sono convinto che riusciremo a imporla con decisione anche all’estero. E pure al pubblico femminile che, in ogni caso, già adesso per un buon 30 per cento sceglie la grappa».
Mentre si prosegue il cammino nella distilleria, Castagner ci informa che il Veneto da solo fa il 60 per cento del mercato italiano della grappa. E che si fatica a imporla all’estero, appena il 12 per cento. Cognac e whisky esportano invece per l’80 per cento. Si patisce un certo ritardo, soprattutto per il luogo comune che vedrebbe ancora la grappa meno digeribile del whisky. «In passato questa era vero. Oggi non più. È un problema superato grazie alla ricerca e all’innovazione. Dobbiamo osare e agire. Fra dieci anni vorrei esportare il 40 per cento. Partendo dall’Inghilterra che rimane il mercato di riferimento. Per imporsi all’estero vanno trovati gli argomenti giusti. Che sappiano convincere. Un po’ come è successo vent’anni fa con la moda. Il made in Italy che diventa best in Italy».
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